La politica dei bolscevichi

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

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Soldati mobilitati a sostegno dei bolscevichi

La tragedia della rivoluzione russa, discende, tuttavia, proprio da questa contraddizione: i bolscevichi, estremamente minoritari, sono riusciti a egemonizzare la forza decisiva della rivoluzione, il proletariato delle grandi città, e a interpretare e rappresentare le ansie delle grandi masse contadine (rappresentate solo in parte dai soviet sorti nelle campagne e ben più spesso dai soviet dei soldati). Ma la loro forza, che consisteva nell’adeguare il loro programma e le loro parole d’ordine alle aspirazioni delle masse, diventava debolezza quando si trattava di organizzare stabilmente e di inserire in un progetto coerente quelle stesse masse. Già prima della conquista del potere, la prima crescita di influenza bolscevica nelle grandi città aveva rischiato di tramutarsi in una catastrofe: i nuovi adepti, entusiasti e impazienti, avevano forzato la mano, fino a ricercare a Pietrogrado nel luglio 1917 la strada di un confronto di piazza prematuro e isolato rispetto al resto del paese. I dirigenti bolscevichi avevano cercato di scoraggiare questa tendenza «avventurista» ma, una volta verificato il suo radicamento profondo nel proletariato pietroburghese si erano guardati bene dal salvarsi l’anima condannando il movimento solo perché lo ritenevano immaturo tatticamente. Così, il governo Kerenskij aveva colto l’occasione per far pagare cari ai bolscevichi tutti i successi precedenti e aveva attribuito le manifestazioni a un piano insurrezionale, per il quale vennero arrestati i principali dirigenti del partito, salvo Lenin, rifugiatosi in Finlandia.

Ben più grave quel che accadde ai vincitori dopo la conquista del potere (a Pietroburgo, in particolare, tanto facile da essere costata molto meno sangue di tante altre manifestazioni pacifiche dei mesi precedenti), quando si trovarono alla testa di un enorme paese, all’interno del quale erano organizzati quasi esclusivamente nelle grandi città industriali. Il successo era stato facilitato dalla decisione con cui i soviet già influenzati dai bolscevichi avevano preso l’iniziativa di fermare il tentativo di colpo di Stato reazionario del generale Kornilov, verso il quale Kerenskij, per le troppe complicità e ambiguità, era sostanzialmente impotente. I soldati, che capivano il significato di una dittatura militare guidata dall’ufficiale che aveva reintrodotto la pena di morte prima al fronte e dopo nelle retrovie; gli operai, che sapevano che un successo di Kornilov significava ritornare alle condizioni del terrore stolypiniano; i contadini, che avevano cominciato a prendersi le terre di cui il governo Kerenskij rinviava una ipotetica distribuzione, magari con indennizzo, a un secondo tempo, dopo la fine della guerra: tutti coloro, insomma, che la rivoluzione aveva risvegliato e mobilitato, si trovarono al fianco dei bolscevichi, anche se appena due mesi prima avevano creduto alle menzogne governative sul «complotto filotedesco» e avevano votato ordini del giorno di plauso alla messa al bando dei «sovversivi».

Le caratteristiche inedite dei Soviet

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

rivoluzioneLa storia della conquista del potere da parte dei bolscevichi, poche migliaia di individui in larga misura sconosciuti e circondati da un’ostilità implacabile da parte di tutti gli altri partiti, apparirebbe inspiegabile senza tenere conto delle differenze profonde tra il sistema dei soviet e qualsiasi meccanismo rappresentativo tradizionale basato sulla delega assoluta e irrevocabile per quattro o cinque anni. L’ascesa dei bolscevichi da gruppuscolo calunniato e perseguitato (Lenin fu accusato sistematicamente, anche con «prove» fabbricate dal governo provvisorio di essere un agente tedesco) a forza egemone dei soviet di Pietrogrado, Mosca e di tutte le città industriali russe, si spiega al tempo stesso con la grande capacità di cogliere i bisogni più sentiti dalle masse russe indipendentemente dal loro momentaneo orientamento politico e con la paziente tattica volta a mettere in contraddizione le masse operaie influenzate dai menscevichi o dai socialrivoluzionari con i loro dirigenti: tutto ciò era possibile solo in quell’eccezionale palestra di democrazia diretta che erano le tumultuose assemblee dei soviet.

