Socialismo, democrazia e partito

Riflessioni a proposito della Rivoluzione russa

di Patrick Le Moal, da contretemps.eu, traduzione di Titti Pierini

Il 1917 costituisce uno sconvolgimento senza precedenti nella storia mondiale – se si esclude, certamente, la Rivoluzione francese del 1789-1794 – un momento dal quale ricavare insegnamenti ma, visto che ogni generazione si trova di fronte a problemi nuovi, riprendendo incessantemente un lavoro di assimilazione e di interpretazione delle vicende passate. A questa condizione, la Rivoluzione russa può ancora insegnarci parecchie cose e aiutarci – grazie alle sue realizzazioni, ma anche attraverso i suoi insuccessi – a concepire una trasformazione sociale emancipatrice.

Al fine di fornire alimento alle nostre riflessioni è innanzitutto necessario evitare una storia preconfezionata e rimasticata, che molto spesso tende alla celebrazione ossessiva di gloriosi antenati (del resto, ogni tradizione politica ha i suoi). Dobbiamo piuttosto ritornare al processo rivoluzionario in quanto tale, al movimento di affrancamento e, come dice Eric Aunoble, «restituire il loro ruolo di protagonisti a quanti hanno vissuto quegli avvenimenti, per cercare di recuperare le loro motivazioni ad intervenire».

E soggiunge: «Una ricerca così orientata rispetterebbe non solo l’interesse per il passato, ma anche l’esigenza di concepire la futura trasformazione sociale. È certo scarsamente probabile che la rivoluzione russa ridiventi una sfida politica centrale, giacché il filo della trasmissione militante si è spezzato da tempo. Tuttavia, pur se inattuale, non è affatto diventata anacronistica» (Eric Aunoble, La Révolution russe, une histoire française, Paris, La Fabrique, 2016, p. 197).

L’ampiezza del processo rivoluzionario

Le discussioni sulla Rivoluzione russa si limitano spesso al 1917, se non all’Ottobre di quell’anno, o magari ai “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”.

Questa fase di rivolgimento da un potere ad un altro è indubbiamente decisiva, come vedremo. Altrettanto essenziale, tuttavia, è rendersi conto appieno dell’ampiezza del processo rivoluzionario che scosse la Russia per lunghi anni. La crisi rivoluzionaria del 1917 veniva da lontano, aveva una profondità analoga a quella che ha alimentato la Rivoluzione cinese per tutta la prima metà del XX secolo, o la Rivoluzione francese tra la fine del XVIII secolo e quella del XIX.

Uno storico russo, il barone Boris Nolde (L’ancien régime et la révolution russe, Paris, Armand Colin, 1928 et 1948), avanza l’idea che la rivoluzione del 1917 fosse il completamento della riforma agraria del 19 febbraio 1861, che aveva emancipato i servi privati, organizzato l’assegnazione in loro favore di parte delle terre padronali amministrate da mir (collettività rurali), e che prevedeva che la spartizione delle terre tra contadini e signori andasse periodicamente ridiscussa.

È in quel periodo che fa la sua comparsa il movimento populista (narodnik), convinto che i contadini avrebbero costituito la base del socialismo alla fine di un’implacabile rivoluzione. Questo movimento promuove numerose azioni terroristiche contro l’autocrazia. Secondo Tony Cliff, il tentato assassinio dello zar del 4 aprile 1866 da parte dello studente Dimitri Karakozov potrebbe essere stato il primo atto della rivoluzione. Orlando Figes (La révolution Russe 1891-1924 : la tragédie d’un peuple, Paris, Denoel, 2007, p. 49), da parte sua, ritiene che sia in seguito alla grande carestia del 1891 che il conflitto tra la società che diventava «più urbana, più istruita e più complessa, e un’autocrazia fossilizzata che ne ignorava le rivendicazioni politiche (…), per la prima volta si fece acuto – rivoluzionario a dire il vero». Quanto a Trotsky, egli individua il prologo della Rivoluzione russa nel 1905.

E la fine della rivoluzione la si può indicare nel 1921-’22, al termine della guerra civile, nel 1923 all’esaurirsi dell’ascesa rivoluzionaria in Germania, nel 1924 alla morte di Lenin, o nel momento in cui Stalin assunse il totale controllo del partito?

Senza la pretesa di rispondere a questi interrogativi nello spazio di un articolo, è evidentemente impossibile condensare la Rivoluzione russa nel suo momento di svolta dirompente, tra il febbraio e l’ottobre 1917. L’analisi di questi mesi decisivi è fondamentale, ma è impossibile capire questo periodo senza analizzare i processi in corso da almeno una decina d’anni e senza includervi il seguito della Rivoluzione, perlomeno per tutta la guerra civile.

Il processo rivoluzionario è stato estremamente profondo. L’insurrezione anonima del febbraio 1917 è una sollevazione spontanea. La rivoluzione viene discussa prima della presa del potere di ottobre in riunioni, sui giornali; essa mette in movimento milioni di operai, di soldati, di contadini, che insorgono, si rifiutano di ubbidire, infrangono gli ordini, affermano i propri diritti per anni. Due fra le migliaia di testimonianze illustrano la forza di questa rivoluzione, amplificata dal mescolarsi delle truppe che hanno mobilitato più della metà degli uomini adulti.

Un soldato: «La realtà è che prima ignoravo quanto vivessero bene i ricchi. Qui [al fronte] hanno cominciato ad alloggiarci in abitazioni requisite e ho visto quanto si stava bene; ho visto a terra e sulle pareti tutti i tipi di cose che possiedono; per tutta la casa ci sono cose costose, belle e che non servono a niente. Ora vivrò così, non con gli scarafaggi» (cfr. Eric Aunoble, op. cit., p. 183).

Un capitano: «Tra noi e i soldati c’è un abisso insondabile. Per loro, siamo e rimarremo proprietari terrieri. Per loro, quel che è accaduto non è una rivoluzione politica ma una rivoluzione sociale, di cui sono i vincitori e noi siamo i vinti. Ci dicono, ora che hanno il loro comitato: “Prima eravate i padroni, ora tocca a noi esserlo!”. Hanno l’impressione di avere finalmente la loro rivincita dopo secoli di servaggio…» (cfr. Nicolas Werth, 1917. La Russie en révolution, Paris, Gallimard, 1997, p. 52).

La rivoluzione è un moto di fondo in cui sparisce ogni forma di autorità e che travolge tutti gli strati della società. I soldati disertano a decine di migliaia, i contadini saccheggiano e incendiano le case dei proprietari fondiari, gli operai occupano le loro fabbriche e ne controllano la produzione, nelle periferie dell’impero i popoli si battono per la loro libertà nei confronti dell’imperialismo grande-russo.

Contadini e classe operaia nella rivoluzione

Se il partito bolscevico è riuscito ad arrivare al potere è perché è stato l’unica forza politica ad aver sostenuto quei movimenti plebei, a coinvolgersi completamente nella contestazione di tutte le forme dell’ordine imperiale, e ad indicare uno sbocco politico. Ha fornito una risposta a tendenze di fondo della società russa che intendevano venir fuori dalla guerra e combattere lo sfruttamento e l’oppressione. Quel che avviene nella guerra civile lo dimostra chiaramente. I contadini, che si opponevano – a volte militarmente – all’Armata rossa a causa delle requisizione di viveri, ripassavano dalla parte della rivoluzione non appena ricomparivano le armate bianche che rimettevano subito in piedi il precedente regime di oppressione, con tutte le sue brutalità.

