La rivoluzione russa di fronte al tribunale della Storia

BesancenotPrendendo lo spunto dalla pubblicazione del nuovo libro di Olivier Besancenot, dedicato alla Rivoluzione russa (Que faire de 1917, une contre-histoire de la révolution russe, éditions Autrement), pubblichiamo qui la traduzione di un capitolo che non è stato compreso nella versione del volume data alle stampe, nella quale si mette in scena un ipotetico processo in cui la rivoluzione russa è l’imputata… Ogni riferimento a personaggi esistenti non è affatto casuale.

di Olivier Besancenot, da Mediapart, traduzione di Fabrizio Burattini

Sala del Tribunale della Storia, Palazzo di giustizia, Parigi, 8 marzo 2017, ore 9 del mattino

L’usciere chiede al pubblico che affolla la sala di alzarsi in piedi per accogliere il Giudice Scortese. Questo prende immediatamente la parola.

«Siamo qui per ascoltare la Signora Rivoluzionerussa, accusata di “crimini contro l’umanità e di delitto di opinione”, a seguito di una querela depositata congiuntamente dallo Stato e dal Capitale. Il Signor Procuratore Ilfolle è presente? Bene. La Signora Rivoluzionerussa è rappresentata?» Silenzio imbarazzato nella sala. «Allora, Signora, avete un avvocato?»

La Signora Rivoluzionerussa: «No, sapete, non è facile trovare un avvocato che voglia difendere la mia causa. E ho preferito ricusare l’avvocato d’ufficio, che mi intontiva di frasi retoriche e le cui intonazioni bonapartiste, quando evocava Robespierre e la Rivoluzione francese, mi disturbavano. Dunque mi difendo da sola.»

Il Giudice Scortese: «Bene, vogliate declinare succintamente la vostra identità.»

La Signora Rivoluzionerussa: «Sono nata in Russia l’8 marzo 1917, da padre marxista e madre anarchica. La controrivoluzione ha preso tutti i miei figli…»

Il Giudice Scortese: «Dichiarate dunque di avere 100 anni? Si tratta di uno scherzo o di una provocazione verso la corte?»

La Signora Rivoluzionerussa: «Nè l’una né l’altra cosa, è semplicemente la verità… Sono quello che si può definire uno spettro…»

Il Giudice Scortese: «Che cos’è questa storia… Procuratore Ilfolle, avete qualche spiegazione da dare per illuminarci?»

Il Procuratore Ilfolle: «Certamente Signor Giudice, si tratta di uno stratagemma escogitato dalla parte avversa. La disincarnazione è parte integrante della sua linea di difesa, con il fine evidente di deresponsabilizzarsi degli atti realmente commessi. Ora, è pubblicamente noto che La Signora Rivoluzionerussa è attivamente ricercata da parecchi anni. Un mandato di cattura internazionale è stato emesso contro di lei nel 1989. In questo quadro, la questura di Parigi l’ha fortunatamente arrestata, lo scorso anno, a maggio, a place de la République, quando si apprestava a prendere la parola per rivolgersi al movimento Nuit Debout. Da allora è stata posta in stato di detenzione provvisoria, per il bene di tutti noi.»

La Signora Rivoluzionerussa: «Essenzialmente per il bene del capitale e dello stato che voi qui rappresentate con scrupolo, Procuratore Ilfolle… »

Il Procuratore Ilfolle: «Non cambiate discorso, Signora. Ho qui un fascicolo completo di prove a carico contro di voi, compilato attraverso il lavoro di prestigiosi storici di fama incontestabile: reperto n. 1940, signor Giudice, intitolato Il vero volto del comunismo…»

Il Giudice Scortese: «Va bene, Signor Procuratore, ma sulla storia dello spettro? Siamo qui per condannare fatti oppure idee? »

Il Procuratore Ilfolle: «Entrambe le cose, effettivamente…»

Il Giudice Scortese: «Ecco, allora. Signora Rivoluzionerussa, che cosa intendete per spettro?»

