1917, le donne sotto lo zarismo

Condizione e organizzazione femminile a ridosso della rivoluzione

di Antonella Visintin

La liberazione delle donne si deve districare dall’intreccio di interessi convergenti nella sfera economica e in quella dei rapporti tra i sessi in atto da diversi millenni. L’affermazione dei diritti richiede una presa di coscienza dei meccanismi materiali e simbolici che costituiscono la gabbia che opera sia sul piano razionale che su quello emotivo.

Il patriarcato costituisce una funzionalizzazione della donna alla famiglia patrilineare ed esso è stato ed è ancora oggi largamente agito da donne e da uomini con la stessa determinazione attraverso una separazione di luoghi e di sfere di azione a cui è associato un potere differenziato. Se alle donne è assegnato il privato, la loro legittimazione ad accedere allo spazio pubblico in genere è circoscritta e reversibile. Esso, a seconda della classe sociale, ha coinciso maggiormente con lo spazio civile per le donne abbienti e con lo spazio economico per le non abbienti.

Soprattutto a partire dall’800 le donne si sono prefissate di consolidare una presenza nello spazio pubblico che non debba essere continuamente rinegoziato. Questo richiede ancora oggi una vigilanza continua ed è evidente che quando questa si allenta, come è stato negli ultimi decenni, il patriarcato riprende spazio richiamando le donne all’arcaico appello della responsabilità della famiglia a cui esse ancora rispondono.

Nel quadro generale la Russia presenta caratteristiche peculiari nell’intreccio di più istanze di liberazione. l’impero russo, dai tempi di Ivan IV a metà del ‘500, era una autocrazia, una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere illimitato, una forma potenziata della monarchia assoluta in cui il sovrano non condivide nessun potere né con i ministri né con le classi dirigenti.

Come ricorda Trotsky, ai tempi di Pietro il grande (1672 – 1725) non fu l’artigiano del villaggio e nemmeno il gruppo commerciante ad avvertire la necessità di creare una industria solida e vasta; l’avvio delle industrie manifatturiere nazionali destinate al servizio dell’esercito e della flotta diventa un compito essenziale della difesa dello Stato. E così nel XVII-XVIII secolo, si avvia l’industrializzazione, ma ancora alla vigilia della prima guerra mondiale c’era uno strato colto e occidentalizzato, un’embrionale borghesia e l’80% della popolazione era contadina. Questi mondi non si incontravano.

L’industrializzazione mutò radicalmente i rapporti all’interno della famiglia. Con l’affermazione del modo di produzione capitalistico, infatti, si eclissò il modello di economia familiare fondato sulla produzione per l’autoconsumo, nel quale la donna si esauriva e, pur oppressa dall’uomo, non era cosciente dei limiti imposti allo sviluppo della sua individualità né, tanto meno, della privazione di fondamentali diritti sociali. Dapprima come figlia e poi come moglie e madre trascorreva la sua vita fra le mura domestiche, e l’unica società che concretamente conosceva era il nucleo famigliare.

Nel 1861 viene abolita la servitù della gleba. Questo facilita l’accesso alle donne all’istruzione superiore e le possibilità di venire a contatto con le teorie marxiste e i movimenti rivoluzionari Zemlia i volia (Terra e libertà, 1861–1864; 1876-1879) che dal 1879 si divide in Narodnaia Volia (Volontà del popolo, fino al 1881) e Chorny Peredel (Reparto nero, fino al 1883).

