Corrispondenti dalla guerra civile

Recensione di Diego Giachetti del libro curato da Virginia Pili

Virginia Pili“I quattro anni che cambiarono il mondo”, questo è il titolo del libro, curato da Virginia Pili, per la prima raccolta italiana dei testi scritti dai corrispondenti di guerra sovietici durante la guerra civile e pubblicato dalla casa editrice romana Red Star Press. A cent’anni di lontananza dalla rivoluzione russa, la discussione si è in buona parte accentrata sull’anno 1917. I testi pubblicati in questa antologia varcano il confine delle gloriose giornate dell’assalto al Palazzo d’Inverno per addentrarsi nei quattro anni lunghissimi di guerra civile, scatenata dalle forze controrivoluzionarie allo scopo di riprendere il potere statale che la rivoluzione aveva consegnato ai Soviet.

Guido Carpi, autore del recente libro Russia 1917. Un anno rivoluzionario (Carocci, 2017), scrive nella prefazione che oggi pochi hanno interesse a rivendicare come propri quegli anni, in quanto troppo divisivi e troppo dolorosi per tutti, «troppo “rossi” per i moderati e troppo libertari e sfrenati per i neostalinisti: non a caso, la maggioranza dei protagonisti di quella stagione scomparirà nel tritacarne del Gulag nei tardi anni Trenta». Sono gli anni in cui la giovane Armata Rossa si costituì, seppe affrontare, e infine sconfiggere, i controrivoluzionari bianchi orfani del potere zarista.

Virginia Pili ha raccolto e introdotto alcuni testi scritti in questa fase delle rivoluzione sovietica dai voenkory, i corrispondenti di guerra, in prima linea, schierati, a rischio della vita, sul fronte della rivoluzione. Una lotta che affiancò alle armi la battaglia culturale di artisti e intellettuali che si sparsero sui vari fronti di guerra promuovendo concerti, spettacoli cabarettistici, manifesti politici propagandistici, opere teatrali, conferenze, corsi per operai, soldati, donne, bambini. I quattro autori considerati in questa antologia (Dimitrij Andreevic Furmanov, Lev Semenovic Sosnovskij, Aleksandr Serafimovic Serafimovic, Larisa Michailovna Rejsner) appartengono alla schiera di scrittori detti corrispondenti di guerra in quanto i loro racconti e i loro personaggi rievocano episodi e vicende degli anni durissimi della guerra civile.

Occorre precisare, come fa la curatrice, che nel periodo della cupa e violenta “normalizzazione” staliniana, i testi riportati in questa antologia, quando non furono cancellati del tutto dalla circolazione, furono sottoposti a pesanti censure e rimaneggiamenti, allo scopo di eliminare quei passaggi troppo crudi e veritieri o i personaggi diventati innominabili: primo fra tutti Trotsky. Non a caso quindi la traduzione dei testi si è basata sulle prime edizioni, quelle ancora non rivisitate dall’Inquisizione staliniana. Di questi quattro corrispondenti di guerra uno, Lev Semenovic Sosnovskij, si legò all’Opposizione di sinistra nel 1923 per opporsi all’avvento del potere burocratico nel partito e nella società. Con la sconfitta dell’Opposizione venne espulso dal partito nel 1927 e esiliato nel 1928. Riarrestato e condannato a tre anni di detenzione, rinnegò la sua posizione politica di oppositore, ma ciò non gli salvò la vita. Nuovamente arrestato nel giugno del 1937 fu fucilato, come sua moglie nel 1941, mentre il figlio, incarcerato nel 1941, trascorse dodici anni nel gulag.

Larisa_M._RejsnerSingolare e particolarmente interessante è la figura di un’altra protagonista rievocata in questa antologia: Larisa Rejsner, nominata da Trotsky Commissaria permanente dello Stato maggiore della marina ai tempi della guerra civile. Nelle sue memorie Trotsky la ricordò con parole enfatiche: «magnifica e giovane donna che passò come una meteora ardente nel cielo della rivoluzione, con le sembianze di una Dea dell’Olimpo», dotata di uno spirito sottile unito al «coraggio del guerriero» (La mia vita, p. 348), riferendosi a quando la città di Kazan fu occupata dai bianchi e lei si recò a esplorare il campo nemico travestita da contadino. Fu arrestata. Fuggì e riprese a lavorare nel reparto esploratori dell’esercito rosso. Partecipò a battaglie su navi da guerra. Col marito nel 1921 si recò in missione in Afghanistan con l’obiettivo di siglare accordi fra la Russia Sovietica e quel paese. Dopo essersi separata dal marito, intrecciò una relazione con Karl Radek, assieme al quale, nel 1923, si recò in Germania, dove furono testimoni della fallita rivoluzione d’ottobre. Una vita avventurosa e rischiosa di una persona che desiderava conoscere tutto, partecipare a tutto. Uscita indenne dalle prove della guerra, questa Pallade della rivoluzione, come la definì Trotsky riferendosi alla figura retorica usata per indicare la giovinezza della Dea Atena, morì precocemente, divorata dal tifo nel 1926, quando non aveva ancora trent’anni. Oggi, grazie al lavoro di Virginia Pili, possiamo leggere le sue corrispondenze di guerra che comprendono il ritratto del marinaio Markin, perito insieme alla sua nave dopo aver attaccato una batteria bianca.

La figura di questo marinaio bolscevico fu rievocata dallo stesso Trotsky quando raccontò come, a causa del ruolo pubblico da lui svolto nel Soviet di Pietrogrado nei caldi mesi del 1917, la sua famiglia era oggetto di ostilità e avversione. Un figlio a scuola era chiamato “il presidente” con allusione all’incarico che il padre ricopriva nel soviet, quando la moglie tornava a casa dal lavoro il portiere l’accoglieva con occhiate gelide e fredde, che manifestavano tutto il suo disappunto. Poi da un giorno all’altro tutto cambiò, l’ostracismo dei vicini venne improvvisamente meno: «il portiere rivolgeva a mia moglie un saluto riservato agli inquilini più influenti. Tale risultato l’aveva ottenuto Nikolaj Markin, un marinaio del baltico, artigliere e bolscevico. Non sapevo della sua esistenza e già lui si era preso cura della mia famiglia. Aveva fatto conoscenza con i miei ragazzi. Venne a dare un’occhiata dal portiere e al comitato di fabbricato, credo che non venne solo, ma con un gruppo di marinai. Dovette trovare argomenti molto persuasivi visto che tutto cambiò bruscamente attorno a noi» (La mia vita, p. 286).