La Signora Rivoluzionerussa: «E’ così che Karl Marx mi ha immaginata nel 1848, scrivendo le prime righe del suo Manifesto del partito comunista: “uno spettro si aggira sull’Europa, lo spettro del comunismo.” Io sono quello spettro e mi sono incarnato proprio in Russia nel 1917…»

Il Procuratore Ilfolle: «Signor Giudice, potete constatare da solo che la Signora in effetti sembra abitata, direi visitata…». Si odono dei sogghigni nella zona riservata alla stampa. Ilario, lo specialista della rubrica “giustizia” del settimanale Valori del passato perde il suo chewing-gum. Lo recupera e lo incolla con discrezione sotto la sedia. Il procuratore, fiero del successo delle sue parole, si mette in posa con il petto gonfio per qualche istante di fronte al pubblico.

Il Giudice Scortese: «Signora, dite di essere uno spettro, ma voi avete in realtà solo provocato morti. Come rispondete all’accusa di crimini contro l’umanità e ai 100 milioni di morti censiti nel reperto n. 1940?». Nella sala, sguardi accusatori fissano l’imputata.

La Signora Rivoluzionerussa: «Rispondo che che io non ho mai fatto altro che operare per l’emancipazione dell’umanità di cui io sono il prodotto e dico anche che la vostra morbosa contabilità è un’offesa…»

Il procuratore rischia di soffocarsi mentre urla:«Signor Giudice!!! Di chi si prende gioco?». La sua voce troppo acuta infastidisce tutti.

Il Giudice Scortese: «Basta con le interruzioni, per favore. Vi ascoltiamo…»

La Signora Rivoluzionerussa: «Come certo avete fatto anche voi, ho letto il reperto n. 1940. Ho scorso anche quelle copertine di giornali con titoli a tutta pagina a me dedicati, e quegli editoriali insultanti su di me. Ho ascoltato le frasi passate di bocca in bocca al mio riguardo. Ho provato una rabbia gelida quando ho scoperto la fascetta colorata e bugiarda “il comunismo = 100 milioni di morti” che avvolgeva il Libro nero del comunismo, crimini, terrore, repressione, curato dallo storico Stéphane Courtois, qundo venne pubblicato nel 1997. Come risposta, vorrei leggervi un brano del testo redatto da un filosofo, Daniel Bensaïd, uno dei pochi che abbia osato difendermi pubblicamente allora. In un testo intitolato Comunismo contro stalinismo, ritorce contro i miei detrattori:

«Il conto degli autori perviene a 85 milioni. Il punto non è che Courtois si discosti di 15 milioni, ma che manovri in modo losco questi cadaveri: la sua macabra contabilità da grossista, che mescola paesi, epoche, cause e campi, contiene qualcosa di cinico e di profondamente irrispettoso nei confronti delle vittime stesse».

Il effetti, Signor Procuratore, a forza di screditare le cifre quando si fanno stime fantastiche e fuori luogo, si finisce per banalizzare le unità umane al punto di disumanizzare il soggetto di cui si parla. I crimini dello stalinismo parlano da soli nel loro orrore di massa. Inutile gonfiarli, a rischio di perdere ogni credibilità e di finire di parlare a vuoto. Tra improbabili calcoli da farmacista e deformazioni grottesche della storia, c’è il rispetto degli avvenimenti, della loro cronologia e, soprattutto, della vita dei loro attori.»

Il Procuratore Ilfolle: «Volete darci una lezione di Storia! Mi sembra di sognare!»

La Signora Rivoluzionerussa: «Sognate pure, Signor Procuratore, e cercate di realizzare i vostri sogni, invece di crederci semplicemente. Voi vi basate su delle prove, io ho le mie. Accettate che io abbia un difensore. Avete paura dei libri così come degli spettri, Signor Procuratore? Con il vostro permesso, vorrei dunque continuare a portare a conoscenza della corte la dimostrazione lampante di Daniel Bensaïd:

«Nel caso dell’Unione Sovietica, essa approda a un totale di 20 milioni di vittime, senza che si sappia che cosa la cifra nasconda esattamente. Nel suo contributo al Libro nero, Nicolas Werth corregge piuttosto al ribasso le stime approssimative correnti, sostenendo che, in base a dati d’archivio precisi, gli storici valutano oggi a 690.000 le vittime delle grandi purghe del 1936-1938. Già di per sé è una cifra enorme, a parte l’orrore. Egli arriva, inoltre, a un numero di detenuti del Gulag di circa 2 milioni in media all’anno, di cui una quota superiore a quel che non si pensasse ha ottenuto la libertà, sostituita da nuovi arrivi. Per raggiungere il totale di 20 milioni di morti occorrerebbe quindi aggiungere alle cifre delle purghe e del Gulag quelle delle due grandi carestie (5 milioni nel 1921-1922 e 6 milioni nel 1932-1933) e quelle della guerra civile, di cui gli autori del Libro nero non possono naturalmente dimostrare che si tratti di “crimini dello stalinismo”, cioè di uno sterminio deciso a freddo».