Le assemblee di soldati, spesso erano influenzate dalla campagna antibolscevica, e votavano mozioni di fuoco contro i «traditori» che «pugnalavano alla schiena» l’esercito, ma subito dopo rivendicavano l’immediata conclusione della guerra a qualsiasi condizione e la ripartizione totale delle terre. Su questo terreno solo i bolscevichi si muovevano con decisione e senza mezzi termini, sapendo che in questo modo avrebbero finito per conquistare l’appoggio anche di chi, nei primi mesi del 1917, era stato convinto a combatterli.

A livello operaio era ancora più facile, perché il peso dei bolscevichi era in partenza maggiore, per il ruolo che avevano avuto nella proclamazione dei primi scioperi che avevano fatto cadere lo zar, per il prestigio accumulato negli anni più duri della reazione e del terrore, per la concretezza delle loro parole d’ordine: di fronte alla carestia, alla disorganizzazione del lavoro, all’arricchimento dei profittatori di guerra. all’indurimento delle condizioni di lavoro, avevano proposto e messo in pratica la riduzione immediata dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (mentre, per esigenze belliche a volte superava le 12!), il controllo operaio per identificare i profitti nascosti, per reperire i viveri imboscati dagli speculatori, per ricalcolare i prezzi in base a una logica diversa da quella del massimo profitto. Ma ancora più presa facevano le parole d’ordine più generali, che affrontavano i nodi del potere: la nazionalizzazione delle grandi industrie di interesse nazionale, delle banche (con l’abolizione del segreto bancario, che permetteva di nascondere i colossali arricchimenti di guerra) e, soprattutto, la rivendicazione del superamento del «dualismo di potere» (che contrapponeva al governo provvisorio, formalmente sovrano ma sostanzialmente impotente, il potere dei soviet, non previsti da nessuna costituzione, ma forti del consenso di larghissime masse di operai, di soldati e, in un secondo momento anche dei contadini) attraverso l’attribuzione di tutto il potere ai soviet.

È sintomatico che negli otto mesi che separano la formazione del governo provvisorio dalla conquista del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi, il loro peso politico sia aumentato pressoché ininterrottamente in tutti i rinnovi dei soviet delle grandi città mentre i menscevichi e soprattutto i socialisti rivoluzionari continuavano a essere nettamente maggioritari nelle votazioni di tipo tradizionale, tenutesi nello stesso periodo per eleggere consigli municipali e perfino nelle elezioni della costituente, tenutesi alla fine di novembre del 1917. La differenza tra i due tipi di votazione era sostanziale: per le Dume municipali o l’Assemblea costituente votavano indistintamente tutti i cittadini e pesavano ugualmente i voti di chi era impegnato attivamente nella vita politica frenetica, che si era sviluppata nelle grandi fabbriche e nelle unità militari e quelle di chi sonnecchiava in lontane cittadine di provincia, dove era arrivata a mala pena l’eco della cacciata dello zar; le elezioni dei soviet erano frequentissime, precedute da assemblee appassionate, nelle quali si confrontavano tutte le opinioni, si verificava il comportamento degli eletti, la loro rispondenza al mandato della base elettorale e, soprattutto. si teneva conto di tutto il comportamento precedente di chi doveva essere delegato, giacché c’erano anni e anni, o almeno mesi, di vita in comune, che avevano permesso una conoscenza approfondita (e una maturazione politica accelerata anche degli elementi più passivi e meno preparati). I soviet riproponevano una forma di democrazia diretta, che la lunga storia dell’umanità aveva conosciuto in rare occasioni, dopo la Polis greca.

L’apparizione dei Soviet

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

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Una assemblea del soviet di Pietrogrado

Nei primi mesi dopo la Rivoluzione di Febbraio apparve chiaro anche che l’Intelligencija che tante energie aveva fornito al movimento rivoluzionario, era ormai in pieno riflusso e, sostanzialmente appagata dalla fine dell’assolutismo zarista, non era particolarmente interessata alle proposte dei bolscevichi, era ostile anche ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari, orientandosi in maggioranza verso i «cadetti» (o costituzionaldemocratici, di tendenza liberale moderata).