Per dimostrare la natura proletaria della Rivoluzione, si è troppo a lungo occultato il ruolo centrale dei contadini nel processo. La conquista del Palazzo d’inverno e di tutti i punti strategici (stazioni, posta, telegrafo, ecc.) a Pietrogrado rappresenta il punto di rottura, ma il nuovo regime è riuscito a reggersi perché la rivoluzione spazzava via il complesso dell’impero russo. Nella stessa presa del potere a Pietrogrado, il ruolo dei contadini in uniforme è inaggirabile. Sono alcune unità militari, tre unità di marina, due reggimenti, insieme a poche unità di guardie rosse a partecipare all’assalto finale, organizzato dal Consiglio militare rivoluzionario, non una manifestazione di operai. Per questo motivo Marc Ferro valuta che la definizione dell’Ottobre come rivoluzione proletaria non abbia nulla di evidente di per sé (cfr. Eric Aunoble, op. cit., p. 115). Se una simile affermazione provocatoria ha il merito di sottolineare il ruolo dei contadini nel processo, non spiega tuttavia come sia avvenuta realmente la rivoluzione.

Per quanto minoritario nella società russa, il proletariato era l’unica forza sociale, cosciente e organizzata, che potesse offrire una risposta su scala nazionale alla disgregazione dell’insieme della società. Nonostante la loro radicalità, non era la sommatoria delle migliaia di sollevazioni che tentavano di regolare i problemi a casa loro, sulle loro terre, nei loro territori, a poter consentite l’instaurazione di un potere alternativo a quello dello zar e dell’aristocrazia. Occorreva al contempo un progetto basato sull’autorganizzazione delle masse in rivoluzione – soviet, consigli e altre forme autorganizzate – attorno a una forza sociale in grado di dar vita a questo progetto, nel caso specifico il proletariato iper-concentrato in enormi fabbriche situate in alcune città (soprattutto Pietrogrado). Questa recente classe operaia industriale manteneva legami profondi con la campagna, da cui proveniva la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici (il 30% degli operai erano donne). La guerra rafforzò questa vicinanza.
Tutte i proclami erano indirizzati agli operai, ai soldati e ai contadini. Le organizzazioni di massa, i Soviet, erano organizzate su questa base. Era reale l’entusiasmo per la presa del potere da parte dei Soviet, perché soltanto in quel modo si potevano soddisfare le rivendicazioni che riassumevano i bisogni immediati di tutti/e gli/le sfruttati/e e gli/le oppressi/e della Russia: la pace immediata, la terra ai contadini, il controllo operaio, il diritto dei popoli a disporre di se stessi, e la democrazia con la convocazione dell’Assemblea nazionale costituente.

Quando Lenin vuole convincere il Comitato centrale bolscevico a decidere subito l’insurrezione, egli insiste sull’ascesa della rivoluzione in Europa, la situazione militare (il rischio di vedere l’esercito tedesco conquistare Pietrogrado), la maggioranza bolscevica in seno ai Soviet e – elemento non meno importante – l’insurrezione contadina in atto.

È interessante ritornare al riguardo alle critiche rivolte da Rosa Luxemburg ai dirigenti bolscevichi nel 1918, nel suo famoso opuscolo, scritto in prigione, La rivoluzione russa, in particolare nella parte relativa alle due “parole d’ordine piccolo-borghesi” [sulla autodeterminazione delle nazionalità e sulla riforma agraria]. La Luxemburg sostiene che la spartizione delle terre da parte dei contadini non solo non è una misura socialista, ma sbarra la strada che porta al socialismo, accumula davanti alla trasformazione socialista dell’agricoltura difficoltà insormontabili (…) :

«La riforma agraria leninista procura al socialismo un nuovo potente strato sociale di nemici nelle campagne, la cui resistenza sarà molto più pericolosa e tenace di quanto non sia stata quella dei grandi proprietari terrieri aristocratici».

Sostiene inoltre che il diritto dei popoli di disporre di se stessi fornisce «parole d’ordine alla politica controrivoluzionaria». E soggiunge:

«Se ciononostante […] politici così freddi e critici come Lenin, Trotsky e amici loro, refrattari a ogni genere di fraseologia utopistica come “disarmo”, “società delle nazioni”, ecc. a cui riservano solo un’ironica alzata di spalle, hanno fatto di un vuoto slogan della stessa medesima risma il loro cavallo di battaglia, questo è dovuto, ci sembra, a una forma di opportunismo politico. Lenin e compagni calcolavano evidentemente che non esistesse mezzo più sicuro per legare le molte nazionalità straniere dell’impero russo alla causa della rivoluzione, alla causa del proletariato socialista, che garantire loro, in nome della rivoluzione e del socialismo, la più estrema libertà di disporre dei propri destini».

Una politica analoga a quella adottata dai bolscevichi nei confronti dei contadini russi, che pensavano di conquistare grazie alla parola d’ordine della presa di possesso diretta delle terre, legandoli così alla bandiera della rivoluzione e del governo proletario. «In entrambi i casi, purtroppo, i calcoli si sono dimostrati assolutamente errati», è la conclusione.

Rosa Luxemburg mette in evidenza i problemi che porranno le dinamiche ulteriori della rivoluzione. Ma senza riprendere ed avviare la concretizzazione da parte dei bolscevichi delle rivendicazioni di spartizione delle terre e del diritto dei popoli a disporre di sé stessi sicuramente la rivoluzione in Russia sarebbe stata sconfitta molto prima. Dal punto di vista delle masse c’era l’assoluto bisogno di trovare la risposta alle aspirazioni a vivere meglio e senza oppressioni, e le decisioni del nuovo potere offrivano risposta ai bisogni di milioni di uomini e donne impegnati/e in un vasto movimento popolare di emancipazione con sue specifiche dinamiche. L’elemento di forza dei bolscevichi è quello di aver saputo tracciare le vie della Rivoluzione in Russia a partire dalla realtà, concreta ed eminentemente complessa, della società russa, da loro concepita come prologo della rivoluzione mondiale.

Il partito bolscevico come partito di massa

C’è tutta una storiografia che racconta il passaggio del Partito bolscevico da un gruppetto di rivoluzionari di professione a un’organizzazione di massa in poche settimane. In realtà, è un po’ più complicato.

