Perché la rivoluzione ha vinto solo nell’Impero russo?

di José Luis Martín Ramos (Università Autonoma di Barcellona), da da Viento Sur, traduzione di Titti Pierini

Nella foto, militanti spartachisti armati nelle vie di Berlino (novembre 1918)

Introduzione, origine e approdo della rivoluzione mondiale

La Rivoluzione russa non fu la risposta del tutto inattesa alla Grande Guerra, né pretese di costituire la risposta esclusiva. Che una guerra generalizzata potesse sfociare in un’esplosione rivoluzionaria era un elemento ritenuto probabile e tenuto presente nella socialdemocrazia europea e, con interesse diverso, tra gli stessi strati dirigenti e i governi dell’epoca. A partire dal conflitto in Marocco – nel 1905 – che vide lo scontro dell’Impero Germanico con l’“Amichevole Intesa” [Entente cordiale] raggiunta da Francia e Gran Bretagna per spartirsi l’Africa settentrionale, la II Internazionale discusse su come affrontare la minaccia di guerra.

Nel suo Congresso di Stoccarda, del 1907, la cauta proposta antibellicista di Bebel, il leader del SPD [Partito socialdemocratico tedesco], di utilizzare “gli strumenti che sembrassero più efficaci al fine di evitare la guerra” e, se non vi si fosse riusciti, “perlomeno di muoversi in modo tale che questa terminasse rapidamente”, venne rafforzata grazie all’emendamento, accolto dal Congresso, di Rosa Luxemburg, Lenin e Martov, che aggiungeva alla fine che, se il conflitto fosse esploso, la classe operaia “avrebbe dovuto sfruttare con tutte le sue forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per sollevare i più ampi strati popolari e precipitare il tracollo del predominio capitalistico” (Del Rosal,1958).

Questa considerazione finale divenne consueta in seno alla socialdemocrazia, anche se, nella maggior parte dei casi, più che altro in un’accezione solo retorica. Lo stesso Bebel proclamò al Reichstag [il parlamento tedesco], nel 1911: “Sono convinto che la grande guerra mondiale che si avvicina sarà seguita dal una rivoluzione mondiale. Raccoglierete quel che avete seminato. Per il regime borghese, si avvicina il crepuscolo degli Dei” (Kriegel, 1976).

Lenin non si discostò mai da questa prospettiva e proposta e con questa reagì allorché la Grande Guerra alla fine ci fu. A farlo, invece, furono i partiti della II Internazionale, che si subordinarono alle dinamiche dei rispettivi Stati, ai postulati dei rispettivi nazionalismi e alle loro “logiche” di guerra. La minoranza che rifiutò tale subordinazione non ebbe praticamente l’opportunità di scatenare in risposta la rivoluzione mondiale, fino a che l’imprevista durata della guerra e l’enorme costo sociale e culturale che comportò non la posero sul proscenio di quella catastrofe come possibilità e come necessità. Lo face a partire da quello che, con felice metafora, Lenin denominò “l’anello debole della catena imperialista”, l’Impero Russo, dove fin dal 1905 esisteva l’esperienza acquisita del rapporto tra guerra e rivoluzione. La rivoluzione russa fu considerata fin dal primo momento dalla direzione bolscevica – cui si aggiunse Trotsky nello stesso 1917 – non un avvenimento locale, come sostenevano coloro che facevano parte del governo provvisorio costituitosi nel febbraio del 1917, ma come l’avvio del processo della rivoluzione mondiale, un avvio di cui non si poteva non approfittare, ma che si sarebbe concluso nel generalizzarsi dell’ondata rivoluzionaria negli Stati capitalistici sviluppati, a cominciare dalla Germania.

La guerra risultò la condizione necessaria ma non sufficiente per lo sbocco nella rivoluzione mondiale. Le potenze vincitrici del conflitto neutralizzarono il malcontento popolare con la trappola dei vantaggi della vittoria e con la trasformazione obbligata del parlamentarismo in democrazia rappresentativa, un’effettiva conquista del movimento operaio, che si stava battendo anche per il suffragio universale pur non essendo questo il suo obiettivo finale. Quanto ai perdenti, sparirono due Stati – l’Austria-Ungheria e quello Ottomano – dando luogo a una nuova mappa in cui si diluirono i movimenti rivoluzionari; quello sopravvissuto, la Germania, passò da Impero a Repubblica ed ebbe l’abilità sufficiente per evitare l’esempio rivoluzionario del nuovo Stato sovietico e per situare la propria rivoluzione di novembre del 1918, con cui si concluse la guerra, in termini di un processo locale, di democratizzazione politica ma non di alternativa al sistema.