La tradizionale arretratezza russa, che avrebbe posto tanti problemi ai bolscevichi al potere, giocava tuttavia a loro favore nei mesi tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Ad esempio. la grande debolezza delle organizzazioni sindacali, pressoché inesistenti per la spietata repressione dagli anni precedenti era solo apparentemente un ostacolo. In realtà, come nel 1905, ma in modo più generalizzato, nel corso del 1917 la maggior parte dei lavoratori si organizza in consigli e comitati operai che danno vita a Consigli (Soviet) cittadini, estremamente più democratici delle strutture sindacali burocratizzate che si erano consolidate nei paesi in cui il movimento operaio aveva avuto possibilità di vita legale. Il caso limite era la Germania, col movimento operaio più strutturato e meglio organizzato, ma meno controllabile dalla massa degli iscritti (la «base»).

I soviet erano elettivi, ma i delegati erano anche revocabili in qualsiasi momento, dal basso come era accaduto nella Comune di Parigi e come Lenin sistematizza in Stato e Rivoluzione, proprio alla vigilia della presa del potere. Gli spostamenti di orientamento politico, di umore, di stato d’animo delle masse potevano così tradursi rapidamente in modifiche degli organi rappresentativi, anziché (come accade abitualmente nei partiti e nei sindacati rigidamente strutturati da una burocrazia sottratta a verifiche immediate) in delusioni, frustrazioni e abbandoni dell’impegno politico, magari preceduti da proteste clamorose quanto vane.

Le premesse della rivoluzione russa

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

Gli intellettuali nella fase “nobiliare”

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Una riunione di scrittori russi all’epoca dello zar

La formazione dell’intelligencija russa come strato sociale ben distinto e al tempo stesso caratterizzato anche da un orientamento politico relativamente omogeneo e fondamentalmente contrapposto al regime zarista può essere fatta risalire a periodi molto lontani dalla rivoluzione del 1917. In senso lato, l’avvio del processo può essere ricercato nel periodo delle guerre napoleoniche che, dopo le battaglie combattute nel 1812 su suolo russo, portarono molti ufficiali dello zar a contatto con diverse capitali europee e anche con le idee rivoluzionarie che avrebbero dovuto combattere. Già nel 1816, appena terminato il Congresso di Vienna, aveva inizio la cospirazione dei giovani ufficiali rivoluzionari, tutti di origine nobiliare, che doveva sfociare nel fallito tentativo di colpo di Stato dei Decabristi, nel dicembre 1825.

Il periodo 1825-1861 è stato caratterizzato da Lenin come «fase nobiliare» del movimento democratico russo. E’ infatti dall’interno della classe dominante che si levano voci duramente critiche nei confronti della «putrefazione» della Russia. A volte, attraverso il filtro della letteratura, che conosce una grande stagione, dal Che disgrazia l’ingegno! di Aleksandr S. Griboedov, all’Evgenij Onegin di Puškin dall’Ispettore generale alle Anime morte di Gogol’, dalle Memorie di un cacciatore di Turgenev all’Oblomov di Gončarov. Altre volte il messaggio è più direttamente politico, come nel caso delle Lettere Filosofiche di Pètr Jakovlevič Čaadaev, che furono scritte alla fine degli anni Venti e di cui si tentò la pubblicazione nel 1836, col risultato di una rapida chiusura della rivista che aveva osato pubblicare la prima Lettera, del licenziamento del professore che aveva incautamente dato il visto di censura e dell’internamento dell’autore (appartenente a una delle più note casate aristocratiche) come «malato di mente».

Anche i testi letterari venivano, d’altra parte, spesso storpiati dalla censura, quando non erano direttamente proibiti (ma non era difficile trovarli in versione integrale, trascritti a mano da uno stuolo di copisti, che ne sfornavano a migliaia per poche decine di rubli).