A Narodnaia Volia apparteneva per esempio Vera Zasulich (1849 – 1919) che da Zurigo scriveva a Marx nel 1881 chiedendogli un’opinione sulle comuni rurali. Erano diverse le donne a fine ‘800 in queste ed altre organizzazioni. Nadezhda Krupskaia pare si sia affiliata al Partito operaio social democratico prima del marito Lenin. Tra di loro anche Aleksandra Kollontaj (1872 – 1952), che dopo i fatti del 1905 assume un ruolo attivo dalla parte delle donne nel quadro della realizzazione della socialdemocrazia e poi del comunismo, in quanto lo Stato dei lavoratori ha bisogno di una nuova forma di rapporti tra i sessi: sorgerà una famiglia universale operaia in cui tutti i lavoratori uomini e donne saranno prima di tutto fratelli e compagni. Sarà tra le prime a legare sessualità e lotta di classe, prima di Wilhelm Reich, ma le sue idee non hanno seguito e vengono criticate dalla bolscevica Vinogradskaia: bisogna occuparsi del presente, difendere le moglie i figli promuovendo le donne anziché attaccare gli uomini.

Ma per un certo tempo la gran parte delle militanti filo-socialiste ha preferito modalità separatiste, diffidente verso le assemblee miste in un contesto arretrato come la Russia zarista, in cui il timore del dominio maschile, subìto sotto diverse forme nella famiglia e nella società, le portava a vedere nella presenza degli uomini una minaccia alla loro autonomia. Questo atteggiamento non è stato altro che uno stadio necessario, in quel contesto, di un processo di emancipazione individuale. Solo dopo aver raggiunto una certa indipendenza economica e di giudizio, esse, provviste di adeguata coscienza di classe, sentirono la necessità di superare la lotta “personale” per abbracciare una lotta più ampia, di carattere sociale.

Nel 1870, nasce il “Circolo Chaikovskii” per opera di studenti di ambo i sessi, uniti da principi etico-morali, privi di un’esplicita ideologia comune. Lo scopo del circolo era diffondere la propaganda socialista fra il popolo, reso cosciente dei soprusi subiti e della possibilità di riscatto tramite una rivoluzione basata socialmente sui contadini. Uno dei motivi portanti di questo gruppo, così come della maggior parte delle associazioni politiche che in quegli anni nascevano nel campo socialista, era la forte attenzione verso il problema di alfabetizzazione e acculturazione degli strati sociali più sfruttati. Ciò determinò l’ampia promozione di incontri-lezioni sul capitalismo e sull’oppressione di classe, e l’impegno nella diffusione a basso costo di testi economico-politici di carattere divulgativo.

Il circolo Chaikovskii ebbe il particolare merito di favorire l’emancipazione femminile coinvolgendo le donne, messe alla pari degli uomini, nella discussione e nell’attivismo politico. Le donne che appartenevano a questa struttura provenivano per lo più da circoli che vietavano la partecipazione maschile.

Nel 1872 nasce il circolo studentesco, di Rosalia Jakesburg, come altri prevalentemente influenzato dall’ideologia bakuninista e vicino al partito Zemlia i volia, riflettendo in questo, non casualmente, l’orientamento maggioritario allora anche fra le avanguardie operaie e studentesche. In tali sedi le donne si formavano politicamente per esercitare la propria attività propagandistica fra gli operai. Queste militanti capivano che solo la sconfitta dello sfruttamento capitalistico che costringeva le operaie alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e a casa e la diretta responsabilizzazione nella gestione democratica dei processi produttivi e dell’organizzazione della società potevano garantire l’effettiva libertà per la donna. Unicamente in tal modo, le lavoratrici medesime avrebbero potuto decidere e predisporre servizi e strutture in grado di emanciparle dai privati compiti di cura svolti all’interno della famiglia.

Negli anni 1870 e ’80, in seguito agli scioperi spontanei che coinvolsero in particolar modo l’industria tessile, a prevalente occupazione femminile, viene emanata una legge che vieta il lavoro notturno per donne e bambini. Il movimento delle donne lavoratrici seguì parallelamente la mobilitazione dell’intero proletariato partecipando direttamente al lavoro di propaganda. Nel 1894-’96 si registrano scioperi economici a Pietroburgo e un grande sciopero dei tessili nel 1896.