Al momento della fusione del 1906, Pierre Broué riferisce che il Partito operaio socialdemocratico (nel quale i bolscevichi sono in minoranza) raggruppa circa 50.000 iscritti (per l’esattezza Broué calcola 34.000 menscevichi e 14.000 bolscevichi). Si rafforzerà raggiungendo 77.000 membri nel 1907, prime di ripiombare, in seguito all’indebolimento del movimento operaio e alla repressione, a meno di 10.000 iscritti nel 1910. Quando l’organizzazione bolscevica si ricostituisce nel 1916, raggruppa in piena guerra 5.000 militanti. Sono militanti di un’organizzazione che subisce una feroce repressione, con arresti, esecuzioni, che è radicata pressoché esclusivamente nelle città, in un paese di 165 milioni di abitanti, per l’85% rurale. Nel loro ambiente, nelle città industrializzate, i bolscevichi sono in realtà ben lungi dall’essere un gruppo minoritario.

Nella campagna elettorale per l’elezione della Duma, nel 1912, i bolscevichi si muovono intorno a tre parole d’ordine (le “tre balene”, in riferimento alla leggenda russa secondo cui il mondo è sorretto da tre balene), che traducono le principali rivendicazioni del proletariato e dei contadini russi: “Repubblica democratica”, che pone il problema del rovesciamento dello zarismo; “giornata lavorativa di 8 ore”; e “confisca delle terre dei grandi proprietari”, che pone il problema della riforma agraria.

Il meccanismo elettorale, a due livelli, prevede elezioni per vari strati della popolazione, in certe città con voti per “curie” operaie [curia o classe: proprietari terrieri, abitanti delle città, contadini]. I bolscevichi conquistano 6 (San Pietroburgo, Mosca, Kostroma, Vladimir, Kharkov e Ekaterinosmav) delle 9 curie operaie che raggruppano, secondo Badaev, un milione di operai (Aleksei Badayev, The Bolsheviks in the Tsarist Duma). Lo stesso autore sostiene che «i bolscevichi rappresentano almeno i tre quarti degli operai rivoluzionari», che «i bolscevichi hanno ottenuto i voti degli operai cinque volte superiori a quelli menscevichi». Orlando Figes (La révolution Russe 1891-1924 : la tragédie d’un peuple, Denoel, 2007, p. 325) aggiunge che, nel 1914, i bolscevichi «avevano assunto il controllo di tutti i maggiori sindacati di Mosca e di San Pietroburgo. Creato nel 1912 , soprattutto con l’appoggio finanziario di Gorki, il loro giornale, la Pravda, aveva la diffusione più forte di tutta la stampa socialista, con circa 40.000 copie acquistate ogni giorno da operai, che lo leggevano a vari altri lavoratori».

Alla vigilia della Prima Guerra mondiale, il Partito bolscevico era dunque maggioritario nel movimento russo, sia dal punto di vista elettorale, come abbiamo appena visto, sia da quello della stampa, del movimento sindacale e del numero di iscritti. Ernest Mandel cita un’inchiesta di Emile Vandervelde, acerrimo nemico dei bolscevichi, inviato in Russia per conto dell’Ufficio Socialista Internazionale agli inizi del 1914, che ammette che i bolscevichi erano maggioritari da ogni punto di vista nella classe operaia russa.

Pietrogrado, centro politico ed economico della Russia, rappresenta la piazzaforte bolscevica, una città industriale di 2,7 milioni di abitanti con 390.000 operai di fabbrica e una guarnigione di circa 300.000 uomini, cui vanno aggiunti i 30.000 marinai di Kronstadt.

Subito dopo la rivoluzione di Febbraio 1917, mentre il paese è ancora in guerra, i vari autori ritengono che i bolscevichi organizzino 10.000 militanti. Alexander Rabinowitch scrive che erano 2.000 a Pietrogrado. L’avanzata è poi molto rapida: secondo Pierre Broué, nell’aprile 1917 sarebbero 79.000, 15.000 dei quali a Pietrogrado; nel luglio, 170.000, di cui 40.000 a Pietrogrado. Alexander Rabinowitch fornisce la cifra di 32.000 a Pietrogrado alla fine di giugno, cui aggiunge 6.000 membri dell’organizzazione militare bolscevica.

Ad ogni modo, 2.000, poi 15.000, 30-40.000 a Pietrogrado, su una popolazione operaia di 400.000 persone e una guarnigione di 330.000 uomini, significa che si tratta di un partito di massa, che organizza effettivamente la larga maggioranza degli operai che lavorano nei grandi centri industriali della città, ad esempio l’immensa fabbrica di armi Putilov (oltre 30.000 operai) e le fabbriche di varie migliaia di lavoratori dei quartieri operai di Narva e Vyborg (Mettalist 8000, Erikson, Novy Lessner, Renault, ecc.). Al centro di un oceano contadino, queste città proletarie sono isolotti in cui i bolscevichi, prima come militanti del POSDR poi come bolscevichi, organizzano effettivamente gli operai da parecchi anni e sono maggioritari in numerosi settori decisivi quando scoppia la Rivoluzione del 1917. In questo partito, che svolge un ruolo centrale in tutte le lotte sociali e politiche, entrano militanti a decine, poi a centinaia di migliaia.

Questo spiega la crescita dei voti a favore dei bolscevichi nel corso del 1917. Tra il primo Congresso dei soviet del giugno e il secondo di ottobre 1917, la frazione bolscevica si moltiplica per tre. All’inizio del Congresso dei soviet di ottobre, 300 delegati su 670 sono bolscevichi (cfr. Alexander Rabinovitch, op. cit), più della metà di quelli dei Socialisti rivoluzionari (193) sono SR di sinistra e una cinquantina non hanno alcuna affiliazione. I bolscevichi sono maggioritari insieme agli SR di sinistra e dirigono il Presidium.

Ritorniamo sulla burocratizzazione dei soviet e del Partito bolscevico

Secondo Marc Ferro, la burocratizzazione è consustanziale all’auto-organizzazione. Osserva in effetti che i soviet, i consigli di fabbrica, la guardia rossa, ecc. si dotano spontaneamente di un pesante apparato amministrativo, e che la crescita numerica e la funzionarizzazione dei membri dei consigli sono estremamente rapide, anche prima dell’Ottobre 1917. Ogni organismo tenta di imporsi, alcuni praticano il terrore e, sullo sfondo della tradizione del funzionariato ereditato dallo zarismo, hanno una «concezione del processo decisionale piuttosto lontana dai canoni della democrazia, anche diretta, anche selvaggia» (cfr. Eric Aunoble, op. cit., p 116-117).

Lo storico Claudio Sergio Ingerflom ritiene che

«i tratti del potere comunista generalmente associati al totalitarismo siano in effetti un retaggio della Russia zarista: una società troppo frammentata perché esista una reale lotta di classe; troppo polarizzata nel rapporto individuo/autocrate perché si formi il cittadino, troppo violenta per consentire il confronto democratico delle idee (…); distinto dalla società grazie alla rigida selezione dei suoi membri, ma che interviene su di essa, il partito riproduce a una scala più vasta le tare del modo di funzionamento autocratico, e la sua presa del potere a favore della rivoluzione è certo il segno della mancanza di maturità della società» (citato da Eric Aunoble, Ibid., p 165).

Queste diverse analisi meritano che ci si soffermi su di esse, nella misura in cui rispondere a questi interrogativi è fondamentale per definire un progetto di emancipazione; non solo le conseguenze della degenerazione della Rivoluzione russa in dittatura staliniana sono sempre là, specie in forma di delegittimazione delle idee comuniste, ma anche perché, visto che le medesime cause producono i medesimi effetti, i futuri movimenti rivoluzionari dovranno sicuramente affrontare il pericolo della burocratizzazione.