Il Procuratore Ilfolle: «Dunque sostenete di non aver ucciso nessuno?»

La Signora Rivoluzionerussa: «Ho ucciso quando mi si aggrediva, solo in quel caso. Era già perfino troppo per la mia coscienza e per la mia anima, ma non avevo scelta!»

Il Procuratore Ilfolle: «Insomma, ci dite di aver agito in situazione di legittima difesa?!»

La Signora Rivoluzionerussa: «Sì’, assolutamente, è proprio il termine giusto. Sareste un ottimo avvocato, Signor Procuratore!»

Il Procuratore Ilfolle: «Il vostro? Mai!»

La Signora Rivoluzionerussa: «Dichiaro qui che coloro che hanno ucciso e massacrato in mio nome, nelle proporzioni che voi evocate, sono usurpatori di identità e infami assassini che hanno infangato la causa. I buoni conti fanno buoni amici, i cattivi fabbricano nemici ritagliati su misura. Queste contabilità da grossista vi fanno gioco, addebitano alle rivoluzioni il passivo delle controrivoluzioni, confondono le tracce, schiacciano la memoria dei vinti. Al di là della disputa sulle cifre, voglio denunciare un’operazione politica che avanza dietro la vostra contabilità da beccamorto: screditare per sempre le idee alternative al capitalismo. Voi, Signor Procuratore, cercate di collocarmi tra le atrocità della Storia e di bollarmi con la stessa etichetta del nazismo. Vorrei così citare…»

Il Procuratore Ilfolle: «Ancora! Siamo ad un processo, Signora, non ad una seduta di lettura!»

La Signora Rivoluzionerussa: «E sia! Mettiamoci allora d’accordo sul fatto che Daniel Bensaïd farà la funzione di avvocato a titolo postumo durante questo processo. Nelle sue opere aveva già avuto occasione di far parlare la Rivoluzione francese (Moi la révolution) ed anche di intessere un dialogo con Giovanna d’Arco (Jeanne, de guerre lasse). Rivolgersi a distanza di tempo a questo tribunale non dovrebbe essere un problema per lui. Allora lascio la parola al mio difensore:

«Che sia legittimo e utile paragonare nazismo e stalinismo non è un’originalità (Trotskij non parlava forse di Hitler e Stalin come di due “astri gemelli”?). Ma paragonare non significa ragionare e le differenze sono altrettanto importanti delle analogie. Il regime nazista ha realizzato il suo programma e mantenuto le sue promesse. Il regime staliniano si è costruito in contrasto con il progetto di emancipazione comunista […] Diluendo nel tempo e nello spazio la storia concreta, spoliticizzandola deliberatamente, per scelta di metodo, quello che resta è soltanto un teatro d’ombre. Allora, non si tratta più di istruire il processo a un regime, a un’epoca, a un carnefice bene individuato, ma a un’idea: l’idea che uccide».

Il Procuratore Ilfolle: «Certi vostri sostenitori, però, si sono mostrati meno recalcitranti e non hanno esitato a riconoscersi colpevoli!»

La Signora Rivoluzionerussa: «Ascoltate fino in fondo le parole del mio avvocato. Avrebbe anticipato la vostra affermazione:

«Il pentitismo va sicuramente di moda. Che Furet, o Le Roy Ladurie, la Kriegel o lo stesso Courtois non siano mai venuti a capo dell’elaborazione del loro lutto, che si trascinino come una palla al piede la propria cattiva coscienza di stalinisti attardati, che la loro espiazione si cuocia al calore del risentimento, riguarda loro. Ma chi è rimasto comunista senza avere mai celebrato il piccolo padre dei popoli né salmodiato il libriccino rosso del grande timoniere, di che cosa pretende che dovrebbe pentirsi, signor Courtois?»

