Finlandia 1917-18, la rivoluzione dimenticata

di Eric Blanc, da Jacobin, traduzione di Fabrizio Burattini

Nel corso del Novecento, i resoconti sulla rivoluzione russa si sono quasi sempre concentrati su Pietrogrado e sui socialisti russi. L’Impero russo, tuttavia, era composto in maggioranza da non russi e gli sconvolgimenti nella periferia dell’impero erano esplosivi non meno di quanto lo fossero al centro.

Il rovesciamento dello zarismo nel febbraio 1917 scatenò un’ondata rivoluzionaria in tutta la Russia. La rivoluzione finlandese fu, senza dubbio, la rivolta più importante. Un ricercatore (Maurice Carrez, ndt) l’ha definita «la guerra di classe più chiara dell’Europa del 20° secolo».

L’eccezione finlandese

I finlandesi, in quanto nazione, erano differenti da tutte le altre nazionalità sotto la dominazione zarista. Annessa dalla Svezia nel 1809, la Finlandia godeva di un’autonomia di governo, di libertà politiche ed aveva un parlamento proprio composto da 200 deputati eletto democraticamente a suffragio universale da tutti i cittadini, comprese le donne, con età superiore ai 24 anni. Nonostante che lo zar avesse tentato di limitare questa autonomia, la vita politica a Helsinki somigliava molto di più a quella di Berlino piuttosto che a quella di Pietrogrado.

Mentre i socialisti erano costretti, negli altri territori della Russia imperiale, ad organizzarsi in partiti clandestini ed erano perseguitati dalla polizia segreta, il Partito socialdemocratico finlandese (SPD) agiva apertamente e legalmente. Allo stesso modo della socialdemocrazia tedesca, i finlandesi costruirono, a partire dal 1899, un partito di massa della classe lavoratrice e, assieme, una densa cultura socialista fatta di case del popolo, con gruppi di donne lavoratrici, con tanto di cori e di associazioni sportive..

Il movimento operaio finlandese era impegnato in una strategia parlamentare che puntava ad educare e a organizzare pazientemente i lavoratori. Inizialmente, il suo orientamento politico era moderato: i dibattiti sulla rivoluzione erano rari ed era normale la collaborazione con i liberali.

Il SDP tuttavia era l’unico tra i partiti legali di massa europei che divenne più militante nel corso degli anni che precedettero la Prima guerra mondiale. Se la Finlandia non avesse fatto parte dell’impero zarista, è probabile che la socialdemocrazia finlandese si sarebbe evoluta sulle tracce della moderazione come la maggior parte dei partiti socialisti occidentali, all’interno dei quali gli elementi radicali venivano emarginati in maniera crescente di fronte all’integrazione parlamentare e alla burocratizzazione.

La partecipazione della Finlandia alla rivoluzione del 1905 fece cambiare rotta al partito, dirigendolo verso sinistra. Nel corso dello sciopero generale del novembre 1905, uno dei dirigenti socialisti finlandesi si meravigliava della fiammata popolare:

«Viviamo in un’epoca meravigliosa […] Persone che erano umili e soddisfatte di portare il fardello della schiavitù improvvisamente si sono liberate del proprio giogo. Persone che fino ad oggi mangiavano corteccia di abete, oramai esigono il pane».

All’indomani della rivoluzione del 1905, i parlamentari socialisti moderati, i dirigenti sindacali e i funzionari del partito si sono trovati in minoranza all’interno del SDP. Cercando di applicare l’orientamento sviluppato dal teorico marxista del SPD tedesco Karl Kautsky, la maggioranza del partito, a partire dal 1906, unì alla tattica legale e parlamentare un approccio politico basato su di una lotta di classe acuta. «L’odio di classe va accolto come una virtù», proclamava una pubblicazione del partito.  

Solo un movimento operaio indipendente, dichiarava il SDP, poteva promuovere gli interessi dei lavoratori, difendere ed estendere l’autonomia finlandese di fronte alla Russia e portare ad una democrazia politica piena. Una rivoluzione socialista sarà presto all’ordine del giorno, ma nell’attesa il partito deve sviluppare la propria forza ed evitare ogni scontro prematuro con la classe dominante.