L’assenza di una società democratica, con tradizione di scambi in contrapposizione, di polemiche, di regolamentazioni delle divergenze, di elaborazione di decisioni maggioritarie o consensuali, incluso in frange limitate della popolazione, prima della rivoluzione è indiscutibile, così come lo è l’estrema violenza della società zarista. I massacri della guerra civile sono condivisi da tutti gli eserciti e tante delle pratiche rimproverate ai bolscevichi erano moneta corrente sotto lo zarismo.

La violenza della guerra civile era accentuata ancora di più dalla Prima Guerra mondiale che, in Russia come in tutte le società, comportò la “brutalizzazione” dei rapporti umani (Mosse). Viceversa, è assai più discutibile l’idea, avanzata spesso, che il Partito bolscevico si distinguesse dalla società grazie all’accurata selezione dei suoi membri e riproducesse, su scala più ampia, le tare di fondo del funzionamento autocratico. Viene frequentemente ripresa dalle correnti anarchiche, per le quali il potere bolscevico è paragonabile, se non identico, ad altre forme di potere gerarchico.

La selezione dei militanti bolscevichi prima del febbraio 1917 è un dato reale. Impegnarsi in quel partito con i rischi in cui si incorre richiede una determinazione e una motivazione indiscutibili. È implacabile la repressione di qualsiasi movimento sociale: in totale, il regime zarista avrebbe giustiziato 15.000 persone, ne avrebbe ammazzate o ferite perlomeno 20.000, e deportate o esiliate 45.000 tra metà-ottobre 1905 e aprile 1906. Nel 1917, il militante bolscevico ha trascorso mediamente nelle galere zariste o in esilio circa quattro anni della sua vita (cfr. Orlando Figes, op. cit.).

Non si tratta più dello stesso tipo di selezione per gli oltre 150-200.000 militanti che vi entrano nel 1917. Di questi, molti vi entrano e ne escono, vi rimangono o vi rientrano, ecc. Il partito è ad immagine della società russa delle città e degli eserciti, ad immagine del proletariato. Ad esempio, Patrichenko, colui che nel marzo 1921 diventerà il presidente del Comitato rivoluzionario provvisorio durante la rivolta di Kronstadt, ha aderito al Partito bolscevico nel 1919, per poi abbandonarlo. Nel marzo 1919, Pierre Broué stima che gli aderenti al partito fossero 250.000. Diventarono 610.000 un anno dopo, e 730.000 nel marzo 1921!

Nel corso dell’ascesa rivoluzionaria, il Partito bolscevico è un partito vivace, con all’interno accesi dibattiti, importanti divergenze e una democrazia vitale. L’opera di Alexander Rabinovitch ne mette in risalto la vitalità, la libertà di espressione, incluso nei momenti più decisivi: giornate di Luglio, insurrezione d’Ottobre, Conferenze dei consigli di fabbrica, accordi di Brest-Litovsk, ecc. Purtuttavia, uno studio del 1919 (cfr. Pierre Broué, op. cit., p. 131) mostra il rapido sviluppo del partito e l’avanzare della sua burocratizzazione. In quel momento la vittoria del Partito bolscevico non è garantita, i suoi iscritti non sono ancora gli arrivisti che, una volta assicurata la vittoria, verranno ad ingrossare le file di un partito ormai diventato partito unico. Rimane il fatto che la formazione politica e la cultura marxista dei nuovi membri è debolissima, per non dire inesistente, con solo il 5% degli iscritti che ha ricevuto un’istruzione superiore e l’8% un’istruzione secondaria.

Nel 1919, il 50% dei militanti hanno meno di 30 anni e solo il 10% più di 40. Secondo Victor Serge, «la vecchia guardia del partito è annegata dal numero: nel 1919, solo l’8% dei membri del partito sono entrati prima del Febbraio 1917, il 20% prima dell’Ottobre». La loro origine sociale è chiaramente proletaria: il 15% appartiene ai “contadini”, il 14% agli “intellettuali”, il 18% sono “impiegati” e il 52% “operai” (di cui solo l’11% occupati nell’industria). In effetti, «il 53% lavora a vari livelli dello Stato sovietico, l’8% nell’apparato dei funzionari del partito e dei sindacati; il 27%, infine (…) presta servizio nell’Armata rossa, per la maggior parte come ufficiali e soprattutto commissari. Di fatto, la schiacciante maggioranza degli iscritti al partito esercita funzioni di autorità e ha, a vario titolo, ruoli di governo».

Così, fin dal 1919, essere membri del partito significa dirigere, avere autorità. Al tempo stesso, il partito riflette ancora la società, in una rivoluzione che prosegue nelle forme estremamente violente della guerra civile. Al momento della rivolta di Kronstadt, la maggioranza dei membri del Partito bolscevico dell’isola lo lasciano. Ci sono tendenze politiche, correnti d’opposizione all’interno fino al 1921, il che dimostra che il legame con la realtà sociale si conserva nonostante una burocratizzazione non più soltanto strisciante.

A partire dal Congresso del marzo 1921, quello dello schiacciamento di Kronstadt, dell’introduzione della NEP e del divieto delle frazioni costituite nel partito, l’apparato ha mano libera. Il Comitato Centrale si riunisce solo ogni due mesi e l’Ufficio Politico viene ridotto a 7 membri. La Segreteria del Comitato Centrale controlla l’Ufficio destinazioni, creato nel 1920 durante la guerra civile per organizzare il trasferimento di comunisti nei settori nevralgici e che acquista sempre maggiore importanza: nomina, sostituisce responsabili, assegna gli iscritti ai principali posti sulla base di “raccomandazioni”, quindi dall’alto.

Vengono così nominati dirigenti che non rispondono più al cospetto degli iscritti, ma alla Direzione del Partito. Per farlo capir bene a chi recalcitra, all’indomani del Congresso del 1921, 136.835 membri saranno espulsi (allora il partito contava 730.000 iscritti): l’11% per indisciplina, il 34% per inattività, il 25% per delitti minori (ubriachezza o carrierismo) e il 9% per fatti gravi. Se in questa prima purga vengono eliminati militanti dubbiosi, è chiaro che la direzione impone il proprio predominio. All’epoca, i militanti di prima dell’ottobre rappresentano soltanto il 2% degli iscritti.

L’adesione di oltre 200.000 membri della leva “Lenin”, nel 1924, dopo la morte di quest’ultimo, completa il processo:

«Non si tratta più dell’adesione entusiastica e convinta di operai conquistati da altri militanti, e neanche di quella di ambiziosi costretti per forza di cose a fare le loro prove e a dimostrare capacità e dedizione, ma di un reclutamento semiufficiale, effettuato nel quadro delle fabbriche, sotto la pressione di segretari che sono delle autorità e che non mancano di strumenti di pressione per fare aderire al partito unico lavoratori soprattutto preoccupati per i loro problemi quotidiani e spinti dalla necessità di conservare il posto di lavoro (…); il 57% di analfabeti costituiscono nelle mani dell’apparato una docile massa di manovra» (cfr. Pierre Broué, op. cit., p. 200).