Perché vinse quell’alternativa nell’Impero Russo e non lo fece in quello tedesco? Non vi fu una sola ragione, ma il combinarsi di vari motivi che, possiamo sintetizzare in una conclusione differenziata. L’Impero Russo crollò nel 1917 come Stato, in seguito a un processo di crisi che lo stava sgretolandolo fin dal passaggio dal XIX al XX secolo. A cadere nel 1918 in Germania non fu lo Stato, ma la sua forma monarchica, il regime “guglielmino” e il blocco dirigente che lo aveva governato; ma lo Stato sopravvisse in forma repubblicana, con la trasformazione delle sue basi di partecipazione politica e la conseguente ricomposizione del blocco dirigente, che dirottò l’iniziale rivoluzione, l’insurrezione, verso una riforma. Una differenza non predeterminata, pur partendo da condizioni generali distinte, ma che si andò costruendo tramite le decisioni prese dai protagonisti sociali e politici, collettivi e singoli, di ciascuno dei due imperi.

Perché la rivoluzione vinse nell’Impero Russo?

L’Impero Russo, al volgere del XX secolo, governava una società in transizione verso il capitalismo industriale e agrario (Figes, 2000). Lo sviluppo dell’agricoltura commerciale fu favorito dall’emancipazione contadina che trasformava il servo in bracciante e affittuario e, nel migliore dei casi, in piccolo proprietario, potenziando la vendita e l’affitto di terre della nobiltà nelle zone più fertili, per cui i nuovi proprietari ebbero la possibilità anche di diventare possidenti. Alla fine del secolo lo slancio capitalistico si rafforzò grazie al cambiamento congiunturale del mercato mondiale – aumento dei prezzi agricoli e diminuzione dei costi di trasporto – che incoraggiò i proprietari terrieri, nobili o meno, a intensificare la produzione commerciale – liquidando gli affitti e passando a sfruttare la terra direttamente a loro vantaggio – o aumentando in maniera esponenziale il costo di quelli che permanevano e riducendo i salari dei braccianti. L’incremento della popolazione contadina, passata da 50 a 70 milioni nell’ultimo terzo del secolo, esasperò la fame di terra di quanti non avevano neanche di che sopravvivere, provocando l’emigrazione forzata di milioni di contadini, buona parte dei quali incrementarono la crescita del proletariato industriale e delle città; la popolazione urbana passò da 7 a 28 milioni, con suburbi poverissimi a Mosca, San Pietroburgo, o nei centri minerari e portuali. La conseguenza di questo fu un prolungato malessere contadino, di fronte al quale l’Impero, all’epoca difensore degli interessi della nobiltà tradizionale e delle nuove imprese capitalistiche, non trovò altra risposta se non la repressione da parte dell’esercito. Tra i due ultimi decenni del XIX secolo e gli anni che precedettero la rivoluzione del 1905 si verificarono più di 1.500 sollevazioni contadine, represse dall’intervento militare.

Parallelamente a questo andamento del mondo contadino, si verificò uno slancio industriale di notevole intensità, ancorché sparso. Stimolato dal governo del conte Witte tra il 1892 e il 1893, presentò indici di crescita dell’8% tra il 1890 e il 1900. Questo slancio mantenne una notevole dipendenza dall’investimento e protezione statali e due debolezze nell’ambito del suo finanziamento e, soprattutto, in quello del suo mercato, limitato all’interno dal persistere di una popolazione contadina maggioritariamente tradizionale e fuori dai circuiti commerciali e, all’estero, dalla perdita di competitività dell’Impero di fronte alle potenze occidentali. Per altro verso, lo slancio industriale aveva generato intense crescite urbane, con conseguenti tensioni nei rapporti città-campagna, e l’ulteriore pressione sul mondo contadino, sul piano sia fiscale per contribuire al finanziamento della politica filo-industrialista dell’Impero e alla sua proiezione esterna, sia salariale, tanto sulla parte colpita del mondo contadino quanto sulle classi lavoratrici dell’industria e del settore minerario.

Di fronte a questo cumulo di nuove tensioni indotte dalla “modernizzazione” (non dall’arretratezza, come volgarmente si ritiene), lo Stato zarista non rispose ampliando la propria base di sostegno e partecipazione e riproponendo un nuovo tipo di controllo e integrazione sociale. Nello stesso momento in cui si alimentava la trasformazione economica veniva bloccata quella politica, per timore che questa potesse scavalcare il controllo dello zar. Vi sono parecchi esempi, di cui uno dei più significativi fu la controriforma degli zemstva, i consigli di autogoverno locale istituiti nel 1864, i quali, nonostante fossero dominati dai nobili del posto e dai ceti proprietari, subirono a partire dal 1890 l’intervento di Alessandro III, che impose loro il controllo dei governatori, i “piccoli zar”. La dimensione reale dell’autocrazia si andò restringendo in misura direttamente proporzionale allo sviluppo capitalistico; si andavano sfaldando le forme storiche, paternalistiche, di controllo sociale e la burocrazia civile e militare non riusciva a seguire tutto quel cambiamento e tutto quel conflitto. Agli inizi del XX secolo, per il controllo dell’intero paese disponeva soltanto di una magra polizia di meno di 7.000 agenti e di 1.800 sottufficiali e un paio di migliaia di “piccoli zar”, screditati agli occhi dei contadini, dei ceti medi e dei piccoli proprietari terrieri. Il ricorso all’esercito fu inevitabile per lo zar, ma un esercito non vive delle sue “imprese” interne ma delle sue vittorie militari, tanto più se è un esercito imperiale al vertice e contadino alla base.