Lo sviluppo del capitalismo

fabbrica-russaLa crisi della società russa maturava tuttavia, indipendentemente dal rigore e dalla severità delle critiche mossele, a partire dalla contraddizione stridente tra i suoi ordinamenti anacronistici e l’incipiente sviluppo capitalistico. Intorno alla metà del secolo XIX si rivela assurda la pretesa di conservare immutata la servitù della gleba, magari aggiornandola attraverso la concessione in uso di manodopera servile alle prime industrie (col risultato che, già nel 1803, l’industriale Kosnov calcolava che una certa quantità di tessuto prodotta da un salariato libero veniva a costare nove rubli, mentre ne costava dieci se fatta da un servo della gleba: la bassissima produttività annullava il risparmio sui salari). La verifica più brutale viene dalla guerra di Crimea, che rivela l’inefficienza di un esercito basato su servi della gleba, comandati da ufficiali spesso corrotti o incapaci; le guerre successive (quella russo-turca del 1877-1878 e soprattutto quella col Giappone del 1904-1905) confermeranno che non basterà eliminare giuridicamente la servitù della gleba per trasformare la Russia e renderne efficiente e dinamico l’esercito.

La soppressione della servitù personale, nel 1861, accelera comunque lo sviluppo capitalistico. La Russia diviene la serra del capitalismo. Ma, come accade spesso nelle culture di serra, la rapidità e l’artificiosità della crescita nascondono squilibri e un’intrinseca debolezza. Il capitalismo in Russia brucia molte tappe, raggiungendo un’elevata concentrazione in alcune città, dove vengono introdotte tecniche di lavorazione e di organizzazione del lavoro avanzatissime (con un’alta incidenza dei grandi complessi che raccolgono molte migliaia di operai). I macchinari più moderni e costosi sono introdotti spesso prima che in altri paesi, ma quasi sempre gli alti costi sono sostenuti da società finanziarie straniere: la borghesia russa rimane estremamente debole economicamente e politicamente priva di iniziativa. Si rafforza invece il proletariato di fabbrica, concentrato in grandi aziende dove è vietata ogni organizzazione sindacale, ma nelle quali sarà più facile l’attività politica clandestina dei primi circoli socialisti.

Studenti che “vanno al popolo”

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L’impiccagione degli attentatori che nel 1881 uccisero lo zar Alessandro II

I nuclei di oppositori al regime, formatisi ancora in gran parte all’interno della gioventù studentesca (che proviene in genere da famiglie borghesi o anche aristocratiche) tentano a più riprese di «andare al popolo», per sollevare le masse contadine più misere (le cui condizioni sono sostanzialmente restate immutate dopo la soppressione della servitù, perché la terra messa a disposizione è stata fatta pagare a prezzi esorbitanti, che hanno provocato indebitamenti cronici e, talora, la perdita degli appezzamenti ipotecati). Ma i giovani intellettuali cittadini, immersi per la prima volta nell’arretratezza delle campagne russe, non riescono quasi mai a comunicare, a farsi capire e a capire essi stessi la logica dell’alternanza di rassegnazione fatalistica e di esplosioni tremende che spazzano via in pochi giorni centinaia di palazzi signorili, incendiati dal «gallo rosso» [come veniva chiamata in Russia la rivolta contadina].

Così, dopo le «andate al popolo» del 1874 e 1875 e le migliaia di arresti e di deportazioni in Siberia, il rapporto tra i giovani intellettuali e il potere si sposta sul terreno del terrorismo. Decine di capi della polizia, di governatori, di ministri, vengono uccisi o feriti da attentati arditissimi. In alcuni casi l’opinione pubblica delle città non esita a manifestare clamorosamente la simpatia per i terroristi (come nel caso di Vera Zasulič, assolta da una giuria popolare nel 1878 e sottratta a furor di popolo a un nuovo tentativo di arresto). Nel 1881 a cadere sotto i colpi del terrorismo è lo stesso zar Alessandro II. La presenza di una giovane di origine ebraica tra i complici degli attentatori innesca la tragica serie dei pogrom che sconvolgono i ghetti sospingendo i giovani ebrei a ricercare la strada dell’autodifesa e del rapporto con le organizzazioni rivoluzionarie.

