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Perché Trotskij ha perso

di Sergio Dalmasso

Trotski

recensione a Diego GIACHETTI, I dilemmi di Trotsky. Dalla “rivoluzione permanente al “socialismo in un solo paese”, storia dell’affermazione dello stalinismo in Unione Sovietica, Roma, Red Star Press, 2017, p. 175, 15 euro.

Diego Giachetti, in anni lontani, ha dedicato interessanti ricerche alla nascita, difficile e contraddittoria, del movimento trotskista in Italia. Affronta ora, con una sintesi chiara ed efficace, un nodo storiografico- politico che ha avuto conseguenze durature sulle vicende del movimento comunista ed operaio: perché il paese nato dalla rivoluzione sovietica ha visto affermarsi lo stalinismo? Per quali motivi i tentativi di opposizione sono stati sconfitti, ridotti al nulla, calunniati? Sarebbe stato possibile un altro corso della storia, basato sull’internazionalismo, la democrazia sovietica, lo sviluppo del mrxismo rivoluzionario?

Già dalle prime pagine, l’autore tenta una risposta ed evidenzia le cause:

– la sconfitta della prospettiva rivoluzionaria nei paesi europei

– le conseguenze di anni di guerra civile che producono uno stato di stanchezza nella masse operaie e contadine

– il ruolo della repressione poliziesca che cancella il dissenso interno ed esterno al partito.

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Ancora, per quanto Trotskij sia, durante e dopo la rivoluzione del 1917, il dirigente più popolare, sempre accomunato a Lenin, Stalin sa usare la macchina di partito, facendo divenire centrale il suo incarico (segretario), sino ad allora marginale, interpreta il bisogno di pace, dopo anni di guerra, in un paese ridotto alla fame, dà voce alla profonda anima russa che l’internazionalismo cosmopolita dell’ebreo Trotskij sembra non cogliere. Per di più, il partito di Lenin, forgiato nell’esilio e poi nella temperie rivoluzionaria, non esiste più: una parte consistente dei quadri è caduta nella guerra civile e la Leva Lenin del 1924 vi ha immesso nuovi iscritti portatori di vissuti e di valori completamente differenti.

Giachetti, riferendosi anche ai testi fondamentali di Deutscher, Serge, Moshe Lewin, Boffa… ripercorre gli anni successivi alla rivoluzione in cui già iniziano a manifestarsi problemi e contraddizioni, soprattutto il progressivo svuotamento dei soviet, che perdono il ruolo di organismi di democrazia diretta, la soppressione della libertà di stampa, la cancellazione delle correnti o tendenze nel partito, la continua crescita di una burocrazia che diviene una delle basi del regime socialista ( già100.000 funzionari nel 1920). La drammatica repressione della sollevazione (marzo 1921) dei marinai di Kronstadt che chiedono il ritorno all’originario spirito, democratico e partecipativo, della rivoluzione, ne è tragico esempio.

Ai fattori “oggettivi” si sommano quelli “soggettivi”: la malattia che colpisce Lenin dal maggio 1922, sino alla morte, nel gennaio 1924, priva il paese di una guida e lascia progressivamente spazio all’affermazione di Stalin. La sua ultima battaglia (per citare il testo di Lewin) è sulla questione delle nazionalità contro lo sciovinismo, l’egocentrismo da grande potenza pan russa che coglie nelle scelte di Stalin, ma anche sulla progressiva chiusura del partito, sulla sua burocrotizzazione, sull’eccessivo potere assunto dal segretario, sulle scelte internazionali (è oggettiva una modificazione di posizioni nell’Internazionale, dopo il quarto congresso, nel 1924).

Ancora, ragionando a posteriori, in Trotskij alla grandezza culturale e teorica, all’eccezionale impresa compiuta nella costruzione dell’Armata rossa e con la vittoria nella guerra civile, alla capacità teorica che lo avvicina a Lenin, non corrisponde un eguale senso tattico. La catena di errori lo porta, progressivamente ed in pochi anni, alla totale emarginazione.

Nel dicembre 1922, Lenin scrive la Lettera al congresso, nota come Testamento, in cui analizza la situazione ed esprime giudizi su molti dirigenti, suggerisce l’allontanamento di Stalin dalla carica di segretario. Il documento non viene pubblicato. Trotskij rinvia sempre il momento dello scontro, indebolendosi progressivamente. Non usa la questione delle nazionalità, convinto che sia sufficiente avanzare nella costruzione economica, nell’industrializzazione, vedendo nello sviluppo delle forze produttive l’antidoto alle deformazioni burocratiche. E’ debole sulla questione del Testamento. E’ perdente nel rilancio delle sue proposte internazionali, centrate sulla assoluta necessità per l’URSS di allargare il processo rivoluzionario, unica via per rompere l’isolamento da cui derivano pericoli e per la sua stessa sopravvivenza e motivi crescenti per l’involuzione burocratica. Per Stalin è prevalente il rafforzamento politico-economico-militare dell’URSS. La teoria del Socialismo in un paese solo significa la subordinazione dell’Internazionale alla difesa del primo stato operaio. Diventerà “dottrina ufficiale” nel 1926 con le Questioni del leninismo, in cui il segretario si presenta come continuatore di Lenin. La sua affermazione deriva anche dalla duttilità, dalla capacità tattica con la quale si muove, alleandosi con Zinoviev e Kamenev contro Trotskij, quindi, dopo averlo indebolito, alleandosi con Bucharin per emarginare Zinoviev e Kamenev, quindi, modificando scelte e priorità, escludendo Bucharin e procedendo all’industrializzazione forzata, alla collettivizzazione delle campagne e chiudendo definitivamente ogni spazio di dibattito nel partito.

Giachetti segue con attenzione tutti questi passaggi, intrecciando le vicende interne al partito, le trasformazioni sociali, i fatti internazionali e le ricadute che i fallimenti delle rivoluzioni in occidente- soprattutto in Germania- e il massacro dei comunisti cinesi nel 1927 hanno sugli equilibri in URSS.

Inevitabile in Trotskij, data la sua formazione, la scelta di stare nel partito, di combattere, sempre più debole ed isolato, per linee interne. Continua la campagna di denigrazioni contro di lui.

Il 1927 è l’ultimo anno in cui l’opposizione tenta di giocare le proprie carte. Seguono il totale isolamento, la deportazione ad Alma Ata (sorta di esilio interno), l’esilio in Turchia, prima tappa di una Odissea che si chiuderà con l’assassinio, nell’agosto 1940.

L’analisi dell’autore è oggettiva, offre le chiavi per comprendere i dilemmi di Trotsky, intrecciando la partecipazione politica ed emotiva alla sua sconfitta, alla triste constatazione del dramma che l’involuzione dell’URSS ha prodotto per le speranze e la necessità di riscatto di milioni di uomini e donne nel mondo intero.