I bolscevichi e l’antisemitismo

di Brendan McGeever, da Jacobin, traduzione di Fabrizio Burattini

Prime ore del mattino del 25 Ottobre 1917. A Pietrogrado, gli operai prendono possesso di posizioni strategiche nelle strade spazzate dal vento. Nel Palazzo d’Inverno, il capo del governo provvisorio , Alexander Kerensky, aspetta, ansioso, l’auto che permetterà la sua fuga. All’esterno, le guardie rosse hanno assunto il controllo della centrale telefonica. La presa del potere da parte dei bolscevichi è imminente.

Nel palazzo non ci sono né telefono né elettricità. Dalla finestra, Kerensky può vedere il Ponte del Palazzo: è nelle mani dei marinai bolscevichi. Finalmente, una vettura dell’ambasciata americana arriva e Kerensky inizia la sua fuga fuori da Pietrogrado la rossa. Quando l’auto svolta ad un angolo, Kerensky nota una scritta appena tracciata sul muro del palazzo: «Abbasso il giudeo Kerensky, viva il compagno Trotsky!»

A un secolo di distanza, lo slogan conserva tutta la sua assurdità: Kerensky, evidentemente, non era ebreo, mentre Trotsky (Bronstein), lui, lo era. Ciò che rivela quello slogan, in realtà, è il ruolo confuso e contraddittorio giocato dall’antisemitismo nel processo rivoluzionario. Per la maggio parte della letteratura esistente sulla rivoluzione russa, l’antisemitismo è inteso come una forma di «controrivoluzione», terreno di caccia per la destra antibolscevica.

C’è naturalmente molto di vero in questa affermazione: il regime zarista era noto per il proprio antisemitismo, e nella devastatrice ondata di violenza antiebraica successiva alla rivoluzione d’Ottobre (durante la guerra civile del 1918-1921), il grosso delle atrocità è stato perpetrato dalle armate bianche e dalle altre forze che si opponevano al nascente governo sovietico. Ma la storia non è tutta là.

L’antisemitismo attraversava i fronti politici della Russia rivoluzionaria. Trovava aderenti in tutti i gruppi sociali e in tutte le famiglie politiche. In seno al marxismo, il razzismo e il radicalismo politico sono spesso stati considerati incompatibili; nel 1917, però, antisemitismo e risentimento di classe potevano intersecarsi e rivaleggiare come visione del mondo.

Febbraio, una Rivoluzione nella vita ebrea

La rivoluzione di febbraio ha trasformato la vita ebraica. Pochi giorni dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, vennero abolite tutte le restrizioni legali che colpivano gli ebrei. Più di 140 norme, per un totale di migliaia di pagine, vennero abolite dall’oggi al domani. Per segnare quel momento storico, venne convocato un meeting speciale dal soviet di Pietrogrado. Il delegato ebreo che parlò durante il raduno fece immediatamente il collegamento: la Rivoluzione di Febbraio, disse, era paragonabile alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù nell’Antico Egitto.

L’emancipazione formale, tuttavia, non si accompagnava con la sparizione delle violenze antiebraiche. L’antisemitismo aveva radici profonde in Russia, e la sua persistenza nel 1917 fu strettamente legata ai flussi e riflussi della rivoluzione. Durante il 1917, almeno 234 attacchi contro ebrei vennero commessi. Pur totalizzando solo il 4,5 per cento della popolazione, in quell’anno gli ebrei furono vittime di quasi un terzo degli atti di violenza fisica contro le minoranze nazionali.

Fin dalla rivoluzione di febbraio, le voci di pogrom antiebraici circolarono nelle città russe, così tanto che, durante le prime riunioni dei Soviet di Pietrogrado e di Mosca, la questione dell’antisemitismo fu una delle priorità all’ordine del giorno. Durante quelle prime settimane, le reali eruzioni di violenza furono rare.