Non tutto era ineluttabile!

Quattro anni di guerra (circa 5 milioni di morti), seguiti da 3 anni di guerra civile (4,5 milioni di morti e 2,5 milioni di esuli), lasciavano un paese devastato, ridotto in buona parte a un campo di macerie. L’isolamento della Rivoluzione in un paese economicamente così arretrato rendeva impossibile costruire il socialismo, una società senza classi, e il fallimento della rivoluzione tedesca nel 1923 probabilmente ha costituito il momento di arresto del periodo apertosi nel 1917.

Nel luglio 1947, nel suo scritto A trent’anni dalla Rivoluzione russa, Victor Serge constata la vittoria della controrivoluzione in Unione sovietica, dopo la lotta della generazione rivoluzionaria al totalitarismo dal 1927 al 1937:

«I bolscevichi si sono sbagliati circa la capacità politica e l’energia delle classi operaie d’Occidente, in primo luogo di quella tedesca. Questo errore del loro idealismo militante comportò le conseguenze più gravi. Persero il contatto con le masse occidentali. L’Internazionale comunista divenne un’appendice dello Stato-Partito sovietico. La dottrina del “socialismo in un solo paese” nacque alla fine dalla delusione. A loro volta, le stupide e addirittura scellerate tattiche dell’Internazionale stalinizzata facilitarono il trionfo in Germania del nazismo».

Parecchi autori, fautori o nemici della rivoluzione in Europa, riprendono questa analisi.
Le sconfitte subite dalle rivoluzioni in Europa, in particolare da quella tedesca, ebbero innegabilmente un ruolo centrale sul processo rivoluzionario, anche se questo non dovrebbe dispensare dal riflettere sulle domande sorte nel corso di questo processo, e dal grado di pertinenza delle risposte date di fronte ad ognuno dei possibili bivi. Non tutto era ineluttabile! L’isolamento non può spiegare l’intera storia a partire dalla metà degli anni Venti, la politica bolscevica nella Terza Internazionale, il suo ruolo nella rivoluzione tedesca, la rivoluzione cinese del 1927, le conseguenze del “terzo periodo” e poi della politica di fronte popolare, l’assassinio della rivoluzione spagnola, per non parlare dell’intesa Hitler-Stalin nel 1939!

Vi furono anche determinate scelte politiche. Il destino della Rivoluzione è stato il frutto di condizioni oggettive, ma anche dell’operato del Partito bolscevico, soprattutto delle decisioni della sua direzione. In ciascuna situazione non esisteva una sola risposta, quella alla fine adottata dalla direzione del Partito bolscevico.

All’inizio della fase rivoluzionaria, ogni decisione si prendeva dopo discussioni a volte animate, per non dire violente. Ora, più passa il tempo, più il dibattito democratico all’interno stesso del partito scompare, e ancor più nell’insieme della società. Ora, come aveva già insistito Rosa Luxemburg nel suo opuscolo sopra citato, una rivoluzione è destinata a degenerare se si soffoca la vitalità politica delle masse: regredisce o si spegne.

Non si tratta oggi di giudicare ma, alla luce dell’ulteriore sviluppo, della restaurazione in forze del capitalismo in Russia senza opposizione dei proletari (quegli stessi che si presupporrebbe che detenessero il potere…), per tutti/e coloro che sostengono un progetto rivoluzionario di emancipazione è indispensabile mettere a fuoco con precisione scogli ed errori che hanno negativamente minato la Rivoluzione russa; per dirla in altri termini: le scelte politiche che hanno potuto facilitare il processo di degenerazione anziché combatterlo. La politica ha una incidenza sul corso storico, specie per partiti che vi svolgono un ruolo centrale.

Lo stravolgimento del 1921

Molti/e militanti collocano lo stravolgimento al momento della repressione della rivolta di Konstadt. È il caso di Victor Serge o di anarchici legati alla Rivoluzione, ad esempio Emma Goldman. Questa repressione, seguita dall’adozione immediatamente successiva, con la NEP, dell’essenziale delle rivendicazioni degli insorti, evidentemente pone un problema, poiché complessivamente la guerra civile era ormai vinta, anche se sussistevano alcune sacche in mano a gruppi controrivoluzionari che praticavano la guerriglia.

La smobilitazione di quasi la metà degli effettivi dell’Armata rossa (cfr. Paul Avrich, Kronstadt 1921, Res Gestae, 2012) rinvia ai rispettivi villaggi 2,5 milioni di uomini, che ingrossano a volte le file di alcune di queste guerriglie. Riaffiora l’iniziativa sociale, al punto che lo spettro di un’enorme sollevazione contadina comincia a ossessionare il governo. Nel febbraio 1921, «La Ceka conta non meno di 118 distinti movimenti in diversi punti del paese» (cfr. Paul Avrich, op.cit.), che mobilitano migliaia di contadini. Nelle città imperversano la carestia, la disoccupazione (a Pietrogrado non restano più di un terzo degli operai di prima della guerra), le malattie, il tifo e addirittura il colera. Monta il malcontento contro questa miseria, l’irreggimentazione degli operai, la “militarizzazione del lavoro” instaurati nel quadro del “comunismo di guerra”.

Queste tensioni si riflettono nei dibattiti del Partito bolscevico. L’“opposizione operaia”, animata da Alexandra Kollontaj e da Alexandr Šljapnikov, propone di consegnare ai sindacati la direzione dell’economia e, di fatto, quella dello Stato. Viene denunciata dalla maggioranza come “deviazione anarco-sindacalista”.

In molte delle lotte sociali riappariva contro i bolscevichi la parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet”. Nel febbraio 1921, si sviluppano a Mosca riunioni, scioperi e manifestazioni operaie. L’ordine viene ristabilito dalle truppe regolari e dai cadetti dell’Armata rossa. Comincia allora un’ondata di scioperi tra i più duri a Pietrogrado. Il comitato di difesa creato dal Partito bolscevico denuncia i “fannulloni”, gli “egoisti”, i “provocatori”, quando non si tratti di spie inglesi, francesi e polacche.

Tutte le fabbriche entrano in sciopero, incluso quanto resta delle officine Putilov (6.000 operai). I loro obiettivi sono sempre più politici: si contesta il potere dei comunisti, si sostiene la restaurazione delle libertà, si arriva fino a promuovere la parola d’ordine menscevica di elezione della Costituente. Il governo cede sulle rivendicazioni economiche, distribuisce razioni alimentari, autorizza rifornimenti diretti alle campagne per far cessare il movimento. È allora che comincia la rivolta di Kronstadt.

Dopo 3 anni di guerra civile, sono ricomparse le lotte sociali e politiche, le masse si sono rimesse in movimento. La risposta del potere bolscevico, lungi dal basarsi su di esse per ravvivare la democrazia operaia, il potere di coloro che stanno in basso, è quella del comunismo di guerra, la mobilitazione dei reggimenti fidati, dei cadetti dell’Armata rossa, dei comunisti.