Il periodico succedersi di ondate terroristiche, spesso clamorosamente efficaci nel colpire i bersagli ma assolutamente incapaci di ottenere il benché minimo risultato politico, finisce per rafforzare le tendenze rivoluzionarie ispirate al marxismo che si organizzano nella clandestinità, conquistano nuclei importanti di classe operaia. Il consolidarsi, alla vigilia della rivoluzione del 1905, della frazione bolscevica toglie gradatamente spazio al terrorismo e all’estremismo velleitario ed esercita una notevole forza di attrazione sulle nuove leve di giovani intellettuali.

La rivoluzione del 1905, preparata dall’insensata avventura della guerra russo-giapponese, viene avviata da una manifestazione organizzata dal pope Gapon, che dalla polizia ha avuto il compito di sottrarre le masse operaie all’influenza bolscevica. Ma l’irrompere sulla scena politica di centinaia di migliaia di lavoratori spazza via, insieme al pope provocatore, anche la fiducia nella religione e nello zar (che era considerato tradizionalmente «amico del popolo», ma ingannato da perfidi collaboratori…). Lo scontro ormai sarà tra le varie tendenze del movimento operaio e un regime sclerotizzato e incapace di riformarsi.

Il XIX secolo

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Napoleone incontra lo Zar Alessandro I sul fiume Niemen, prima dell’invasione della Russia

1812

Invasione e ritirata di Napoleone.

1813-1814

Eserciti russi antinapoleonici in Europa.

1814-1815

Congresso di Vienna.

1815

Seconda entrata di truppe russe a Parigi.

1816

Inizio dell’attività delle società decabriste.

1825

Muore Alessandro I. Sale al trono Nicola I (1825-1855). Tentativo insurrezionale dei Decabristi, rapidamente represso. Anche i moti avviati nel Sud da altri congiurati, capeggiati da Sergei Murav’ev-Apostol, vengono facilmente repressi. Numerose condanne allo squartamento e alla decapitazione (commutate poi in impiccagione e lavori forzati a vita).

1848

Ukaz che consente ai servi della gleba di acquistare terreni (col con senso del padrone). Alcuni servi della gleba sviluppano attività industriali per conto dei loro signori, che detengono tuttavia il titolo di proprietà.

1853-1856

Guerra di Crimea. Trecentomila russi muoiono in battaglia o per malattia. Migliaia di giovani contadini presentatisi volontari credendo in una imminente liberazione dalla servitù della gleba ritornano ai villaggi amareggiati e pronti alla rivolta.

1855

Nicola I muore, sconvolto dalla catastrofe. Gli succede Alessandro II (1855-1881), che promette riforme liberali e l’abolizione della servitù della gleba. Le discussioni sui vari progetti di liberazione dei contadini saranno lunghe e deludenti.

1860

Fondazione della Banca di Stato.

1861

Soppressione della servitù personale; le condizioni per il riscatto sono tuttavia gravosissime e comportano il mantenimento temporaneo di prestazioni gratuite di lavoro, oltre al pagamento di interessi molto forti. Anche le tasse saranno ripartite in modo clamorosamente ineguale tra i nuovi piccoli proprietari e i vecchi latifondisti (in media 207 copechi per desyatina dei contadini contro 37 copechi per desyatina dei signori nella zona delle terre nere; dati analoghi, sempre di fonte ufficiale, per le altre zone).

1877-1878

Guerra russo-turca. Relativo successo russo, nonostante perdite gravissime, annullato dall’intervento diplomatico delle maggiori potenze europee, che nel Congresso di Berlino del 1878 ridimensionano drasticamente l’influenza russa nella penisola balcanica. Processi politici contro centinaia di giovani populisti.

1878

Vera Zasulič ferisce gravemente il capo della polizia di Pietroburgo, generale Fedor Trepov, che aveva fatto frustare uno studente per una lieve mancanza di rispetto. La giuria la assolve in un clima di grande esaltazione, a cui finiscono per partecipare anche alti funzionari e ufficiali; il governo sottrae i rivoluzionari arrestati alle giurie ordinarie, affidandoli alla Corte senatoria o a speciali tribunali di guerra.

1878-1881

Si intensificano gli attentati contro esponenti del regime e lo stesso zar, che, dopo un gran numero di tentativi falliti, viene ucciso il primo marzo 1881. Sale al trono Alessandro III (1881-1894), ignorante, bigotto e circondato da fanatici reazionari, come il Pobedonósčev, promotore del Santo Sinodo.

