Il leninismo è ancora attuale?

di Paul le Blanc (autore di Lenin and the Revolutionary Party e, più di recente, di Left Americana: The Radical Heart of U.S. History), da revolution-1917.org, traduzione di Antonello Zecca

Nel corso dell’ultimo decennio, abbiamo assistito alla crescita sorprendente del fenomeno accademico-intellettuale degli studi leniniani e di quelli ad essi connessi. Contributi importanti sono venuti da Lars Lih, John Riddell, August Nimtz, Alan Shandro, Tamas Krausz, Antonio Negri e altri.

Come possiamo spiegarcelo? Nessuno scriverebbe o pubblicherebbe tanto sul tema se non pensasse di trovare orecchio attento nelle preoccupazioni sempre più forti di uno strato crescente di potenziali lettori. Non ci sarebbero queste pubblicazioni se, prendendo a prestito un termine capitalista, non fossero commerciabili.

Lavori come questi vengono fuori in periodi di crisi politica, sociale ed economica pronunciata, in cui si assiste a un declino nella qualità della vita che genera proteste e ribellioni in molte parti del mondo. Sebbene la maggioranza dei ribelli e degli attivisti nei momenti di piena dei movimenti non abbia abbracciato, o abbia soltanto scarsa o nulla conoscenza di Lenin, ci sono due elementi di connessione.

La più elementare è questa: al cuore più profondo della tradizione bolscevica e leninista c’è la lotta contro l’oppressione. La proliferazione di queste lotte produce un’atmosfera in cui è più facile che vi sia un interesse crescente nelle idee e nelle tradizioni associate al nome di Lenin. A sua volta, ciò conduce a un’altra connessione: Lenin e i suoi compagni parlarono alle preoccupazioni più pressanti di coloro che speravano di superare l’oppressione. Sulle orme di Marx, svilupparono infatti una comprensione profonda dell’interconnessione tra la natura dell’oppressione e la dinamica del capitalismo, le dimensioni della lotta di classe e il modo in cui ciò poteva svilupparsi in lotte efficaci per le riforme e la rivoluzione, e come i socialisti potevano organizzarsi a tal fine.

D’altra parte, in anni recenti finanche il termine leninismo è stato visto in modo problematico dagli attivisti di sinistra. Le organizzazioni anticapitaliste che coscientemente cercano di seguire un modello leninista sono in gran parte piccole e con scarsa influenza. Ma cercare di seguire il modello e farlo realmente non sono la stessa cosa. Le presunte organizzazioni leniniste non riescono a seguire questo modello, in parte a causa della realtà così diversa in cui viviamo oggi, in parte perché ci sono fraintendimenti essenziali riguardo al significato di leninismo, se con questo ci si riferisce al “leninismo” di Lenin, cioè il suo orientamento di fondo e la sua pratica politica.

Un aspetto dell’attuale realtà capitalista che dobbiamo sforzarci di comprendere, da marxisti, da leninisti, da trotskisti, è che il nostro mondo è molto diverso da quello in cui vissero Marx, Lenin e Trotsky. Alcuni aspetti da essi enfatizzati avevano a che fare con una situazione molto diversa da quella che noi affrontiamo oggi, e questa considerazione ha influenzato il mio modo di guardare al movimento Occupy, in cui sono stato molto attivo, il Black Lives Matter e la straordinaria mobilitazione contro Trump.

Lenin visse in un tempo in cui esisteva un grande movimento operaio internazionale animato da un livello di coscienza di classe assai elevato, con una componente comunista molto ampia e fortemente organizzata, nutrita da una specifica controcultura radicale e operaia, che però fu disintegrata sotto i colpi del fascismo, della seconda guerra mondiale e dagli sviluppi ad essa successivi. Proclamare le verità della teoria marxista rivoluzionaria negli ultimi anni del ventesimo secolo, in assenza di un movimento operaio dalla solida coscienza di classe – come molti di noi sono stati inclini a fare – era destinato ad avere un impatto diverso rispetto ai tempi di Lenin. Per certi versi, in effetti, la realtà del movimento operaio contemporaneo, certamente quello statunitense, sembra più coerente con quello dei tempi di Marx, nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, poco sviluppato e molto frammentato, sebbene l’odierno movimento operaio, come la moderna classe operaia, sia alle prese con un processo di ricomposizione.