Così, Signor Procuratore, sarebbe prudente diffidare delle generalizzazioni. Inoltre, voi sapete come me che i convertiti più recenti sono anche i più zelanti. Mi ricordo, d’altra parte, della fretta di certi riposizionamenti. Nel 1975, un giovane filosofo, ex-maoista fervente, André Glucksmann, aveva pubblicato un libro intitolato La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento, che aveva fatto molto runore. La sua tesi di fondo consisteva nel far risalire a Marx le origini del sistema totalitario sovietico di Stalin. Questa affermazione era stata immediatamente salutata da Bernard-Henri Lévy in un articolo apparso nel Nouvel Observateur del 30 giugno 1975. La testimonianza di Aleksandr Solženicyn riportata in Arcipelago Gulag (1974) aveva loro, sembrerebbe, aperto gli occhi. Fino ad allora, questi frequentatori di biblioteche avavno avuto probabilmente un divieto di accesso agli scaffali del pensiero critico. Non vedo altre spiegazioni. Altrimenti, come spiegare che l’esistenza di testimonianze antistaliniane, già molto numerose, come le opere impietose di Victor Serge contro la degenerazione staliniana, il racconto di Panaît Istrati (Verso l’altra fiamma) con cui colpiva a fondo l’universo dittatoriale dell’URSS al ritorno dal suo viaggio del 1929, la biografia accusatrice de Boris Souvarine consacrata a Stalin nel 1935, o ancora La Rivoluzione tradita scritta da Lev Trotsky nel 1936, non sia giunta a conoscenza di quegli spiriti “illuminati”. A meno che non abbiano conservato il gusto della selezione ideologica preventiva propria dei loro anni giovanili e del rifiuto delle opere considerate profane. In fin dei conti, la loro controrivoluzione filosofica si mostrava altrettanto settaria quanto la loro idea di rivoluzione! Infarciti di certezze molto simili a quelle del loro passato, si dedicavano ormai a provare che tutto legava Stalin a Lenin, e per conseguenza logica a Marx. In tal modo Marx, che aveva peraltro salutato la Comune di Parigi del 1871 con parole libertarie, venne descritto, in poche settimane, di fronte all’opinione pubblica, come il precursore del burocratismo totalitario e sanguinario che ancora oggi infanga il mio nome. E’ un’ipotesi che sfiora l’assurdo e il delittuoso. Vorrebbe riannodare i fili della storia più volte rotti, in particolare durante gli anni della mia gioventù. Sotto Lenin, se pure ho potuto avere dei dubbi a volte di fronte all’ampiezza della repressione, durante la guerra civile, o al momento della rivolta di Kronstadt nel 1921, per esempio, non mi sono mai sentita messa sotto tutela o in quarantena come mi è capitato in seguito. Con Lenin dialogavo, e lui condivideva d’altra parte la paura che un mostro burocratico si impadronisse di me. Solamente, però, pensava sinceramente che lo sviluppo economico avrebbe permesso alla Russia sovietica di liberarsi del feudalesimo e di sbarazzarsi, così, di quelle che riteneva essere le vestigia del sistema zarista. Si sbagliava di grosso, ed io anche. Non avevamo coscienza di ciò che stava prendendo forma sotto i nostri piedi. Con il partito bolscevico dei primi tempi, a volte sono stata tirata qua e là, ma potevo discutere e nessuna oligarchia mi aveva ancora confiscata, rinchiusa e trasformata in modo grottesco in una feroce dittatura».

Il Procuratore Ilfolle: «Lenin il buono e Stalin il cattivo, conosciamo questo ritornello. Negate l’esistenza dei campi sotto Lenin? Il bagno penale delle isole Solovski non vi dice niente? Volete che vi rinfreschi la memoria?»