1881-1882

Primi pogrom di ebrei. Successivamente viene limitato l’accesso agli studi superiori per i giovani di origine ebraica (che vengono così maggiormente sospinti verso l’attività politica rivoluzionaria). Comincia l’esodo degli ebrei russi verso l’Occidente.
1887 Fallito attentato allo zar. Tra i condannati a morte c’è Aleksandr Il’ič Ul’janov, di 21 anni. La sua impiccagione colpisce fortemente il fratello diciassettenne, Vladimir, il futuro Lenin.

1891

Esportazione forzata di cereali e gravissima carestia, con migliaia di morti in venti dei più fertili governatorati della Russia.

1919, la rivoluzione non si estende

1919

 

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Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg

 

 

una manifestazione insurrezionale spontanea, alla quale partecipa il giovanissimo Partito comunista di Germania (spartachista), viene repressa nel sangue. Uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, insieme a centinaia di quadri sperimentati. Le giovani leve del partito, nei mesi successivi, cadranno spesso in provocazioni governative e subiranno colpi durissimi, che renderanno sempre più difficile la rivoluzione in Germania. La maggior parte degli operai rivoluzionari, nel 1919 e nel 1920, pur staccandosi dal vecchio Partito socialdemocratico (che collabora senza ritegno a reprimere le agitazioni e organizza, dal governo, l’armamento di bande armate, i «corpi franchi», composte da ufficiali reazionari e da avventurieri prezzolati disposti a sterminare i militanti di sinistra), esita e rimane in una posizione ambigua. La maggior parte degli operai rivoluzionari aderiscono all’effimero Partito socialista indipendente, nato per protesta contro la guerra, ma diretto da elementi oscillanti (i «centristi»), altri fanno capo a gruppi locali autonomi, che non pesano a livello nazionale. La maggior parte di loro raggiungerà il Partito comunista solo alla metà degli anni Venti, quando saranno state sprecate molte occasioni, con iniziative avventate e minoritarie, e quando sarà mutato il punto di riferimento internazionale, per l’involuzione burocratica del gruppo dirigente sovietico e del Comintern.

 

 

2-6 marzo: Congresso di fondazione della III Internazionale (Comintern). I delegati sono pochi e scarsamente rappresentativi. In particolare, il delegato tedesco ha avuto mandato dal partito di dichiarare prematura la costituzione di un’Internazionale comunista, ma finisce per farsi trascinare dall’entusiasmo provocato da notizie (poi risultate esagerate) sulla rivoluzione in Austria.

21 marzo: nasce in Ungheria una Repubblica dei Consigli, guidata dal comunista Bela Kun, in carcere fino al momento della sua chiamata al governo. Fusione tra il Partito comunista e quello socialista di Ungheria. Eccessi estremistici, criticati da Lenin, indeboliscono il consenso intorno alla giovane repubblica, che sarà stroncata da interventi stranieri (soprattutto rumeni) ai primi di maggio. Analoga sorte (ma la repressione è organizzata dai «corpi franchi » promossi dal ministro socialista Noske) avrà la Repubblica dei Consigli sorta in Baviera ai primi di aprile. I socialisti austriaci, pur essendo guidati da una corrente di sinistra, hanno evitato di sostenere concretamente le due rivoluzioni nei paesi vicini mentre i sovietici non hanno potuto assicurare alcun aiuto, perché seriamente minacciati dall’esercito bianco di Kolčak sul fronte orientale e da quello di Judenič, giunto alle soglie di Pietrogrado e spalleggiato da truppe finlandesi.