Il movimento Occupy ha coinvolto ampi strati di quella che era a tutti gli effetti classe lavoratrice giovanile. La protesta contro la tirannia dell’1% sul 99% ha risuonato potentemente nella maggioranza del popolo statunitense che, infatti, è composto in larga parte da classe lavoratrice, sebbene tenda a considerarsi “classe media”. L’incapacità di Occupy di agglutinarsi attorno a un programma anticapitalista era inevitabile e chiunque sia stato deluso da questa mancanza, nutriva speranze irrealistiche. Tuttavia, all’interno di questo movimento di massa, gli anticapitalisti sono stati in grado di essere di aiuto, di partecipare, di essere di sostegno sul piano materiale e logistico, di condividere idee anticapitaliste che qualche partecipante al movimento potesse meditare successivamente, soprattutto in seguito all’inevitabile declino dell’onda di protesta.

Fenomeni di massa come Occupy, Black Lives Matter e le mobilitazioni contro Trump sono parte del processo di ricomposizione della protesta, della lotta e della costruzione di coscienza della classe lavoratrice. Queste sono tra le precondizioni della ricostruzione di un movimento operaio in grado di sfidare il potere del Capitale e, infine, condurre a un futuro socialista. Invece di nutrire impazienza nei confronti di questi sviluppi, dovremmo accoglierli calorosamente in quanto parte di un processo che consentirà a un numero sempre più grande di persone di prendere in considerazione e trarre forza dalla visione di Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky e altri rivoluzionari.

Per quanto ne abbiamo bisogno, non abbiamo un partito rivoluzionario negli Stati Uniti, e molti di noi fanno del loro meglio affinché ne nasca uno. Ci sono gruppi che aspirano a diventare un partito rivoluzionario, e ciò spesso genera dinamiche problematiche che sono di serio ostacolo al successo di questa impresa. D’altra parte, ci sono gruppi che cercano di contribuire alla creazione di un partito rivoluzionario, ma capiscono che, di per sé stessi, non potranno essere questo partito. Questi ultimi comprendono che:

  1. un partito rivoluzionario non può nascere che nel momento in cui uno strato cosciente di classe lavoratrice è pronta a muoversi in questa direzione
  2. occorre che si realizzino processi propedeutici affinché questo strato di classe lavoratrice si cristallizzi
  3. questo strato deve fondersi con rivoluzionari di altri gruppi, con attivisti in via di radicalizzazione che non fanno, e non faranno parte, dei gruppi esistenti, e con le persone che, in un determinato momento, non sono né radicalizzati, né militanti, ma che insieme aiuteranno a costruire nel futuro il partito rivoluzionario di cui abbiamo bisogno.

Per molti, la questione del “centralismo democratico” va al cuore del leninismo. Possiamo definire il centralismo democratico come libertà di discussione, unità d’azione, ma queste parole possono essere intese e concretizzate in modi molto diversi.

Ogni gruppo che consideri sé stesso depositario della “verità rivoluzionaria” e aspiri a diventare il partito rivoluzionario, il centralismo democratico tende a essere visto in modo molto restrittivo. Con l’obiettivo di preservare la capacità del gruppo di essere un partito rivoluzionario puro, l’enfasi è posta sull’ortodossia alla quale tutti devono aderire, limitando così la discussione e generando un clima in cui azioni disciplinari e scissioni diventano molto comuni.

Una concezione salubre del centralismo democratico implica la capacità critica, l’apertura, e il coraggio politico che hanno caratterizzato l’azione di compagni come Lenin, Trotsky e Rosa Luxemburg. Differenze, compreso un palese dissenso, sono aspetti normali e necessari, specialmente considerando la complessità della realtà che ci troviamo ad affrontare. Ciò detto, resta la necessità che i socialisti rivoluzionari lavorino insieme, da collettivo democratico, per essere efficaci nella promozione degli interessi dei lavoratori e degli oppressi, ponendo le basi di un partito rivoluzionario e costruendo un movimento anticapitalista di massa che produca un cambiamento rivoluzionario.

Inteso in tal senso, credo che il centralismo democratico sia necessario, ma in una modalità molto diversa da ciò che comunemente passa per “centralismo democratico” in quei gruppi che hanno una concezione ampollosa di sé stessi.

Nel 1924 Trotsky scrisse: “Senza un partito, lontani da un partito, oltre un partito, o con un surrogato di partito, la rivoluzione proletaria non può riuscire. Questa è la principale lezione dell’ultimo decennio [dalla rivoluzione russa del 1917]. Trotsky paragonava i fallimenti delle rivolte socialiste in Germania, Finlandia, e Ungheria al successo della rivoluzione in Russia. Ma novant’anni dopo, ci si può chiedere: “Tutto questo tempo non ha forse mutato il valore di queste parole? Cento anni di storia rivoluzionaria non hanno forse eclissato la tradizione del bolscevismo?”