La maggior parte degli organizzatori di tali avvenimenti venne arrestata e a distanza di 3 anni ebbe luogo il primo dei grandi processi russi, il Processo dei Cinquanta, ovvero il “Processo delle donne moscovite”, destinato ad esercitare un’importante influenza sulla coscienza politica delle allora, attuali e future generazioni di operaie. Kravinskij, pubblicista del movimento rivoluzionario di fine Ottocento in Russia, così descrisse il processo:

“Prima di questo processo i socialisti erano conosciuti soltanto dai giovani. Adesso un pubblico stupefatto poteva vedere i visi radiosi di queste ragazze, che, con i loro dolci sorrisi infantili, si avviavano tranquillamente verso un luogo senza ritorno, senza speranza, verso le prigioni centrali, verso lunghi anni di pesantissimi lavori forzati. La gente si diceva: sono tornati i tempi dei primi cristiani, sta nascendo una nuova forza.”

Molte delle donne che avevano partecipato agli scioperi o avevano simpatizzato con “le Moscovite” arrestate in seguito aderirono al gruppo terroristico Narodnaya Volya, che si batteva, pur adottando metodi assai discutibili e in seguito lungamente criticati dallo stesso Lenin, con estremo spirito di abnegazione in difesa della causa proletaria contro l’oppressione zarista. Fra queste militanti spiccava Vera Figner, membro del comitato esecutivo e attivista socialista fin da metà ‘800 al fianco della sorella Lidia, processata a Mosca.

La rivoluzione del 1905 e il movimento femminista borghese

Storicamente le rivendicazioni per l’emancipazione femminile hanno per protagoniste donne borghesi munite di migliori risorse culturali e finanziarie che esprimono richieste coerenti con la classe di appartenenza e in contrasto, diretto o indiretto, con gli uomini.

Ricordiamo che in Italia in quegli anni l’associazionismo femminile era molto vitale. Il libro di Emma Schiavon, Interventiste nella grande guerra (Le Monnier 2015), racconta la storia della sfera pubblico-politica di inizio ‘900 fatta da tante associazioni femministe che perse importanza dopo la grande guerra a favore dei partiti di massa.

L’area laica moderata (borghese liberale) era rappresentata dalla Federazione delle opere di attività femminile. Sorta nel 1901 a Milano e Firenze, nel 1903 insieme alle analoghe organizzazioni di Roma e Torino aveva dato vita al CNDI che a sua volta faceva capo all’International Council of Women (ICW) sorto a Washington nel 1888. I suoi terreni di d’azione erano la filantropia e la costruzione di nuovi sbocchi lavorativi e professionali per le donne di tutti i ceti. L’accesso al lavoro ed alle professioni avrebbe portato con sé i diritti civili e politici. Questa idea progressiva si distingueva dalla strategia suffragista e consentiva di eludere la contrattazione esplicita con gli uomini ritenuta sconveniente e imbarazzante.

Esse appoggiavano alcune tra le più importanti riviste femminili tra cui ‘La nostra rivista’ di Sofia Bisi Albini.

Al centro c’era l’Unione femminile nazionale con una visione dei rapporti sociali nell’area del socialismo riformista. Esse erano collegate all’Umanitaria e alla Camera del lavoro. Venne fondata nel 1899 ed è in vita ancora oggi. Nel 1901 organizzò lo sciopero delle bambine apprendiste sarte e stiratrici. L’organizzazione si richiamava all’impegno femminista risorgimentale in filiazione ideale con l’Associazione generale delle operaie fondata dalla mazziniana Laura Mantegazza Solera nel 1870.

Ricordiamo Ersilia Bronzini, moglie del socialista Luigi Majno. La distanziava dal Psi il suo approccio pragmatico: per lei l’assistenza era il terreno privilegiato della politica sia per risolvere i problemi della classe operaia sia per affrontare la ‘questione femminile’. L’UFN era in Italia la più autorevole interprete del femminismo pratico che ad inizio ‘900 era maggioritario nel mondo. Le posizioni dell’UFN differivano anche da quelle egualitarie e individualiste del femminismo ottocentesco. Il suo carattere politico fu chiaramente percepito dal movimento cattolico e dal partito socialista che nel 1913 vietarono alle proprie iscritte la doppia militanza.