Durante la guerra civile, ogni lotta politica è diventata lotta militare; la società è stata dilaniata, lo Stato si è disgregato, con il Partito bolscevico che resta l’ultima istituzione solida. Il comunismo di guerra ha costruito una forma di potere autoritario accentrata intorno a un poderoso apparato militare e poliziesco, rapidamente colpito da una degenerazione burocratica. Sarà questo potere a schiacciare la rivolta di Kronstadt. Trotsky, l’organizzatore dell’Armata rossa, favorevole alla repressione di Kronstadt, critica la decisione presa contemporaneamente di sopprimere le frazioni in seno al partito. Ma si può isolare dal resto questa decisione?.

Per tutto il processo rivoluzionario sono apparsi nel Partito bolscevico movimenti di opposizione interna (i comunisti di sinistra nel 1918, l’opposizione militare nel 1919, l’opposizione operaia dal 1919 al 1922, i centralisti democratici nel 1920-1921), che rimproverano tutti ai dirigenti di soffocare la base in nome di un centralismo asfissiante, a partire da preoccupazioni e posizioni molto diverse. Il divieto di qualunque posizione differente da quella della direzione è effettivamente un salto di qualità. Ha tutta la sua importanza, ma non si può dissociare dalla decisione, presa nello stesso momento, di reprimere un movimento sociale.

Ernest Mandel propone un’analisi critica dell’orientamento bolscevico sulla questione del divieto dei partiti sovietici:

«Il divieto dei partiti sovietici, come quello delle frazioni interne al partito di governo che ne conseguì logicamente (ogni frazione è infatti un potenziale altro partito) erano sicuramente concepiti come misure provvisorie […] Dobbiamo porre un’altra questione, più generale: quali sono state le conseguenze delle teorie avanzate per giustificare simili divieti. […] Riteniamo che queste giustificazioni teoriche abbiano causato ben più danni, a più lunga scadenza, delle misure stesse».

La Costituente e il problema della democrazia socialista

Prima della guerra civile, in vari dibattiti era già stata posta la questione dei rapporti del Partito bolscevico con il potere popolare, la democrazia dal basso. La più celebre, quella promossa da Rosa Luxemburg al momento dello scioglimento dell’Assemblea costituente.

Nell’opuscolo sopra citato, La rivoluzione russa, essa sostiene ardentemente il bolscevismo e la rivoluzione come «un enorme passo avanti sulla via del regolamento finale dei conti tra il Capitale e il Lavoro nel mondo intero». Rosa non critica lo scioglimento in sé dell’Assemblea costituente, che rifletteva nella sua composizione l’immagine di un passato superato, e quindi «bisognava farla finita con quella Costituente invecchiata, nata morta». Propone invece di «convocare subito al suo posto un’assemblea espressa dalla Russia rinnovata e più avanzata». E prosegue:

«Invece di questo, dall’inadeguatezza specifica dell’Assemblea costituente riunita in ottobre, Trotsky ricava, anzi generalizza, l’assoluta inutilità di qualunque Assemblea costituente in genere e si spinge addirittura a negare il valore di qualsiasi rappresentanza popolare emersa da elezioni generali in periodo rivoluzionario». «Lenin dice: lo Stato borghese è uno strumento di oppressione della classe operaia, quello socialista uno strumento di oppressione della borghesia. Esso sarebbe per così dire uno Stato capitalistico posto sulla testa. Questa concezione semplicistica astrae dalla cosa più essenziale: il dominio di classe borghese non aveva bisogno di alcuna istruzione ed educazione politica delle masse popolari, perlomeno non oltre certi ristretti confini. Per la dittatura proletaria essa è l’elemento vitale, l’aria senza la quale non può sussistere». […] La libertà solo per i seguaci del governo, solo per i membri di un partito – per numerosi che possano essere – non è libertà. La libertà è sempre unicamente libertà di chi la pensa diversamente […]. L’errore fondamentale della teoria leninista-trotskista è appunto quello di contrapporre, esattamente come Kautsky, dittatura e democrazia. […] La democrazia socialista comincia contemporaneamente alla demolizione del dominio di classe e alla costruzione del socialismo […] Essa non è null’altro che dittatura del proletariato. Certo, dittatura! […] Ma questa dittatura deve essere opera della classe, e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe, vale a dire deve uscire passo passo dall’attiva partecipazione delle masse, stare sotto la loro influenza diretta, sottostare al controllo dell’opinione pubblica, emergere dalla crescente educazione politica delle masse popolari».

L’analisi della Luxemburg è su questo del tutto lungimirante. Le critiche di questo testo, non concluso per la morte dell’autrice, tengono conto delle difficoltà che deformano «ogni politica socialista pur animata dalle migliori intenzioni». A partire dalla realtà del processo rivoluzionario, ha ragione su due punti fondamentali per qualsiasi processo di emancipazione. La dittatura del proletariato e il processo grazie a cui la maggioranza della popolazione, gli/le sfruttati/e e gli/le oppressi/e, impongono agli ex proprietari le decisioni indispensabili per la società in generale, sono cosa ben lontana dalla dittatura del partito, anzi il contrario.

E, se oggi è diventato impossibile utilizzare quest’espressione di “dittatura del proletariato” senza suscitare il timore che il progetto socialista non sia un progetto democratico per il complesso della società, è a causa di questa inversione di fatto operata dai bolscevichi, con l’idea che, essendo maggioritari nel proletariato, fossero legittimati a dirigere lo Stato “in nome del proletariato”. Un partito, per forte che sia, non può da solo esercitare il potere in maniera democratica.

Le organizzazioni politiche sono importanti per organizzare, formalizzare prospettive globali. La pluralità di queste strutture è essenziale per ogni prospettiva democratica. Non esiste alcuna classe, alcuna società, in cui vi sia un pensiero unico. Di conseguenza, le opinioni diverse devono potersi esprimere liberamente, l’indipendenza dei sindacati e dei partiti devono potersi organizzare liberamente, l’indipendenza dei sindacati e dei partiti dallo Stato va garantita perché il confronto sociale produca una «crescente educazione politica delle masse popolari», e perché il socialismo sia realmente la forma sociale e politica di coloro stanno in basso.

Il soffocamento del controllo operaio

I dibattiti sul controllo operaio illustrano il rapporto del potere bolscevico con l’autorganizzazione, incluso dei lavoratori ritenuti la classe motrice della rivoluzione.
La Rivoluzione d’Ottobre non si è basata soltanto sull’auto-attività della classe operaia, essa ha anche liberato una notevole energia. I consigli di fabbrica, eletti direttamente dai lavoratori, rivendicano il diritto di partecipare in forma regolare e decisiva, alla gestione delle fabbriche. Nei due mesi successivi alla presa del potere, di fronte al tracollo economico, intendono spingersi oltre, trasformare il sistema. Ma chi avrà il potere di gestione: i lavoratori nelle proprie fabbriche con le loro organizzazione, o lo Stato centrale?