Questa strategia socialdemocratica rivoluzionaria – con il suo messaggio militante e i suoi metodi lenti ma costanti – si rivelò spettacolarmente fruttuosa in Finlandia. A partire dal 1907, più di 100.000 lavoratori aderiranno al partito, facendone, in rapporto alla popolazione, la più grande organizzazione socialista del mondo. Nel luglio 1916, la socialdemocrazia finlandese entrò nella storia come il primo partito socialista al mondo a conquistare la maggioranza nel parlamento. A causa della recente politica di «russificazione», condotta dal potere zarista, il potere di stato, tuttavia, era in gran parte in mano all’amministrazione russa. Fu solo nel 1917 che il SDP dovette far fronte alle sfide che comportava l’avere a disposizione una maggioranza parlamentare socialista all’interno di una società capitalista.

I primi mesi

Le notizie dell’insurrezione del febbraio 1917 nella vicina città di Pietrogrado colpirono di sorpresa la Finlandia. Non appena le prime voci ebbero conferma, i soldati russi di stanza a Helsinki si ammutinarono contro i loro ufficiali. L’episodio viene descritto da un testimone:

«Nella mattinata, i soldati e i marinai marciarono nella strada con bandiere rosse, e, sfilando, alcuni cantavano la Marsigliese, altri, a gruppi, distribuivano nastri rossi e capi di vestiario. Pattuglie armate di marinai girovagavano per tutta la città, e disarmavano tutti gli ufficiali che incontravano, e, al minimo segnale di resistenza o di rifiuto di prendere il nastro rosso, li abbattevano e li lasciavano là».  

Gli amministratori russi vennero cacciati, mentre i soldati russi di stanza in Finlandia dichiaravano la loro fedeltà al soviet di Pietrogrado. La polizia finlandese venne distrutta dal basso. Il primo resoconto della rivoluzione, redatto nel 1918 dallo scrittore conservatore Henning Söderhjelm – un testimone inestimabile sulle opinioni delle élite finlandesi – deplorava la sparizione del monopolio statale della violenza:

«La distruzione completa della polizia era una politica voluta dalla direzione del SDP. La polizia, che è stata espulsa dai soldati russi fin dai primi momenti della rivoluzione, non venne mai ricostituita. Il “popolo” non aveva alcuna fiducia verso questa istituzione; al suo posto sono stati costituiti corpi locali per il mantenimento dell’ordine, una “milizia”, composta da uomini membri del partito dei lavoratori».  

Da che cosa doveva essere sostituita la vecchia amministrazione locale russa? Certi radicali spingevano verso un governo rosso, ma erano una minoranza. Sul modello di ciò che accadeva nel resto dell’impero, la Finlandia venne attraversata in marzo dagli appelli all’ «unità nazionale». Nella speranza di ottenere dal nuovo governo provvisorio russo una vasta autonomia, un’ala moderata dei dirigenti del SDP ruppe con la vecchia posizione del partito e aderì ad un’amministrazione di coalizione con i liberali finlandesi. Diversi socialisti radicali denunciarono questa decisione, considerandola come un «tradimento» e una violazione grossolana dei principi marxisti del SDP. altri dirigenti di primo piano, tuttavia, accettarono l’entrata al governo allo scopo di impedire una scissione del partito.

La luna di miele politica della Finlandia non durò a lungo. Il nuovo governo di coalizione si trovò rapidamente sotto il fuoco incrociato della lotta di classe quando un attivismo senza precedenti scoppiò nelle fabbriche, nelle piazze e nelle zone rurali. Alcuni socialisti finlandesi concentrarono i loro sforzi nell’organizzazione di milizie operaie armate. Altri promossero scioperi, un sindacalismo combattivo e un attivismo nelle aziende. Söderhjelm descrive così questa dinamica:

«Il proletariato non mendicava e non pregava più, affermava e rivendicava. Mai i lavoratori, ma in particolare la canaglia, erano stati così affascinati dal potere come in quell’anno del 1917 in Finlandia».