L’UFN aggregava donne di ambiti culturali e politici diversi intorno ad un ‘programma minimo’: tutela del lavoro femminile, stesso salario a parità di lavoro (1901), scolarità per le donne, abolizione della autorizzazione maritale e richiesta del voto amministrativo mettendo in secondo piano la richiesta del voto politico. L’idea era di allargare la sfera della cura sino ad investire la politica e di porre le femministe in una posizione di mediazione tra il popolo e le istituzioni che avevano iniziato dopo la crisi di fine secolo a ricercare nelle organizzazioni femminili un supporto per il governo sociale della città, data l’esperienza delle giunte popolari di età giolittiana che aveva contribuito allo sviluppo del femminismo pratico.

Rispetto alla filantropia tradizionale l’UFN prefigurava uno stato di welfare all’interno del quale competenze ed esperienze tradizionalmente femminili avrebbero trovato una adeguata valorizzazione attraverso nuove figure professionali. Attraverso l’elaborazione del concetto di ‘maternità sociale’ si affermava l’esistenza di un’area di intervento pubblico specificamente femminile, riservando alle donne compiti di cura e di accudimento. Esempio di ciò fu l’Ufficio indicazioni e assistenza che durò da 1900 al 1939 con lo scioglimento forzato. A differenza del CNDI, l’UFN non puntava solo sulla professionalizzazione delle classi medio alte ma soprattutto delle proletarie. L’UFN fu la prima organizzazione femminile ad accedere direttamente all’amministrazione delle Opere Pie mentre fino ad allora le donne erano state solo delle finanziatrici.

L’area radicale era rappresentata dal Comitato milanese pro suffragio sorto nel 1905 fra i primi in Italia, insieme a Roma e Torino. Erede della Lega per la tutela degli interessi femminili, fino al 1912 aveva una forte presenza socialista.

In Russia, l’impostazione emancipazionista occidentale entra in conflitto con quella elaborata dal marxismo, secondo cui la famiglia e la posizione della donna al suo interno dipendono dalla struttura economica e della natura dello Stato. L’organizzazione comune delle mansioni domestiche, l’assunzione da parte dello Stato di cura ed educazione dei figli possono e devono consentire alle donne, attraverso il lavoro, l’indipendenza economica. Dice Bebel, solo l’eliminazione del vincolo economico affranca la donna dalla tutela maschile. La lotta puramente femminista è una diversione borghese che ostacola l’unità e ritarda la Rivoluzione

Così, la Lega per l’uguaglianza delle donne e il partito progressista delle donne propagandavano l’armonia fra padroni e dipendenti, perché entrambi di sesso femminile. Ben presto le proletarie si allontanarono, però, da questi circoli e si ritrovarono nelle proprie categorie lavorative, con le altre compagne, concentrate su rivendicazioni di stampo prevalentemente sindacale.

Nel frattempo la guerra contro il Giappone comportò un progressivo impoverimento delle campagne e quindi una radicalizzazione fra le contadine che più dovevano sopportarne le conseguenze: proprio esse furono protagoniste di importanti sommosse femminili negli anni 1904-5 che videro la partecipazione di numerosissime operaie nelle organizzazioni del prete Gapon. In massa si batterono per l’estensione alle donne del diritto di voto per l’elezione della Duma.

Purtroppo, dal punto di vista politico, negli anni 1905-6, il movimento femminista borghese si diffuse in modo preoccupante fra menscevichi, socialrivoluzionari e alcuni attivisti bolscevichi. Nel 1905, al primo grande convegno femminile di Pietroburgo, le voci dissenzienti che rivendicavano l’unità di classe contro l’oppressione delle proletarie, furono assai esigue.

Per contrastare il processo in atto, un gruppo di socialdemocratiche (bolsceviche e mensceviche) decise di orientare parte del proprio lavoro propagandistico per la causa socialista specificamente verso le donne. Queste militanti organizzarono una campagna contro il femminismo borghese sostenendo l’interpretazione marxista della questione femminile. Esse, inoltre, promossero una mobilitazione particolare del partito e del sindacato sulle problematiche della donna lavoratrice.