Certuni ritengono che il controllo vada costruito dal centro, a partire da un’agenzia di pianificazione nazionale e in base a un piano nazionale la cui esecuzione sarebbe supervisionata dai consigli di fabbrica. Rifiutano di attribuire poteri autonomi ai consigli di fabbrica, ritenendo questo una deviazione anarchica che favorisce gli interessi particolari di una singola fabbrica a spese di quelli dell’insieme della classe operaia.
Ma i militanti dei consigli di fabbrica e i lavoratori che rappresentano non erano spinti né da considerazioni anarchiche né contrari a una regolamentazione centrale. Volevano il potere di gestione. Nell’opuscolo “Dal controllo operaio alla gestione operaia dell’industria e dell’agricoltura”, pubblicato nel 1918, il bolscevico I. Stepanov pone in rilievo questa dinamica:

«Le condizioni erano tali che il consigli di fabbrica divennero i soli padroni delle imprese. Era il risultato dell’intero sviluppo della nostra rivoluzione. Era l’inevitabile conseguenza della lotta di classe in pieno sviluppo. Il proletariato però pencolò in questo senso solo quando ve lo spinsero le circostanze. Non doveva fare altro se non quello che, nella situazione di allora, gli era impossibile non fare».

Il primo progetto di regolamento sul controllo operaio scritto da Lenin tra il 26 e il 27 ottobre 1917 prevedeva:

«il controllo operaio esercitato da tutti gli operai e da tutti gli impiegati dell’impresa, sia direttamente se questa è abbastanza piccola per consentirlo, sia dai rappresentanti eletti direttamente in assemblee generali. Con un verbale delle elezioni e la comunicazione al governo e ai Soviet locali dei deputati operai, dei soldati e dei contadini del nome degli eletti».

Al momento della discussione, si propone di sostituire gli organismi di controllo operai sorti spontaneamente con organismi governativi, di introdurre il controllo operaio solo nelle grandi officine e fabbriche o nelle ferrovie. Il testo finale del decreto pubblicato il 16 novembre 1917 mantiene formalmente la linea iniziale, ma non c’è più il riferimento all’esercizio diretto del controllo ad opera degli operai stessi nelle piccole fabbriche, che avverrà solo con «organismi eletti, come i consigli di fabbrica e di reparto, come i consigli di anziani». Inoltre, un decreto del 14 dicembre del 1917 istituisce un Soviet supremo dell’economia, incaricato di coordinare e unificare le attività dei consigli locali.

Nel gennaio 1918 si riunisce il Congresso dei sindacati, con delegati bolscevichi, menscevichi e socialisti rivoluzionari: Adotta un testo tendente a svuotare di qualsiasi contenuto il decreto sul controllo operaio.

«Perché il controllo operaio possa apportare il massimo dei vantaggi al proletariato, occorre respingere una volta per tutte qualsiasi idea di disperdere questo controllo dando agli operai delle fabbriche il diritto di prendere decisioni con valore operativo su questioni che riguardano la vita stessa delle loro fabbriche». I consigli di fabbrica devono operare «sulla base di un piano formulato dalle istanze superiori del controllo operaio e degli organi che decidono dell’organizzazione dell’economia»; infine, occorre rendere «chiaro ai loro delegati che il controllo non significa il trasferimento delle imprese agli operai, costituendo soltanto il primo passo verso la socializzazione» (cfr. Marc Ferro, Des soviets au communisme bureaucratique, p. 198).

Quando si comincia a costituire gli organismi di pianificazione, a partire dal giugno 1918, si verificano scontri in cui si contrappongono ai consigli di fabbrica, i quali sostengono “il loro interesse di campanile”, impiegando particolare zelo, spirito d’iniziativa e creatività nella difese delle rispettive fabbriche. Ma il degrado economico ha conseguenze disgreganti sui consigli di fabbrica: tra gennaio e giugno del 1918, a Pietrogrado, il numero dei salariati occupati è passato da 340.000 a 145.000! L’ossequio al volere dei dirigenti prenderà piede rapidamente, in certo modo per difetto, con la guerra civile, la disorganizzazione, la penuria, le misure eccezionali, il potere accentrato in mano ai bolscevichi (a partire da marzo 1918, il Partito bolscevico è al potere da solo), la carenza di tecnici e di operai qualificati, o l’invasione dell’amministrazione da parte dei rivoluzionari dell’ultima ora.

Il decreto del 28 marzo 1918, che estende la collettivizzazione a tutta l’economia, reinserisce le socializzazioni spontanee nel quadro delle nazionalizzazioni. Volin e Kollontaj citano numerosi esempi di iniziative operaie che sprofondano nelle lungaggini e assilli amministrativi, in scontri costellati da scioperi nei principali centri tra il 1919 e il 1921. Progressivamente, le direzioni di fabbrica vengono nominate dai consigli regionali e dal Consiglio superiore dell’economia, vale a dire dal Partito, tanto che alla fine del 1920, su 2.051 importanti fabbriche, 1.783 erano ormai sotto controllo uninominale (cfr. Aleksandra Kollontaj, L’opposizione operaia).

Questa politica sottrae di fatto qualsiasi funzione ai consigli di fabbrica. In aggiunta al ridursi degli organici durante la guerra civile essa trasforma i consigli di fabbrica in cellule di base dei sindacati. I nuovi dirigenti fanno funzionare le fabbriche come prima… e anche peggio, date le conseguenze della controrivoluzione e della guerra civile. In realtà il lavoro salariato viene reintrodotto come dovere, non più nei confronti del padrone, ma verso lo Stato. I soviet, inoltre, si riducono rapidamente ad organismi locali del potere centrale e si ritrovano destituiti dalla funzioni di auto-amministrazione che svolgevano nel corso del 1917 (cfr. Oskar Anweiler, Les soviets en Russie, p. 286).

Anche su questo emergono ancora dibattiti e polemiche che dimostrano la vitalità dell’iniziativa delle masse nel processo rivoluzionario, ancorché limitata dall’accentramento delle decisioni, dall’intervento autoritario di uno Stato, in cui un solo partito monopolizza il potere politico e domina l’amministrazione. Questo è tanto più grave in quanto è in gioco qui il potere del proletariato, nel cui nome si è intrapresa la Rivoluzione d’Ottobre. Si è già nella situazione in cui il partito governa in luogo e al posto della classe operaia realmente esistente. E non si tratta della sola conseguenza del condizionamento della circostanze e dell’isolamento della Rivoluzione russa.

Ritorniamo sulla presa del potere

Nelle settimane che precedono l’insurrezione d’ottobre il dibattito c’è. L’1 ottobre 1917 Lenin pubblica un libretto intitolato “Riusciranno i bolscevichi a mantenere il potere?”. Vi scrive:

«Innanzitutto però due parole sulla prima domanda, e cioè: si decideranno i bolscevichi a prendere il potere da soli? Ho già avuto modo al Congresso dei soviet di Russia di rispondere a questo interrogativo con un’affermazione categorica in un’osservazione che sono stato spinto a fare dal mio posto durante uno dei discorsi ministeriali di Tseretelij. E non ho mai trovato dichiarazioni scritte od orali di bolscevichi che dicessero che non avremmo mai dovuto prendere il potere da soli. Continuo ad essere del parere che un partito politico in generale – e quello d’avanguardia soprattutto – non avrebbe il diritto di esitare, non sarebbe degno di essere considerato un partito, sarebbe un misero zero, in tutti i sensi del termine, se rinunciasse al potere quando ha la possibilità di prenderlo. […] Il proletariato non può “impadronirsi dell’apparato di Stato” e “farlo funzionare”. Ma può infrangere quanto vi è di opprimente, consuetudinario, irrimediabilmente borghese nel vecchio apparato e sostituirlo con un altro apparato, il suo. Quest’apparato sono i Soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini. […] Temere che il potere dei bolscevichi, cioè il potere del proletariato (sottolineatura di Patrick Le Moal), cui è garantito il sostegno senza riserve dei poveri, venga “spazzato via” dai signori capitalisti!…».