Nel mese di giugno, però, la stampa ebraica cominciò a fare allusione a «folle di operai» che si riunivano nelle vie e che riservavano un’accoglienza calorosa ai discorsi pogromisti che sostenevano che il Soviet di Pietrogrado sarebbe stato in mano ai «Giudei». I dirigenti bolscevichi furono di fronte a volte a questo tipo di antisemitismo. All’inizio di luglio, transitando in una via, Vladimir Bonch-Bruyevich [1873-1955], il futuro segretario di Lenin, incrociò una folla che apertamente faceva appello al pogrom. Abbassando la testa tirò dritto. Sempre più arrivavano rapporti che riferivano di assembramenti di questo tipo.

In quel momento, il risentimento di classe e le manifestazioni antisemite tendevano a sovrapporsi. Alla fine di luglio, oratori che parlavano di fronte ai manifestanti agli angoli delle vie di Pietrogrado facevano appello a: «schiacciare gli ebrei e la borghesia!» Mentre nel contesto dei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione di febbraio discorsi di questo genere non esercitavano grande attrazione, ora cominciavano ad incontrare un largo seguito. E’ in questo contesto che si riunisce a Pietrogrado [dal 16 giugno al 7 luglio 1917] il Primo Congresso Panrusso dei Soviet degli Operai e dei Soldati.

La questione dell’antisemitismo

Il primo congresso dei Soviet fu una riunione storica. Più di un migliaio di delegati di tutti i partiti socialisti parteciparono, in rappresentanza delle centinaia di soviet locali e di circa 20 milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, nel momento in cui affluivano le notizie di sempre più numerosi incidenti antisemiti, il Congresso pubblicò la dichiarazione che fece il massimo di autorità nel movimento socialista sulla questione dell’antisemitismo.

Redatta dal bolscevico Evgenij Preobraženskij [1886-1937], la risoluzione era intitolata Sulla lotta contro l’antisemitismo. Quando Preobraženskij ebbe finito di leggerla, un delegato ebreo si alzò per dare la propria approvazione senza riserve, per poi aggiungere che essa, benché non fosse in grado di far rivivere gli ebrei assassinati durante i pogrom del 1905, avrebbe aiutato a cicatrizzare certe piaghe che affliggevano ancora la comunità ebraica. Essa fu votata all’unanimità dal Congresso.

La risoluzione riaffirmava essenzialmente la visione socialdemocratica tradizionale: l’antisemitismo era sinonimo di controrivoluzione. Riconosceva, tuttavia, un punto importante: «il grande pericolo» ammette Preobraženskij, «era la tendenza dell’antisemitismo ad impadronirsi di slogan radicali».

Questa convergenza della politica rivoluzionaria e dell’antisemitismo, proseguiva la risoluzione, rappresenta «un pericolo enorme sia per il popolo ebraico sia per il movimento rivoluzionario, dato che essa minaccia di annegare nel sangue fraterno l’intera causa della liberazione del popolo, e di coprire il movimento rivoluzionario di una vergogna incancellabile».

Il riconoscere che antisemitismo e radicalismo politico potevano intersecarsi apre una prospettiva nuova per il movimento socialista russo che, fino ad allora, tendeva a fare dell’antisemitismo una specificità dell’estrema destra. Nella seconda metà del 1917, mentre si approfondiva il processo rivoluzionario, la presenza dell’antisemitismo in seno a frazioni della classe operaia e del movimento rivoluzionario divenne un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La risposta dei Soviet

Verso la fine dell’estate, i soviet intrapresero una vasta campagna contro l’antisemitismo. Il soviet di Mosca, per esempio, organizzò conferenze e meeting nelle fabbriche durante i mesi di agosto e settembre. Nella antica Zona di Residenza [spazio nel quale il potere zarista nell’ovest dell’impero russo segregava gli ebrei], i soviet locali contribuiirono a limitare l’esplosione di pogrom. A Černigov (in Ucraina), a metà di agosto, le accuse dei Centoneri [formazione di estrema destra che fece la sua apparizione durante la rivoluzione del 1905] secondo cui gli ebrei ammassavano il pane provocarono una serie di violenti incidenti antisemiti. Il fatto decisivo fu che una delegazione del soviet di Kiev si assunse il compito di organizzare una milizia locale per mettere fine alle agitazioni.

