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Socialismo, internazionalismo e questione nazionale

Rileggendo I bolscevichi e la questione nazionale

di Diego Giachetti

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Nel ripubblicare questa antologia di scritti di Lenin sotto il titolo I bolscevichi e la questione nazionale (Genova, Altergraf, 2017), comprendente anche testi di autori (Bucharin, Pjatakov, Evgenija Bos e Radek ) con i quali egli polemizzò, il curatore Corrado Basile ritiene che tale argomento sia ancora attuale, soprattutto alla luce degli accadimenti susseguitisi dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e l’implosione del “socialismo reale” sovietico, che ha riportato in auge il nazionalismo grande-russo, già presente nell’epoca staliniana. D’altronde la questione nazionale emerge ogni volta che si analizza l’ascesa e il declino di tanti nazionalismo borghesi nei paesi del Terzo Mondo novecentesco. La questione nazionale, che tanto appassionò il movimento rivoluzionario, piuttosto che essere sparita dalla scena, si ripropone. Basti citare un solo esempio: la questione kurda, un popolo presente in quattro stati nel vicino Oriente

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la questione nazionale fu sollevata dallo stesso Engels a proposito dell’impero zarista e dell’indipendenza della Polonia. Il problema fu affrontato riferendosi principalmente a quelli che erano considerati i paesi arretrati del mondo, dove ancora non si era verificata una rivoluzione borghese e solo marginalmente si considerarono tali questioni non ancora risolte nei paesi a capitalismo avanzato. Nella Seconda Internazionale a sollevare la questione fu la socialdemocrazia russa e il partito socialista irlandese che si mossero nella direzione di riconoscere il diritto di autodeterminazione per le nazionalità oppresse, compresa l’eventuale secessione politica.

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Per un partito che operava nella Russia zarista il tema era d’obbligo. Le nazionalità oppresse nell’impero zarista erano quasi un centinaio, circa il 56% dei 123 milioni di abitanti del paese. Lenin, parlando della condizione dei popoli sottomessi dagli zar, definì lo Stato di Mosca come di una “prigione di popoli”. Furono lui e Plechanov a battersi al congresso del Partito operaio socialdemocratico russo del 1903 affinché fosse inserito il paragrafo che rivendicava il “diritto all’autodeterminazione per tutte le nazioni comprese nei confini dello Stato”. Quando i bolscevichi si separarono dai menscevichi nel 1912, non mancarono di riprendere l’obiettivo dell’autodeterminazione e Lenin, nel 1914, criticò Rosa Luxemburg per le sue obiezioni a tale principio.

Tra gli stessi bolscevichi la questione sollevò critiche e riserve. Nella lunga introduzione del curatore si dettaglia il contesto nel quale il dibattito si sviluppò a partire dal «gruppo di Baugy», dal nome della cittadina svizzera nella quale si trovavano alcuni esuli bolscevichi, si costituì nel 1916 attorno a Bucharin rifiutando il famoso paragrafo del programma del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, che rivendicava per le nazioni oppresse dallo zarismo il diritto all’autodeterminazione, fino a riconoscere la possibilità di una separazione politica da Mosca. Le argomentazioni del «gruppo» furono duramente criticate da Lenin e gli echi giunsero nell’ambito della Sinistra del movimento zimmerwaldiano contro la guerra, anche se nell’anno successivo la rivoluzione russa mise la sordina alla divergenza.

Infatti, la rivoluzione del 1917 dette il segnale di un risveglio nazionale senza precedenti in tutte le zone dell’impero e il governo rivoluzionario dovette farsi carico di questo fenomeno, non meno che della tendenza, presente all’interno degli apparati scaturiti dalla rivoluzione, di perpetuare lo sciovinismo grande russo degli zar. Uno dei primi atti del governo rivoluzionario fu di emanare un decreto con il quale fu riconosciuta l’uguaglianza di tutti i popoli della Russia e il loro diritto all’autodeterminazione. Già nel mese di ottobre, precedente la conquista del potere, Lenin osservava: “noi riconosceremo subito e senza condizioni questo diritto alla Finlandia, all’Ucraina, all’Armenia e a qualsiasi nazionalità oppressa dallo zarismo e dalla borghesia grande-russa […] noi vogliamo un’unione libera e dobbiamo perciò riconoscere la libertà di separazione (senza libertà di separazione l’unione non può essere definita libera)”.

Dopo la conquista del potere e la fine della guerra civile, la situazione era caratterizzata dall’esistenza di sei repubbliche indipendenti: Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaigian e Federazione Russa, che comprendeva al suo interno 15 repubbliche autonome e territori nazionali dotati di alcuni margini di discrezionalità. Le relazioni tra la Federazione Russa e le altre cinque repubbliche non erano definite con chiarezza ed erano regolate da patti bilaterali: esisteva una collaborazione nell’economia, nella difesa e nella politica estera, ma ciascun governo aveva una struttura omologa a quella del governo di Mosca. Tuttavia nel partito e nell’apparato i propositi accentratori e sciovinisti, mai sopiti, ripresero quota. Nel 1922 Stalin, allora commissario del popolo alle nazionalità, elaborò un piano di regolamentazione delle relazioni tra Federazione Russa e repubbliche che di fatto precedeva l’inclusione a titolo di repubbliche autonome nella Federazione russa, il cui governo sarebbe diventato quello dell’intero sistema. Ad opporsi non furono soltanto i georgiani e gli ucraini, lo stesso Lenin, malato, quando si riprese intervenne contro il piano di Stalin e vi contrappose il progetto di un’Unione di Repubbliche Sovietiche. Stalin dovette tener conto di questa presa di posizione anche se polemizzò con Lenin tacciandolo di “liberalismo nazionale”. Lenin vinse, ma provvisoriamente. La storia successiva non fu solo quella del rafforzamento dello sciovinismo grande-russo impersonato da Stalin, ma anche quelle della distruzione del partito bolscevico, del quale rimase solo l’involucro.