L’argomento è chiaro: il potere dei bolscevichi, che sono maggioritari nel proletariato, che rappresentano gli interessi storici del proletariato, è il potere del proletariato. Equazione implacabile: spetta infatti al proletariato prendere il potere per sciogliere la crisi rivoluzionaria, è ai bolscevichi che deve ritornare il potere, purché se lo prendano.

Senza riprendere l’argomento, Victor Serge giustifica il potere preso dai bolscevichi:

«I bolscevichi assunsero il potere perché, nella selezione naturale avvenuta tra i partiti rivoluzionari, si dimostrarono i più capaci di esprimere in modo coerente, lungimirante e deciso, le aspirazioni delle masse attive. Conservarono il potere, vinsero nella guerra civile perché le masse popolari lo sostennero. A dispetto di tante esitazioni e tanti scontri, dal Baltico al Pacifico».

E soggiunge:

«Quali profonde ragioni hanno motivato la decisione del Comitato centrale di mantenere e rafforzare il monopolio del potere? In primo luogo, in queste crisi, i bolscevichi avevano fiducia soltanto in se stessi».

Il nodo complesso degli slittamenti, delle derive e dell’assenza di lotta coerente contro la burocrazia, nasce da questa concezione del rapporto tra il partito, il movimento e la classe, che spesso tendono a sovrapporsi nel discorso di Lenin durante l’anno 1917. Va tenuto conto perlomeno di due aspetti, per discutere e approfondire questo punto:

  • Innanzitutto, come scrive Victor Serge, tutti i partiti rivoluzionari russi produssero eroi e fanatici, erano autoritari, fortemente centralizzati e disciplinati nell’illegalità, e imbevuti di una mentalità giacobina. Tutti aspiravano alla dittatura, tranne probabilmente i menscevichi, ed erano statalisti per la loro struttura e per la finalità che si assegnavano.
  • Poi, la politica dei bolscevichi, nel corso del 1917, dà loro un ruolo centrale nel proletariato delle grandi città e in parte del mondo contadino, in particolare quello irreggimentato nell’esercito.

Questo posto centrale, tuttavia, non può pretendere di costituire una legittimazione eterna per tutte le ulteriori decisioni. Soltanto una reale democrazia sovietica avrebbe consentito di misurare lo sviluppo del sostegno della classe nei confronti dei bolscevichi, ma anche e soprattutto di coinvolgerle, potendo affrontare così la costruzione di un socialismo di quelli/e in basso, una democrazia di massa che dà a tutti/e la possibilità di decidere sui problemi essenziali della loro vita, della società.

Quando il partito solo al governo mette fuori legge gli altri partiti che si richiamano al socialismo, sopprime la libertà di espressione, vieta le discussioni incluso al suo stesso interno, non è più possibile misurare quanto questo partito rappresenti effettivamente quanti/e si ritiene rappresenti; si sostituisce, in modo puro e semplice, alle masse. Si arriva a pensare che il Partito, poi il Comitato centrale, poi ancora la Segreteria abbiano ragione per l’intera società, talvolta contro l’intera società, poiché incarnerebbe gli interessi storici del proletariato.

Ma chi è il giudice? Chi decide dove e quando questo comincia e questo finisce? A partire da quale momento un partito è in contraddizione con il progetto socialista?

Respingere il sostituzionismo nella lotta per il socialismo

Chi può contestare che le masse potrebbero commettere errori, prendere decisioni che non sono le più efficaci, mancare alcune occasioni? Esattamente come la direzione del Partito, ancorché maggioritario!

Quando sono le masse a discutere e a decidere realmente, è l’insieme della società che si muove ed è in grado di cambiare il mondo. Ha ragione Ernest Mandel quando sostiene: «queste giustificazioni teoriche [delle misure dittatoriali prese dal Partito bolscevico] hanno causato ben più danni, e a più lunga scadenza, che non le misure stesse, e continuano a causarne ancora oggi».

La concezione sostituzionista del ruolo del partito, che tende a concepire la presa del potere politico da parte del partito come condizione necessaria e sufficiente per l’emancipazione dei lavoratori, è almeno in parte all’origine del vicolo cieco in cui è finito il movimento operaio del XX secolo. In questa concezione, infatti, il processo di liberazione sfugge agli/alle interessati/e, che non hanno più il potere di agire, di deliberare e di decidere. Ma la libertà non va elargita da fuori ma si conquista, e vivere libero significa essere padrone non solo del proprio lavoro, ma di tutte le dimensioni della propria vita.

Questo bilancio non toglie niente al ruolo centrale del Partito bolscevico nella rivoluzione e non equivale a negare la necessità della presa del potere e delle decisioni eccezionali, in potenziale contrasto con il nostro progetto perché rese necessarie – ma soltanto temporaneamente – da una situazione eccezionale (ad esempio, la guerra civile).

Ma una cosa è ammettere questa necessità, tutt’altra cosa è giustificare le derive autoritarie in nome di “condizioni oggettive”, e finire senza rendersene conto per scambiare queste misure eccezionali per il normale modo di direzione di una società che si sia sbarazzata del capitalismo.

Noi militanti di oggi sappiamo bene che qualunque organizzazione segreta secerne forme di potere, fermenti di burocratizzazione, anche infimi e persino in organizzazioni che non hanno privilegi materiali da distribuire. È più facile in una società che opprime gli esseri umani, gli estranei privandoli di qualsiasi autonomia, essere il “rappresentante”, il “capo”, anziché colui/colei che permette a tutti/e di organizzarsi e di agire direttamente, singolarmente o collettivamente.

Gli/le sfruttati/e e gli/le oppressi/e hanno bisogno di organizzarsi per difendere i loro interessi, sbarazzarsi del capitalismo e costruire una società di emancipazione generalizzata. È dunque centrale la questione di come ci si impegna fin da oggi, nelle nostre forme di lotte e di organizzazione, di come teniamo conto dei pericoli di burocratizzazione. Un partito non può pretendere di rappresentare la totalità di una classe sociale e meno ancora della società. Oggi una rappresentanza politica del proletariato non può che essere democratica e plurale, rispettosa dell’autonomia dei movimenti sociali, tenendo conto delle tante forme di mobilitazione e di radicalizzazione della maggioranza della società.

Senza di ciò, è assai dubbio che si possano evitare i vicoli ciechi dei movimenti rivoluzionari del XX secolo.