Il governo provvisorio cercò di organizzare una sua risposte all’antisemitismo. A metà settembre, approvò una risoluzione che si riprometteva di prendere «misure drastiche contro tutti coloro che partecipassero ai pogrom». Una posizione analoga venne adottata due settimane dopo per ordinare ai ministri del governo di usare «tutti i poterei che avevano a disposizione» per mettere fine ai pogrom. Tuttavia, mentre il trasferimento dei poteri a profitto dei Soviet era già in corso, l’autorità del governo provvisorio declinava. Un editoriale del giornale filogovernativo Russkie Vedomosti (La Gazzetta russa) del 1° ottobre traduce bene la situazione: «l’ondata di pogrom cresce e si diffonde […] arrivano quotidianamente montagne di telegrammi […] il governo provvisorio viene scavalcato […] l’amministrazione locale è impotente […] gli strumenti di coercizione si sono esauriti».

Non era la stessa cosa per ciò che riguardava i soviet. Mentre la crisi politica si approfondiva e il processo di bolscevizzazione procedeva, un gran numero di soviet organizzava proprie campagne contro l’antisemitismo. A Vicebsk, una città a 560 chilometri da Mosca, il soviet locale formò un’unità militare all’inizio di ottobre per proteggere la città dai pogrom. La settimana successiva, il soviet di Orel votò una risoluzione per prendere le armi contro ogni forma di violenza antisemita.

Nella Russia orientale, un meeting del Soviet Pansiberiano pubblicò una risoluzione contro l’antisemitismo, che dichiarava che l’esercito rivoluzionario avrebbe preso «tutte le misure necessarie» per impedire ogni pogrom. Tutto ciò testimonia quanto la lotta contro l’antisemitismo fosse radicata all’interno di una parte del movimento socialista organizzato: anche in Estremo Oriente, dove c’erano comparativamente molti meno ebrei e ancor meno pogrom, i soviet locali si identificarono con gli ebrei che soffrivano nelle mani degli antisemiti sul fronte occidentale.

I soviet erano, senza alcun dubbio, divenuti, alla metà del 1917, l’opposizione politica principale nei confronti dell’antisemitismo in Russia. Un editoriale del giornale Evreiskaia Nedelia (La Settimana ebraica) lo colse molto chiaramente: «Dobbiamo ammettere – e dobbiamo riconoscerne i meriti – che i soviet hanno condotto un’energica campagna contro i pogrom. In molti posti è stato solo grazie alla loro forza che è stata ristabilita la pace».

Tuttavia, vale la pena di notare che queste campagne contro l’antisemitismo erano rivolte agli operai delle fabbriche e, a volte, agli attivisti dell’ampio movimento socialista. In altri termini, l’antisemitismo venne identificato come un problema all’interno della base sociale della sinistra estrema, e perfino in settori dello stesso movimento rivoluzionario. Ciò dimostrava, naturalmente, che l’antisemitismo non proveniva semplicemente dagli strati superiori del vecchio regime zarista: aveva, invece, una base organica all’interno di settori di classe operaia e doveva essere affrontato come tale.

Il nemico interno

Per la direzione bolscevica le politiche rivoluzionarie non erano soltanto incompatibili con l’antisemitismo, ma erano diametralmente opposte. Come la Pravda, il principale quotidiano del partito, avrebbe poi titolato in prima pagina nel 1918, «Essere contro gli ebrei significa essere a favore dello zar!». Eppure, sarebbe un errore “leggere” nelle dichiarazioni di Lenin e Trotsky sull’antisemitismo le idee e i sentimenti della base del partito. Come gli eventi del 1917 dimostrarono, rivoluzione e antisemitismo non sempre sono stati in conflitto.