La distanza nei diritti civili e politici fra uomini e donne della stessa classe sociale facilmente portava le operaie a simpatizzare per i collettivi borghesi che si focalizzavano sull’oppressione di genere, troppo a lungo trascurata all’interno delle tradizionali organizzazioni di lotta del movimento operaio.

L’opera di bolsceviche come la Kollontaj permise, già nel 1907, al movimento delle donne lavoratrici di raggiungere dimensioni di massa tali da consentire alle sue dirigenti di indire autonomamente incontri pubblici in aperto antagonismo alle femministe borghesi. Tale risultato richiese una paziente e costante propaganda nei luoghi di lavoro e nelle assisi delle femministe.

Nel 1907 nacque il primo circolo femminile, sotto il nome di “Associazione di mutua assistenza delle lavoratrici”, con libere iscrizioni per i componenti di entrambi i sessi ma che riservava le cariche direttive alle donne. La struttura interna del circolo era concepita per facilitare l’attivismo delle operaie, chiamate ad impegnarsi direttamente sul proprio specifico terreno di oppressione. L’associazione aveva lo scopo di diffondere il socialismo fra i proletari e di attrarre le lavoratrici isolate al sindacato e al partito socialdemocratico: esso non aveva perciò nessuna ambizione di divenire una entità politica autonoma, separata dalle tradizionali organizzazioni del movimento operaio, alle quali propagandava anzi l’adesione, avvicinando le donne alla politica. Il circolo non si focalizzava neppure nei contenuti solo su questioni attinenti unicamente all’oppressione di genere, ma legava quest’ultimo tema al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava: lo scopo non era una specifica agitazione femminista, ma l’agitazione socialista fra le donne.

L’associazione in particolare aveva intensi rapporti con il sindacato dei tessili ed era presente in vari settori del partito. Essa partecipò alla conferenza internazionale delle donne socialiste nel 1907 a Stoccarda. In tale occasione ci fu modo di confrontarsi su differenti posizioni politiche riguardo le rivendicazioni da difendere, ma soprattutto riguardo i metodi da seguire per ottenerle. Alla conferenza partecipò anche Clara Zetkin, la quale fece approvare una risoluzione che sosteneva il dovere per i partiti socialisti di tutti i paesi di “battersi con energia per l’instaurazione del suffragio universale per le donne (…) sia nelle assemblee legislative, sia in quelle comunali”. Nel presentare tale votazione la Zetkin sottolineò come il diritto al voto non fosse un fine, ma solo un mezzo per rinforzare, con la presenza del proletariato femminile, la lotta contro il dominio di classe e contro la proprietà privata, vera origine dell’oppressione di genere.

La risoluzione scatenò discussioni all’interno e all’esterno della conferenza dato che alcuni militanti maschi e femmine dei diversi partiti socialisti condividevano posizioni più prudenti come nel caso di Wally Zepler che chiedeva di limitare l’estensione del diritto di voto alle elezioni dei consigli comunali o Victor Adler, leader socialista austriaco, che voleva lasciare ad ogni partito la libertà di inserire o meno fra gli obiettivi immediati di lotta il suffragio universale femminile.

A partire dal 1907 i rapporti con le organizzazioni femministe borghesi si fecero particolarmente tesi, ma quando queste ultime decisero di organizzare un congresso di tutte le donne russe per il 1908, le socialdemocratiche, con il grande supporto di Alexandra Kollontaj, approfittarono dell’occasione per portare avanti la propaganda socialista nei più vasti strati della società: organizzarono riunioni e incontri in condizioni di semiclandestinità per l’elezione delle delegate nelle sedi di sindacati e partiti.