Le élite finlandesi speravano all’inizio che l’entrata dei socialisti moderati in un governo di coalizione avrebbe obbligato il SDP ad abbandonare la sua linea classista. Söderhjelm si lamentava del fallimento delle sue proprie speranze:

«La legge del popolino si diffuse con una velocità […] Le tattiche del partito dei lavoratori sono in primo luogo e principalmente responsabili di questo […] Anche se quel partito osservava una certa dignità nel suo comportamento ufficiale, continuava la propria politica di agitazione contro la borghesia con uno zelo infaticabile».   

Mentre i socialisti moderati del nuovo governo, assieme ai loro alleati sindacalisti, cercavano di frenare la ribellione popolare, l’estrema sinistra del partito faceva appello instancabilmente ad una rottura con la borghesia. Oscillando tra questi due poli, una corrente centrista amorfa offriva il proprio sostegno limitato alla nuova amministrazione. Benché la maggior parte dei dirigenti del SDP continuassero a dare priorità all’arena parlamentare, la maggioranza sosteneva – o, perlomeno, accettava – l’ondata dal basso. Davanti a questa fonte inaspettata di resistenza, la borghesia finlandese divenne sempre più bellicosa e intransigente. Lo storico francese Maurice Carrez, autore di un’opera in due volumi sull’evoluzione verso il comunismo del dirigente socialdemocratico, poi divenuto membro del Politburo del PC dell’Unione sovietica, Otto Kuusinen (1881-1964), La fabrique d’un révolutionnaire. Otto Ville Kuusinen (1881-1918). Réflexion sur l’engagement d’un dirigeant social-démocrate finlandais à la Belle-Époque, nota che la borghesia finlandese non accettò mai di «condividere il potere con una formazione politica che vedeva come l’incarnazione del diavolo».

Polarizzazione di classe

L’implosione della coalizione finlandese iniziò durante l’estate. Ad agosto, l’approvvigionamento alimentare dell’impero stava crollando e lo spettro della fame s’impadronì dei lavoratori finlandesi. Sommosse per la fame scoppiarono dall’inizio del mese e l’organizzazione di Helsinki del SDP denunciò il rifiuto del governo di prendere misure risolutive per affrontare la crisi. «Le masse lavoratrici affamate persero rapidamente ogni fiducia verso il governo di coalizione», notò Otto Kuusinen, il principale teorico di sinistra del SDP, che l’anno successivo fondò il movimento comunista finlandese.

L’intransigenza socialista nella lotta per la liberazione nazionale provocò un’escalation nella polarizzata tra le classi. I socialisti finlandesi si batterono duramente per porre fine alle interferenze del governo russo nella vita interna della nazione. Speravano che conquistando l’indipendenza avrebbero potuto utilizzare la loro maggioranza parlamentare (unita al controllo che esercitavano sulle milizie dei lavoratori) per dare vita ad un programma ambizioso di riforme politiche e sociali.

Un dirigente socialista spiegò nel luglio 1917 che:

«siamo stati obbligati a combattere su due fronti: contro la nostra borghesia e contro il governo russo. Se vogliamo che la nostra guerra di classe sia vittoriosa, se vogliamo essere in grado di raccogliere tutta la nostra forza in un frontenotre, contro la nostra borghesia, abbiamo bisogno dell’indipendenza, la Finlandia è matura per questo».

Per ragioni specifiche, i conservatori e i liberali finlandesi desideravano altrettanto un rafforzamento dell’autonomia finlandese. Ma non volevano utilizzare metodi rivoluzionari per raggiungere questo obiettivo – e, nell’insieme, non sostennero lo sforzo del SDP in favore di un’indipendenza completa.

Infine, a luglio, si produsse lo scontro. La maggioranza socialista del parlamento propose l’adozione della legge storica valtaki (legge sul potere) che proclama unilateralmente la totale sovranità finlandese. La valtaki venne approvata contro una vigorosa opposizione della minoranza parlamentare conservatrice il 18 luglio. Il governo provvisorio russo, alla cui testa era Alexandre Kerensky, ne rifiutò immediatamente la validità e minacciò di occupare la Finlandia se la decisione governativa non fosse stata rispettata.