Le cronache dei giornali nel periodo tra l’estate e l’autunno del 1917 rivelano che i bolscevichi locali venivano spesso accusati da altri socialisti di perpetuare l’antisemitismo e persino di dare ospitalità ad antisemiti nella base sociale del partito. Ad esempio, secondo il quotidiano di Georgij Plechanov, Yedinstvo (l’Unità), quando, intorno alla metà di giugno, rappresentanti menscevichi tentarono di tenere un comizio alla caserma Mosca, nella regione di Vyborg a Pietrogrado, i soldati – apparentemente aizzati dai bolscevichi – gridarono al loro indirizzo: «Abbasso! Siete tutti ebrei!». Va chiarito che alla metà del 1917 Plekhanov era ferocemente antibolscevico, sicché questa fonte va presa con le pinze.

Le accuse, tuttavia, erano molto diffuse. Più o meno nello stesso periodo, il giornale menscevico Vpered (Avanti) riferì che a Mosca i bolscevichi fischiarono i menscevichi, accusandoli di essere «ebrei» che «sfruttano il proletariato». Quando, il 18 giugno, centinaia di migliaia di lavoratori scesero in piazza a Pietrogrado, alcuni bolscevichi, stando a quanto venne riferito, strapparono le bandiere del Bund gridando slogan antisemiti. Per tutta risposta, un esponente del Bund, Mark Liber, accusò persino i bolscevichi di essere «a favore dei pogrom».

In ottobre, queste accuse divennero ancor più frequenti. L’editoriale dell’edizione del 29 ottobre di Evreiskaia Nedelia giunse a sostenere che gli antisemiti Centoneri stavano «ingrossando le file dei bolscevichi» in tutto il Paese.

Queste affermazioni erano evidentemente errate. La direzione bolscevica si opponeva all’antisemitismo e la maggioranza dei militanti prese parte allo sviluppo della risposta del partito all’antisemitismo, sia a livello di fabbrica che dei soviet. Nondimeno, l’idea che il bolscevismo potesse essere in qualche modo attraente per antisemiti di estrema destra non era del tutto infondata. Il 29 ottobre, un sorprendente editoriale di Groza (Tempesta), giornale dell’estrema destra antisemita, dichiarava: «I bolscevichi hanno preso il potere. L’ebreo Kerensky, lacchè dei britannici e dei banchieri internazionali, che ha sfacciatamente assunto il titolo di comandante in capo delle forze armate e si è autonominato primo ministro dell’Impero russo ortodosso, sarà spazzato via dal Palazzo d’Inverno in cui ha profanato con la sua presenza i resti del pacificatore Alessandro III. Il 25 ottobre, i bolscevichi hanno unito tutti i reggimenti che si sono rifiutati di porsi agli ordini di un governo composto da banchieri ebrei, generali traditori, rinnegati latifondisti e mercanti ladri».

Il giornale venne immediatamente chiuso dai bolscevichi, ma quello sgradito sostegno allarmò la direzione del partito.

Ciò che preoccupava maggiormente i socialisti moderati rispetto alla capacità dell’antisemitismo e della rivoluzione di sovrapporsi era il modo in cui i bolscevichi mobilitavano le masse e incanalavano il loro odio di classe. Il 28 ottobre, con la rivoluzione in pieno svolgimento, il Comitato elettorale menscevico di Pietrogrado lanciò un disperato appello agli operai della capitale, allertando che i bolscevichi avevano sedotto «i lavoratori ignoranti e i soldati», e che lo slogan “Tutto il potere ai soviet!” si sarebbe facilmente trasformato in quello “Colpite gli ebrei, colpite i commercianti!”. Per il menscevico L’vov- Rogachevsky, la “tragedia” della Rivoluzione russa risiedeva in tutta evidenza nel fatto che «le masse ignoranti (temnota) non sono in grado di distinguere il provocatore dal rivoluzionario, o un pogrom contro gli ebrei da una rivoluzione sociale».

