Hanno osato. I bolscevichi di fronte alla presa del potere

di Laurent Ripart, da npa2009.org, traduzione di Fabrizio Burattini

«Lenin e Trotsky e i loco compagni sono stati i primi a mostrare l’esempio al proletariato mondiale; sono ancora i soli che possano gridare: Abbiamo osato!». Con queste parole, Rosa Luxemburg metteva il dito una delle più importanti lezioni della Rivoluzione d’Ottobre: le crisi rivoluzionarie sono state storicamente numerose, ma rari sono stati i casi in cui abbiano permesso ai propugnatori del socialismo di prendere il potere.

Per farlo è necessario disporre di una direzione capace di «osare» al rischio di perdere tutto, cosa che i dirigenti del partito comunista tedesco per esempio non hanno saputo fare nel 1923, quando le tergiversazioni hanno fatto loro perdere un’occasione storica per prendere il potere, condannando la classe operaia tedesca a subire gli orrori del nazismo.

Una strategia pragmatica

Se i bolscevichi hanno dunque saputo «osare», occorre tuttavia sottolineare che la loro scelta non è affatto una conseguenza di una strategia lungamente maturata o l’applicazione di un piano preordinato. Nel pensiero di Lenin, come in quello dei principali dirigenti bolscevichi, non è mai esistito un «canovaccio» definito, ma piuttosto una strategia fondamentalmente pragmatica, un’analisi in evoluzione permanente fondata sull’analisi concreta della situazione concreta. E’ questo pragmatismo che ha permesso ai dirigenti bolscevichi di imboccare nuove vie e che li ha condotti a mettere a punto una strategia insurrezionale che allora era totalmente in rottura con la “vulgata” marxista.

Questo punto è ancora più da sottolineare in quanto occorre ricordare che le Tesi d’aprile si opponevano sia alla partecipazione ad un governo borghese, sia ad un avventurismo di tipo “blanquista”, e si pronunciavano contro ogni strategia insurrezionale e anche contro la costituzione di un «governo operaio» che, nella Russia del 1917, sarebbe stato socialmente minoritario. Così come fu concepito dai bolscevichi nella primavera del 1917, la parola d’ordine «tutto il potere ai soviet» costituiva in realtà solo una attualizzazione del concetto di «dittatura democratica del proletariato e dei contadini», che doveva premettere di creare, non tanto un regime operaio e socialista, ma piuttosto un potere di carattere transitorio capace di applicare il programma democratico che il governo provvisorio si rifiutava di prendere in considerazione.

Corsa di velocità con la controrivoluzione

La genialità dei dirigenti bolscevichi è stata quella di comprendere che occorreva loro modificare quella linea strategica dato che la parola d’ordine «tutto il potere ai soviet» si stava rivelando di fatto inapplicabile. La sconfitta delle giornate del luglio 1917 e soprattutto la repressione del movimento operaio che ne era seguito avevano in realtà dimostrato che i socialisti rivoluzionari e i menscevichi scivolavano a destra e si rifiutavano di rompere con la borghesia, cosa che rendeva in pratica impossibile la costituzione di un potere sovietico. Il disastro dell’offensiva di giugno e la crescita della reazione korniloviana dimostravano inoltre che il governo Kerenski conduceva la rivoluzione in un impasse e apriva le porte ad una restaurazione di tipo bonapartista.

Da persona pragmatica come era, Lenin fu spinto a pensare, fin dal mese di luglio, che le tesi d’aprile erano oramai obsolete e che non c’era altra soluzione se non quella di tentare quel che fino ad allora gli era sembrato inimmaginabile, in altre parole un’insurrezione delle avanguardie della rivoluzione sotto la sola direzione dei bolscevichi.

Una strategia di questo tipo sembrava talmente avventurista al punto che Lenin vi rinunciò all’inizio del mese di settembre, ritenendo che il fallimento del putsch di Kornilov potesse permettere il soprassalto necessario a convincere i SR e i menscevichi a rompere con Kérenski e a costituire un governo dei soviet. I fatti lo indussero a cambiare di nuovo parere a metà settembre, quando constatò che i SR e i menscevichi si rivelavano incapaci di togliere il proprio sostegno al governo provvisorio che risultava essere sempre più un potere fantoccio. La minaccia controrivoluzionaria, l’insurrezione delle campagne, lo spostamento dei soviet degli operai e dei soldati verso il bolscevismo, fin dall’inizio di settembre, ma anche i primi ammutinamenti in Germania e in Italia lo indussero a riconsiderare la propria posizione: la vacanza del potere gli sembrava aprire una corsa di velocità con la controrivoluzione e imporre ai bolscevichi di approfittare delle circostanze favorevoli per passare all’offensiva e prendere il potere.

«L’insurrezione all’ordine del giorno»

Messe in minoranza il 21 settembre, le posizioni di Lenin si imposero durante la riunione del comitato centrale che si tenne clandestinamente nella notte tra il 10 e l’11 ottobre in un appartamento di Pietrogrado. Nonostante l’opposizione accanita di Kamenev e di Zinoviev, che ritenevano che i bolscevichi si sarebbero rafforzati progressivamente e che avrebbero ottenuto la maggioranza nella futura Assemblea costituente, il comitato centrale mise, con 10 voti a favore contro 2, l’insurrezione all’ordine del giorno, votando la seguente mozione: «Il comitato centrale riconosce che la situazione internazionale […] così come la situazione militare e l’ottenimento da parte del partito proletario della maggioranza all’interno dei soviet, tutto ciò preso insieme all’insurrezione contadina, alla modificazione dell’atteggiamento popolare che dà fiducia al nostro partito e infine la evidente preparazione di un nuovo putsch korniloviano […] mettono l’insurrezione all’ordine del giorno. »

La maggioranza del comitato centrale restava però eterogenea. Per Lenin, che pensava che ogni ora che passava faceva correre un rischio in più, la mozione del 10 ottobre implicava che il partito prendesse al più presto possibile il potere. Per Trotsky, la mozione non costituiva che una scelta strategica che poteva essere messa in applicazione solo quando le circostanze l’avrebbero resa realmente possibile. Tra queste due linee si impose una soluzione di compromesso, con Trotsky che ottenne che la presa del potere si facesse nel contesto della riunione del congresso panrusso dei soviet e sotto la direzione formale del soviet di Pietrogrado, mentre Lenin ottenne che non fosse sottoposta al parere del congresso e che l’insurrezione precedesse dunque la sua apertura.