Quando i socialisti finlandesi rifiutarono di fare un passo indietro o di rinunciare alla valtaki, i liberali e i conservatori colsero l’occasione. Sperando di isolare il SDP e di mettere fine alla sua maggioranza parlamentare, sostennero cinicamente e legittimarono la decisione di Kerensky di sciogliere il Parlamento finlandese eletto democraticamente. Vennero convocate nuove elezioni nelle quali i partiti non socialisti ottennero una leggera maggioranza.

Lo scioglimento del Parlamento finlandese segnò una svolta decisiva. Fino ad allora tra i lavoratori e i loro rappresentanti le speranze di poter utilizzare il parlamento come un veicolo per l’emancipazione sociale. Kuusinen spiegò che:

«la nostra borghesia non ha un esercito né può contare sulla polizia […] sembrava dunque che tutto consentisse che la socialdemocrazia restasse sul sentiero già battuto della legalità parlamentare, che avrebbe permesso, così sembrava, di raccogliere le vittorie una dopo l’altra».

Ma diventava chiaro per un numero crescente di lavoratori e di dirigenti del partito il fatto che il Parlamento aveva fatto il suo tempo.

I socialisti denunciarono il colpo antidemocratico e fustigarono la borghesia per la collusione con lo stato russo contro i diritti nazionali e le istituzioni democratiche della Finlandia. Per il SDP, le nuove elezioni parlamentari erano illegali e il risultato era il frutto di un vasto broglio elettorale. Alla metà di agosto, il partito pretese che tutti i propri membri si dimettessero dal governo. Altrettanto significativamente, i socialisti finlandesi si allearono sempre più strettamente con i bolscevichi, il solo partito russo che sosteneva il loro sforzo in favore dell’indipendenza. Tutti i campi avevano gettato il guanto. La Finlandia, rimasta pacifica fin qui, si dirigeva verso un’esplosione rivoluzionaria.La loa per il potereotta per il potereNell’ottobre, la crisi che attraversava l’impero russo raggiunse il punto di ebollizione. I lavoratori finlandesi delle città e delle campagne rivendicavano con forza che i loro dirigenti prendessero il potere. Scontri violenti scoppiarono in più punti del paese. Una parte importante della direzione del SDP continuava tuttavia a credere che il momento della rivoluzione poteva essere rinviato fino a che la classe lavoratrice fosse meglio organizzata e armata. Altri avevano paura di abbandonare l’arena parlamentare. Alla fine di ottobre il dirigente socialista Kullervo Manner dichiarò:

«non possiamo evitare ancora a lungo la rivoluzione […] La fiducia nel valore dell’attività pacifica è persa e la classe lavoratrice comincia ad avere fiducia solo nella propria forza […] Mi piacerebbe molto che noi ci sbagliamo a prevedere l’arrivo veloce della rivoluzione».

Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi nell’ottobre 1917, sembrava che fosse giunto il turno della Finlandia. Privata del sostegno militare del governo provvisorio russo, l’élite finlandese si trovava pericolosamente isolata. I soldati russi – di stanza in Finlandia in parecchie decine di migliaia – sostenevano in modo generalizzato i bolscevichi e il loro appello per la pace. «L’ondata vittoriosa del bolscevismo porterà acqua al mulino dei nostri socialisti, e solo probabilmente capaci di farla girare», observò un liberale finlandese.

La base del SDP e i bolscevichi a Pietrogrado imploravano i dirigenti socialisti finlandesi di prendere immediatamente il potere. Ma la direzione del partito tergiversava. Nessuno poteva sapere se il governo bolscevico resistesse più di qualche giorno. I socialisti moderati si aggrappavano alla speranza che si potesse trovare una soluzione pacifica. Alcuni radicali affermavano che la presa del potere era possibile ed insieme urgente. La maggioranza dei dirigenti oscillava tra queste due opzioni.