La stampa ebraica faceva eco a queste preoccupazioni. Secondo un articolo in prima pagina pubblicato su Evreiskaia Nedelia, «il compagno Lenin e i suoi seguaci bolscevichi fanno appello al proletariato perché “traduca le sue parole in fatti” (pereiti ot slovo k delu), ma ovunque si riuniscono le masse slave “tradurre parole in fatti” significa, in realtà, “attaccare gli ebrei”».

Però, contrariamente a queste previsioni allarmistiche, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla presa del potere da parte dei bolscevichi, non ci furono pogrom di massa nelle zone interne della Russia. L’insurrezione non si tradusse in violenza antisemitica come era invece stato predetto. Ciò che rivelano gli avvertimenti appena citati è il grado di profondo radicamento del timore che settori della sinistra socialista, che pretendevano di parlare in loro nome, nutrivano per le “masse ignoranti”. E ciò era particolarmente vero per gli intellettuali, che generalmente guardavano con orrore all’idea stessa di rivoluzione proletaria a causa della violenza e della barbarie che pensavano ne sarebbero inevitabilmente scaturite.

Ciò che in questo periodo distinse i bolscevichi fu proprio la loro vicinanza alle masse di Pietrogrado, così temute dall’intellighenzia.

Tuttavia, la sovrapposizione tra antisemitismo e politica rivoluzionaria era reale. Pochi giorni dopo la Rivoluzione d’ottobre, lo scrittore Il’ja Ėrenburg – che sarebbe poi stato uno dei più prolifici e conosciuti autori ebrei in Unione Sovietica – si soffermò a riflettere sugli importantissimi eventi che si erano appena verificati. Il suo racconto costituisce forse la rappresentazione più toccante dell’articolazione tra antisemitismo e processo rivoluzionario nel 1917: «Ieri ero in fila, in attesa di votare per l’Assemblea costituente. C’era gente che diceva: “Chi è contro gli ebrei voti per il numero 5!” [i bolscevichi], “Chi è a favore della rivoluzione mondiale voti per il numero 5!”. Passò il patriarca aspergendo acqua santa e tutti si tolsero il cappello. Un gruppo di soldati che passava di lì iniziò a intonare L’Internazionale al suo indirizzo. Dove mi trovo? O questo è davvero l’inferno?».

In questo impressionante ricordo la differenza tra bolscevismo rivoluzionario e antisemitismo controrivoluzionario sbiadisce. In realtà, il racconto di Ėrenburg prefigura l’inquietante domanda che Isaac Babel porrà nei suoi racconti sulla guerra civile in L’armata a cavallo: «Qual è la rivoluzione, e quale la controrivoluzione?».

Nonostante l’insistenza dei bolscevichi nell’inquadrarlo come un fenomeno puramente “controrivoluzionario”, l’antisemitismo sfuggiva a una categorizzazione così netta e poteva essere riscontrato, in forme estremamente complesse e inattese, entro tutti gli schieramenti politici. Sei mesi dopo, nella primavera del 1918, ciò sarebbe emerso molto più nitidamente, quando i primi pogrom dalla Rivoluzione d’ottobre scoppiarono nell’antica Zona di Residenza. In villaggi e città del nordest dell’Ucraina, come Hluchiv, il potere bolscevico si consolidò attraverso la violenza antisemita da parte dei quadri locali del partito e delle Guardie rosse. Lo scontro dei bolscevichi con l’antisemitismo nel 1918, quindi, era spesso uno scontro con l’antisemitismo della propria base sociale.

Nel ricordare il centenario della Rivoluzione d’ottobre, giustamente la celebriamo come un momento di radicale trasformazione sociale, quando un mondo nuovo sembrava possibile. La rivoluzione, però, va anche ricordata in tutta la sua complessità.

L’antirazzismo ha bisogno di essere continuamente coltivato e rinnovato. Un secolo dopo, mentre combattiamo contro i danni causati dal razzismo a una politica classista, il 1917 può dirci molto su come idee reazionarie possono attecchire, ma anche su come possono essere affrontate e combattute.