La Signora Rivoluzionerussa: «Non serve, Signore. Ho stampati nella memoria i diversi episodi della mia vita, dai più gloriosi a quelli più tragici. Quel penitenziario esisteva effettivamente fin dagli anni Venti, e ci sono stati molti morti, per i maltrattamenti e la fame. Non me lo perdonerò mai. Ma ci tengo ad affermare che quella prigione non era ancora, a quell’epoca, quel luogo di sterminio che è diventato alcuni anni dopo. Visto che avete chiamato in causa la mia memoria, Signor Procuratore, vorrei ora rivolgermi alla vostra consigliandole una lettura che dovreste considerare utile. Si tratta del racconto del monarchico Oleg Volkov, condannato a 28 anni di reclusione e deportato laggiù. La sua testimonianza, Immersione nelle tenebre, non è tenera verso di me, visto che l’autore rivendica il fatto di avermi sempre combattuta. Descrive senza sconti verso di me la sua discesa nell’inferno, le condizioni inumane, le privazioni, le pressioni psicologiche, i morti. Ma, in questa deposizione di accusa, spiega che nulla di quell’inizio fu paragonabile alla “vera notte di San Bartolomeo dell’inverno 1929-1930”, durante la quale i detenuti vennero trucidati in massa. Converrete con me, dunque, che le mie peggiori zone d’ombra non possono mai essere apparentate all’oscurità concentrazionaria che imperversò sotto Stalin.»

Il Procuratore Ilfolle: «Chi può ancora credervi? Non avete più sostenitori?»

La Signora Rivoluzionerussa: «Il capitalismo li avrebbe tutti convertiti, è questo che volete dire? Osservo, Signor Procuratore, che i pentiti che citate sono passati dall’adulazione cieca della falsa idea che si facevano di me alla adorazione chiaroveggente dell’economia di mercato in un tempo record. Li ascolto difendere con il fervore di un tempo e con la stessa presunzione dogmatica il loro nuovo ideale, il capitalismo mondializzato, grande e unico vincitore della Storia. Il “grado di sviluppo definitivo dell’umanità”. Eppure il loro mondo, in crisi “sistemica”, secondo l’espressione di moda, ha rischiato di crollare come un castello di sabbia nel 2007, se il denaro pubblico delle vostre tasse non fosse corso a salvare le banche in fallimento. Anche con i soldi vostri, Signor Procuratore!»

Il Procuratore Ilfolle: «Lasciate stare i conti delle mie tasse, è già troppo pesante per i miei gusti». Nessuno ride questa volta. La sala non reagisce. Il procuratore sembra aver mancato la sua battuta, ora. Imbarazzato dal contesto, riprende immediatamente la sua offensiva «Pensate di cavarvela facendo il processo al capitalismo? Non dimenticate che siete voi l’imputata oggi, e non lui!» Il cronista di Valori del passato, nervoso per la piega assunta dalla discussione, prende meccanicamente il tappo della sua penna e si mette a morderlo, inquieto.

La Signora Rivoluzionerussa: «Un processo di quel tipo, invece, sarebbe un atto di salute pubblica. Il capitalismo genera le ineguaglianze, la barbarie e il caos climatico. Le guerre calde del petrolio hanno preso il posto della guerra fredda e la pace promessa all’inizio degli anni Novanta è oramai solo una lontana illusione. Secondo alcuni io sono una stella spenta, secondo altri uno spettro che continua a spaventarvi, per tutti appartengo al passato. Ma l’infelicità non è affatto morta e imperversa in proporzioni inquietanti…»

Il Procuratore Ilfolle: «Obiezione, vostro onore, l’imputato divaga». Un giovane con indosso una polo nera sulla quale è stampato in bianco “Sogno generale” si alza di scatto e grida «Lasciatela parlare!» prima di essere rapidamente allontanato dalla sala, scortato da due gendarmi.

Il Giudice Scortese: «Ancora manifestazioni di questo tipo e faccio uscire il pubblico. Non siamo a place de la République qui». Alcuni mormorii spaventati si diffondono nelle file del pubblico, ma la calma ritorna.

Il Procuratore Ilfolle: «Sono i vostri crimini, contabilizzati uno ad uno, che sono qui in discussione. Non divagate.»