Kuusinen ricorda l’indecisione del partito in quel momento critico:

«noi socialdemocratici, “uniti sulla base della guerra di classe”, oscillammo da una parte e dall’altra, ci dirigevamo con forza in direzione della rivoluzione solo per indietreggiare di nuovo».   

Incapace di raggiungere un accordo su un’insurrezione armata, il partito lanciò invece un appello per lo sciopero generale per il 14 novembre in difesa della democrazia contro la borghesia, per la soddisfazione dei bisogni urgenti dei lavoratori e per la sovranità finlandese.. La risposta dal basso fu travolgente: in realtà, essa andò ben al di là dell’appello relativamente prudente allo sciopero.

Guardie rosse finlandesi

Rivoluzione finlandese
1918, operaie finlandesi armate

La Finlandia si fermò. In parecchie località, le organizzazioni locali del SDP e le guardie rosse presero il potere, occuparono gli edifici strategici ed arrestarono i politici borghesi.

Sembrava che questo schema insurrezionale si replicasse presto anche ad Helsinki. Il 16 novembre, il Consiglio dello sciopero generale nella capitale votò per la presa del potere. Ma, quando i dirigenti sindacali e socialisti moderati deninciarono questa decisione e si dimisero da questo organismo, il Consiglio tornò sui suoi passi nella stessa giornata. E deliberò: «dato che una minoranza tanto importante si è opposta, il Consiglio non può iniziare a prendere il potere a favore dei lavoratori, continuerà comunque ad agire in modo da accrescere la pressione sulla borghesia». Poco dopo lo sciopero venne interrotto.

Lo storico finlandese Hannu Soikkanen ha sottolineato l’enorme occasione mancata rappresentata dallo sciopero di novembre:

«Non si può dubitare che quello fosse il momento migliore per la presa del potere da parte delle organizzazioni dei lavoratori. La pressione dal basso era enorme, e la volontà di combattere al livello massimo […] Lo sciopero generale convinse tuttavia la borghesia, con poche eccezioni, del pericolo pressante che rappresentavano i socialisti. E misero a profitto il tempo il tempo che doveva trascorrere fino allo scoppio della guerra civile aperta per organizzarsi sotto una salda direzione».

Segnalando l’esitazione del SDP di impegnarsi verso un’azione di massa, Anthony Upton affermò che «i rivoluzionari finlandesi erano nell’insieme i rivoluzionari più miserabili della storia». Una simile qualificazione potrebbe tenere se la nostra storia finisse a novembre. Gli eventi che seguirono mostrano comunque che il cuore rivoluzionario della socialdemocrazia finlandese doveva finalmente prevalere.

A seguito dello sciopero generale, i lavoratori, frustrati, cercarono sempre più di armarsi e di impegnarsi in azioni dirette. La borghesia, altrettanto, si preparò alla guerra civile formando la propria milizia, la «guardia bianca», rivolgendosi anche al governo tedesco per ottenere un aiuto militare.

Nonostante il rapido sgretolarsi della coesione sociale, numerosi dirigenti socialisti continuarono ad impegnarsi in trattative parlamentari sterili. Stavolta, l’ala sinistra del SDP drizzò la schiena e dichiarò che ogni ulteriore ritardo dell’azione rivoluzionaria non avrebbe potuto che condurre al disastro. Dopo una lunga serie di battaglie interne, tra dicembre e i primi di gennaio i radicali finirono per imporsi.

A gennaio, le parole rivoluzionarie del SDP si trasformarono finalmente in atti. Per dare il segnale dell’inizio dell’insurrezione, i dirigenti del partito accesero, nella serata del 26 gennaio, una lanterna rossa sulla torre della Casa del popolo di Helsinki. Nel corso dei giorni seguenti, i socialdemocratici e le organizzazioni dei lavoratori che avevano aderito presero il potere in modo piuttosto facile in tutte le principali città della Finlandia. Tuttavia, il nord rurale rimase nelle mani delle classi dominanti.