La risposta è sì e no. E’ vero che, naturalmente, le cose non possono essere le stesse di novanta o cento anni fa. Ma alcuni aspetti della tradizione bolscevica trascendono i cambiamenti occorsi in nove decadi. Jean-Paul Sartre una volta disse che la perdurante esistenza del capitalismo implica che il “marxismo resti la filosofia dei nostri tempi”, poiché non abbiamo ancora superato le condizioni che portarono alla luce le analisi di Marx. Credo che considerazioni simili possano essere fatte nei confronti della tradizione bolscevica.

Nelle nostre discussioni e nei nostri dibattiti sul “leninismo”, non va mai dimenticato che il termine ha accezioni molteplici e contraddittorie. Molte persone, questo è certo, non hanno familiarità con la parola leninismo e, tra coloro che ne hanno sentito parlare, molti non sono in grado di darne una definizione.

Tra coloro che non riescono a darne una definizione, c’è chi è convinto della coerenza del termine con le pratiche e la mentalità della tirannia omicida e burocratico-autoritaria sorta in Russia, particolarmente sotto il dominio di Giuseppe Stalin. Ci sono altri che lo associano alle pratiche e alle prospettive di varie sette di sinistra autoproclamatesi “leniniste”. Un numero molto limitato, se paragonato ai due appena menzionati, è convinto che il “leninismo” di Lenin e dei pensatori coevi sia qualcosa di importante e necessario per i lavoratori e gli oppressi, al contrario dello stalinismo e del paradigma settario del piccolo gruppo che si autodefinisce leninista.

Quando persone convintamente di sinistra sostengono che “il leninismo è finito”, il “noi” che costituisce il numero molto limitato di cui parlavo poc’anzi, si sente obbligato a dire: “no, il leninismo non è finito. Piuttosto, si tratta di lavori in corso”. Poiché è nostra convinzione che molte persone non comprendano cosa il leninismo sia davvero, abbiamo la responsabilità di spiegarlo, compresa la ragione per cui la sua storia e il suo significato sono stati sia obliterati che distorti.

Come per ogni altro aspetto, potrebbero esserci informazioni e intuizioni che qualcuno tra noi non ha, e differenze tra noi sul modo migliore di capire ciò che è realmente accaduto nella storia. Esiste un processo collettivo di recupero di questo leninismo storico lungi dall’essere completo. In tal senso, il leninismo è equiparabile a “lavori in corso”.

C’è ancora un altro aspetto per cui parliamo di lavori in corso, e riguarda la metodologia leniniana. La realtà è dinamica e in costante cambiamento. Ci sono sempre nuove cose da capire, nuove analisi da elaborare, strategie rivoluzionarie da adattare alle nuove situazioni, nuove tattiche da apprendere e nuove modalità di applicare tattiche già collaudate. La situazione in cui ci troviamo non è un duplicato di Lenin e dei bolscevichi, e i nostri sforzi di fare quello che loro fecero, può avere successo solo se assumiamo uno spirito critico e creativo nell’uso di quell’approccio.

Questo è un punto che Lenin sollevò spesso nelle discussioni con i suoi compagni, nei diversi partiti che componevano l’Internazionale Comunista. E’ tanto più vero oggi di quanto non lo fosse allora. Anche in questo senso, il leninismo e, e dev’essere, come i lavori in corso.

Voglio concludere citando le parole della nostra compagna Rosa Luxemburg. Nella sua importante critica alla Rivoluzione russa, enfatizzò un punto che risuona ancora oggi e che ha forti implicazioni per le lotte di domani. “In quest’ultimo periodo”, scriveva la Luxemburg, “in cui ci troviamo in tutto il mondo alla vigilia di lotte mortali decisive, il problema più importante del socialismo è stato ed è la scottante questione del giorno: […] la capacità d’azione del proletariato, l’energia delle masse, in generale la volontà di potenza del socialismo”.

Secondo Rosa, “Il partito di Lenin è stato l’unico che abbia compreso il comandamento e il dovere di un partito autenticamente rivoluzionario e che, attraverso la parola d’ordine ‘tutto il potere al proletariato e ai contadini’, abbia assicurato l’avanzamento della rivoluzione. Quanto un partito possa offrire in coraggio, acutezza rivoluzionaria e consequenzialità nell’ora storica decisiva, Lenin, Trotsky e tutti i loro compagni ne hanno offerto in abbondanza”.

Il tragico fallimento degli anni successivi non può in alcun modo spazzar via la grande realizzazione del 1917. Agli attivisti di oggi e di domani sta il compito di far rivivere e completare il lavoro descritto dalla Luxemburg. L’obiettivo è porre realmente il potere politico nelle mani della maggioranza lavoratrice, e di sostituire realmente la tirannia capitalista con la democrazia socialista.

Il contributo di Lenin e dei suoi compagni, utilizzato e sviluppato criticamente, è destinato ad aiutare coloro che si impegneranno in questo cimento.