Per la rivoluzione sovietica, il maggio 1919 segna una tragica verifica dell’impossibilità di rompere l’isolamento. I due anni successivi confermeranno che anche in Italia, in Francia, in Gran Bretagna la rivoluzione è sempre più lontana. Per i bolscevichi, estremamente consapevoli dell’arretratezza russa e che ritenevano avere creato una base di partenza per la rivoluzione europea (che avrebbe dovuto vedere alla sua testa il proletariato più esperto e organizzato, cioè in primo luogo quello tedesco), è l’avvio di un riflessione che avrà effetti laceranti. (a.m. 1986)

1918 (aprile-novembre), l’aggressione imperialista

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Manifesto di propaganda del movimento controrivoluzionario

Aprile: truppe tedesche entrano in Finlandia, che è ormai indipendente, ma nella quale si delinea una rivoluzione socialista. D’altra parte, nonostante il trattato di pace, le truppe tedesche sono avanzate in molte zone ben oltre la linea di spartizione originaria, soprattutto in Ucraina. Truppe giapponesi (alleate dell’Intesa) occupano parte della Siberia, col pretesto di premunirsi nei confronti della Germania, con il consenso e poi l’appoggio materiale degli Stati Uniti. Le truppe tedesche continuano ad avanzare, appoggiando vari generali zaristi che costituiscono governi locali. Anche gli ex prigionieri di guerra cecoslovacchi presenti sui territorio russo, armati dall’Intesa, attaccano il governo sovietico e appoggiano un governo provvisorio costituito in Siberia (in luglio, sarà proprio il loro avvicinarsi a Ekaterinburg, dove è detenuto Nicola II, a spingere il corpo di guardia a fucilare l’ex-zar con tutta la famiglia).

6 luglio: l’ambasciatore tedesco von Mirbach è ucciso da un giovane socialista rivoluzionario. Tentativo di rivolta socialrivoluzionaria, subito repressa con una vasta mobilitazione popolare.

Agosto: sbarco di truppe britanniche a Baku e statunitensi a Vladivostok.

30 agosto: Lenin viene gravemente ferito in un attentato social rivoluzionario. Lo stesso giorno viene ucciso a Pietrogrado il dirigente bolscevico Urickij, mentre poco prima era stato assassinato Volodarskij. Per reazione, molti intellettuali critici nei confronti del regime, a partire da Maksim Gor’kij, attenuano l’opposizione e si dichiarano disponibili a collaborare per salvare la rivoluzione.

10 settembre: prima vittoria significativa, a Kazan’, dell’Armata rossa organizzata da Lev Trotskij (che passerà quasi senza interruzione gli anni della guerra civile a bordo del leggendario treno blindato con il quale il comando rivoluzionario si sposta su tutti i fronti). In settembre nuove forze statunitensi sbarcano a Vladivostok e ad Arcangelo. Mentre la guerra mondiale continua, tutti i contendenti trovano un po’ di energie per spedire corpi di spedizione contro la giovane repubblica sovietica. Tuttavia, l’intervento rimane sempre circoscritto a ufficiali superiori, per il rapido contagio delle idee rivoluzionarie tra i soldati (in particolare, nella flotta francese del Mar Nero ci sarà una vera e propria rivolta nell’aprile 1919).

Ottobre: le truppe degli Imperi centrali arretrano su tutti i fronti, mentre aumentano le manifestazioni indipendentiste in molte città, da Praga a Zagabria, da Varsavia a Lubiana, e mentre gli stessi esponenti ungheresi prendono le distanze dal governo austro-ungarico. Vani tentativi di democratizzazione dell’Impero germanico con la nomina a cancelliere di Max von Baden, considerato pacifista e di quello austro-ungarico, con promesse generiche di autonomie per i popoli che stanno, di fatto, conquistandosi l’indipendenza totale.

Novembre: agli inizi del mese la rivoluzione divampa in Germania, alimentata da una rivolta della flotta del Baltico, che rifiuta di prendere il largo per un assurdo suicidio deciso dall’ammiragliato; in Austria la forza decisiva che spazza via l’Impero è la ribellione delle nazionalità oppresse, che si combina con l’opposizione tenace degli operai. Vengono proclamate repubbliche in Germania, in Austria, in Ungheria, in Cecoslovacchia. Ovunque le classi dominanti, terrorizzate dal «modello russo», offrono spazi di compartecipazione subalterna ai dirigenti socialisti, che accettano e si impegnano soprattutto a evitare la generalizzazione e il coordinamento dei Consigli operai, sorti ovunque sul modello dei soviet russi (ma che rimangono attivi solo a livello locale, per mancanza di centralizzazione). Nello stesso mese, sbarco anglo-francese a Odessa e Sebastopoli, mentre in dicembre la Romania occupa la Bessarabia.