Gli insorti finlandesi pubblicarono un proclama storico che soetneva che la rivoluzione era necessaria dal momento che la borghesia finlandese, in collegamento con l’imperialismo straniero, aveva condotto un «colpo» controrivoluzionario contro le conquiste dei lavoratori e contro la democrazia:

«il potere rivoluzionario in Finlandia appartiene a partire da questo momento alla classe lavoratrice e alle sue organizzazioni […] La rivoluzione proletaria è nobile e sevara […] severa verso i nemici insolenti del popolo, ma pronta ad offrire il proprio aiuto agli oppressi e alle persone messe ai margini».

Benché il nuovo governo rosso tentasse in un primo tempo di definire una linea politica relativamente prudente, la Finlandia precipitò tuttavia rapidamente in una guerra civile sanguinosa. Il ritardo nella presa del potere ebbe un costo elevato per la classe lavoratrice finlandese dato che, a partire dal 1918, la maggior parte delle truppe russe erano tornate in Russia. La borghesia trasse vantaggio dai tre mesi che trascorsero dopo lo sciopero generale di novembre per costituire il proprio esercito in Finlandia e in Germania. Più di 27.000 rossi finlandesi trovarono la morte durante la guerra. Dopo lo schiacciamento da parte della destra della Repubblica socialista finlandese dei lavoratori, nell’aprile 1918, altri 80.000 lavoratori e socialisti vennero gettati nei campi di concentramento.

Gli storici sono divisi sulla questione di sapere se la rivoluzione finlandese sarebbe potuta essere vittoriosa se fosse iniziata prima e se avesse adottato una linea militare e politica più offensiva. Certi affermano che il fattore decisivo in ultima istanza fu l’intervento militare imperialista tedesco tra marzo e aprile 1918. Kuusinen tira un bilancio simile:

«L’imperialismo tedesco prestò ascolto ai lamenti dei nostri borghesi e si fece tentare subito per ingoiare l’indipendenza appena acquisita, che, su richiesta dei socialdemocratici finlandesi, era stata accordata alla Finlandia dalla Repubblica sovietica russa. Il sentimento nazionale della borghesia non soffrì a questo proposito un solo momento. il giogo dell’imperialismo straniero non rappresentava per loro uno spauracchio dal momento che la loro “patria” era sul punto di diventare la patria dei lavoratori. Erano disposti a sacrificare un intero popolo sull’altare del gran bandito tedesco a condizione di poter conservare di poter conservare la propria posizione disonorevole di schiavisti».

Le lezioni

Che fare della rivoluzione finlandese? Il punto più evidente è che essa indica che la rivoluzione dei lavoratori non era unicamente un fenomeno proprio della Russia centrale. Anche nella Finlandia pacifica e parlamentare, i lavoratori si convinsero sempre più del fatto che solo un governo socialista avrebbe potuto tracciare il cammino per uscire dalla crisi sociale e dall’oppressione nazionale.

Allo stesso modo, i bolscevichi non erano il solo partito capace di condurre i lavoratori al potere. In molti aspetti, l’esperienza del SDP finlandese conferma l’opinione tradizionale della rivoluzione sposata da Karl Kautsky: attraverso una paziente educazione classista, i socialisti avrebbero potuto conquistare una maggioranza parlamentare che avrebbe indotto la destra a sciogliere l’istituzione, cosa che avrebbe scatenato una rivoluzione sotto la direzione socialista.

La preferenza accordata dal partito ad una strategia parlamentare difensiva non gli impedì infine di rovesciare il dominio capitalista e di imboccare la strada del socialismo. al contrario, la socialdemocrazia tedesca burocratizzata – che aveva abbandonato da tempo la strategia elaborata da Kautsky – rispettò attivamente il dominio capitalista nel 1918-19 e schiacciò con la violenza gli sforzi che miravano a rovesciarlo.

La Finlandia indica però non solo le potenzialità ma anche i limiti della socialdemocrazia rivoluzionaria: un’esitazione ad abbandonare la scena parlamentare, una sottovalutazione dell’azione di massa e una tendenza a piegarsi ai socialisti moderati nel nome dell’unità del partito.