Nonostante tutti gli sforzi, però, le delegate proletarie presenti all’evento furono solamente 45 contro 700 femministe borghesi. Le compagne socialdemocratiche non si persero d’animo e sottolinearono in ogni occasione la propria differente caratterizzazione politica: si costituirono in un gruppo separato che presentò mozioni di carattere rivoluzionario su ogni tema discusso, dalla sicurezza sul lavoro, al rapporto con i partiti, al voto per le donne.

Tutte le risoluzioni presentate dalla componente proletaria furono respinte dalla maggioranza. In base al totale rifiuto espresso dal blocco femminista borghese sulla necessità di lottare contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, risultò impraticabile l’unione con le lavoratrici organizzate in una unica entità politica interclassista. L’intervento al congresso ottenne il grande risultato di porre finalmente una netta linea di demarcazione fra le femministe e il movimento socialista rivoluzionario e quindi permise un notevole passo in avanti nella coscienza di classe delle donne proletarie.

1 agosto 1914, Prima guerra mondiale

I partiti della Seconda Internazionale votano il sostegno alla guerra imperialista e alle proprie borghesie nazionali. In tale contesto la difesa di una posizione rivoluzionaria sulla questione femminile era di notevole importanza per i bolscevichi, intenzionati a ricostruire su basi solide una nuova internazionale marxista.

Sono mobilitati 10 milioni di uomini. Le donne diventano il 72% della popolazione rurale. Nelle industrie la loro presenza passa dal 33% al 50% nel 1917. Nel 1915 le donne entrano nella amministrazione con salari più bassi. Nella fabbrica le lavoratrici acquisirono sempre più coscienza del ruolo che la propria classe avrebbe potuto giocare in una società nuova, presero maggiore confidenza con l’organizzazione industriale del lavoro e con le strutture sindacali.

L’organizzazione delle proletarie verso il 1917

Il movimento socialista femminile si trovava, però, nella difficile condizione di dover fronteggiare non solo le derive borghesi ma anche la forte diffidenza che gli uomini degli stessi partiti socialdemocratici nutrivano nei suoi confronti.  I militanti, non vivendo direttamente l’oppressione di genere, tendevano a confondere le rivendicazioni delle loro compagne con concessioni a un certo radicalismo piccolo-borghese. L’opposizione internazionale dei partiti socialdemocratici impedì in questi anni la nascita di un bureau che seguisse specificamente l’agitazione in seno alle donne lavoratrici, come ripetutamente richiesto da A. Kollontaj: la paura di dare spazio ad una politica separatista rendeva difficilmente comprensibile la necessità di strutture appropriate che, provviste di un certo grado di autonomia organizzativa e di un forte legame politico e strategico con il partito, si adoperassero per coinvolgere le donne nel processo rivoluzionario.

Ciononostante, il 19 marzo 1911 viene proclamata la prima giornata internazionale della donna con raduni e cortei che coinvolgono decine di migliaia di donne in Germania, grazie all’opera della leader del partito socialdemocratico tedesco, Clara Zetkin.

In Russia questa data comincia ad essere valorizzata a partire dal 8 marzo del 1913 con il sostegno della “Pravda”, organo di stampa del partito bolscevico, e grazie all’opera di grandi compagne, fra le quali la Samoilova e la Kollontaj in particolar modo. Sempre più spesso nella stampa del partito si riservavano spazi sul lavoro e su specifiche problematiche femminili fino a quando si giunse, anche in base alle pressioni di Lenin, ad una pubblicazione speciale per le proletarie chiamata “La Lavoratrice” (Rabotnitsa). Nel 1914, nonostante la repressione zarista che causò l’arresto dell’iniziale comitato di redazione, venne edito il primo numero.

Nello stesso anno il Comitato centrale del partito bolscevico (POSDR) decise di istituire uno speciale comitato con il compito di organizzare gli incontri per la giornata internazionale delle donne: vennero stabilite assemblee nelle fabbriche e in sedi pubbliche per discutere i temi principali riguardanti l’oppressione femminile e quindi eleggere rappresentanti che, all’interno del nuovo comitato, avrebbero difeso ed approfondito le proposte emerse.

Bibliografia