La Signora Rivoluzionerussa: «Non mi sottraggo a niente né a nessuno. Mi dichiaro non colpevole perché in tutta coscienza mi colloco tra le prime vittime della controrivoluzione staliniana. E vi invito a fare pulizia nella vostra casa piuttosto che tentare di scassinare la porta della mia con un piede di porco. Voi evocate i nostri morti, io vi parlo delle vostre guerre. Nell’aprile del 2015, un gruppo di medici insigniti del premio Nobel per la pace, ha stimato in 1.300.000 il numero delle vittime della “guerra mondiale contro il terrorismo” condotta dalle potenze occidentali dopo l’11 settembre 2001, en Iraq, Afghanistan e Pakistan. Se vi si aggiunge il bilancio della prima Guerra del Golfo del 1990, e il successivo terribile embargo imposto dagli Stati Uniti alla popolazione civile, il totale di queste sole guerre si avvicina a 3 milioni. Perché vorreste che io non utilizzassi queste terribili constatazioni nella mia linea di difesa. D’altra parte, io esco dalle viscere di questo sistema che sopravvive e contro cui mi sono sollevata cento anni fa. Se adottassi la stessa vostra contabilità, sarebbe facile per me redigere, se ne avessi tempo, il libro nero del capitalismo. Ma non basterebbe un secolo. E ne ho già uno sulle spalle. Ognuno dei capitoli di questo libro racconterebbe gli orrori perpetrati e descriverebbe l’infinito dedalo di mostruosità commesse per favorire i profitti e i patrimoni di alcuni: la schiavitù, il colonialismo, le guerre mondiali, gli “interventi chirurgici” omicidi, la miseria del Nord e le carestie del Sud. Sappiate almeno, Signor Procuratore, che nel 2010 un rapporto della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura) riportava che «con la morte di un bambino ogni 6 secondi per problemi legati alla malnutrizione, la fame resta la più grande tragedia e il più grande scandalo del mondo». Chi bisogna incolpare, i pompieri o i piromani?»

Il Procuratore Ilfolle: «La FAO non fa appello a fare la rivoluzione, Signora!»

La Signora Rivoluzionerussa: «Leggendo le sue pubblicazioni, mi viene voglia di farla di nuovo, e subito! Il lavoro salariato, pietra angolare su cui si poggia il sistema che strappa e ruba il plusvalore sulle spalle dei lavoratori per accumulare dividendi, uccide 5.000 persone ogni giorno secondo l’Ufficio internazionale del Lavoro. Secondo l’ONG britanica Oxfam «otto miliardari possiedono tanto quanto la metà più povera della popolazione mondiale, cioè quanto 3,5 miliardi di individui» e il «patrimonio dell’1 % più ricco ha superato quello detenuto dal restante 99 % nel 2015». E dire che uno dei vostri presidenti francesi si era fatto acclamare all’epoca con l’idea che la finanza non avrebbe volto. Eccone 8, con nomi, cognomi e indirizzi.»

Il Procuratore Ilfolle: «Tra le righe suggerite delle rappresaglie?»

La Signora Rivoluzionerussa: «No, lungi da me questa idea. Ma, pensando alle lotte operaie che hanno scosso il vostro paese contro i padroni spaventati in questi ultimi anni, volevo dire, distintamente, che otto sfruttatori, paragonati a miliardi di sfruttati rappresenta una quantità del tutto sequestrabile…»

Il procuratore si alza di scatto e si mette ad urlare: «Si tratta di una intenzione odiosa, una minaccia per l’ordine pubblico, Signor Giudice!»

Il Giudice Scortese: «In effetti, questo motivo si andrà ad aggiungere ai numerosi capi di imputazione che gravano su di voi». Una parte della sala protesta energicamente. Alcuni contestano rumorosamente. Volano i primi insulti.

Il Giudice Scortese: «Silenzio, silenzio…» Il baccano riprende ancora più forte. «Silenzio! Ho detto silenzio!» Dei militanti intonano «Parigi, in piedi, sollevati!».

Il Giudice Scortese: «La seduta è sospesa fino a nuovo ordine. Riprenderemo il processo a porte chiuse, probabilmente nel nuovo tribunale di Parigi che aprirà presto le sue porte».

Dal cellulare che la riconduce verso il carcere, la Rivoluzionerussa scorge furtivamente un edicola di giornali nella quale è esposta una locandina che riproduce la prima pagina del nuovo numero di Valori del passato «Perché la Francia è un paese comunista». «Ah, questi francesi…» dice tra sé e sé, socchiudendo gli occhi.