L’offensiva estera in Manciuria e Corea con cui l’Impero Russo intese superare le strozzature dello sviluppo capitalistico e l’indebolimento del sistema autocratico sfociò nell’avventura della guerra con il Giappone, disprezzato dal nazionalismo russo e dal governo di Nicola II che, nel 1894, ereditò dal padre non solo il trono ma anche l’allergia alla riforma dello Stato. La guerra (1904-1905) si concluse non solo con la sconfitta ma col fiorire di opposizioni interne in un primo episodio rivoluzionario tra il 1905-1906, di cui si menziona sempre il soviet di San Pietroburgo, ma in cui altrettanto o ancor più importante fu l’esplosione della rivolta contadina nelle zone di recente passaggio al capitalismo che si protrasse fino al 1906. Ai fattori di lunga durata del fallimento dello Stato se ne aggiunsero da allora altri a media scadenza. La concessione della Duma – che permise di disinnescare le proteste urbane del 1905 – restò ipotecata dall’attribuzione a sé da parte dello zar dello scioglimento del parlamento e la sottrazione a questo di qualsiasi controllo sul governo, che continuerà ad essere nominato dallo zar. Così si frustrò lo sviluppo dello Stato attraverso un regime costituzionalista liberale. E, come colmo, il nuovo Primo ministro, il principe Stolypin, rafforzò l’ostilità per la riforma politica confidando esclusivamente nella riforma economica, e soprattutto, nella maggiore privatizzazione dell’agricoltura a danno dell’istituzione comunale tradizionale, il mir; sperava in tal modo di ampliare lo strato di contadini proprietari fautori dell’Impero e di incrementare la produzione commerciale e, quindi, gli introiti fiscali. Lo scioglimento del mir peggiorò la situazione dei contadini poveri, attivò nuove proteste là dove predominava il sistema comunale e indusse Stolypin a distinguersi in una nuova risposta repressiva che lo trasformò agli occhi del popolo in null’altro che un carnefice statale.

Lenin ne trasse la conclusione che la chiave della vittoria della rivoluzione nell’Impero Russo avrebbe dovuto essere l’alleanza tra il proletariato e i contadini – che era mancata nel 1905 – con l’obiettivo immediato della “dittatura rivoluzionaria democratica degli operai e dei contadini” (Lenin, 1905). Bloccata la riforma politica, senza aspettare che la scomparsa del mir creasse più vantaggi che problemi, Lenin propose un orizzonte strategico nuovo per uno sbocco rivoluzionario alla crisi dell’ Impero, con il necessario sostegno sociale.

L’ingresso dell’Impero Russo nella Grande Guerra accelerò il tempo storico della spaccatura dello Stato e dello sbocco nella rivoluzione. Le ragioni della partecipazione ad essa erano fondamentalmente geopolitiche: l’accesso al Mediterraneo dal Mar Nero – una compensazione per la sconfitta in Asia – oltre al tentativo dell’autocrazia di recuperare sostegni attraverso la riattivazione del nazionalismo panslavista presentandosi quale protettrice dei Balcani di fronte all’aggressività austriaca. Ragioni che non riuscirono, tuttavia, ad ottenere la proiezione sociale auspicata dallo zar. La guerra non ebbe mai l’appoggio popolare iniziale che purtroppo ottenne nel resto dei paesi belligeranti e aprì definitivamente la breccia tra la società e lo Stato. Lo zar Nicola II e la minoranza sociale che continuava a sorreggerlo non presero in considerazione in alcun momento la necessità di sviluppare politiche istituzionali di “unione sacra”, fosse questa con governi dalla più larga rappresentatività o con intese parlamentari di sostegno alla guerra; si continuò ad ignorare la Duma e il governo personale diventò, più che mai, un governo di corte, quasi di cricca, verso il quale crebbe il disprezzo grazie alla trucida vicenda di Rasputin. Quando la guerra diventò un lungo e sanguinoso conflitto emersero chiare tutte le debolezza dell’Impero: quelle della sua modernizzazione economica, che però non riusciva a sostenere il nuovo tipo di guerra; le sue insufficienze infrastrutturali, che rendevano difficili le comunicazioni tra il fronte e la retroguardia, tra campagna e città; l’assoluta mancanza di rappresentatività del governo dello Stato; la perdita vertiginosa della capacità di articolare consensi a causa dell’abuso della dimensione repressiva dello Stato e l’assenza dell’impiego dei suoi meccanismi e della sua capacità di integrazione. I rovesci militari furono la conseguenza di tali debolezze, cui si sommarono i problemi dell’inefficienza di una gerarchia militare succube dei giochi e delle tensioni di corte e cricche.

Nel 1916 lo Stato prese ad implodere, con una nuova ondata di moti contadini per tutto l’Impero, cui va aggiunto il massiccio incremento delle diserzioni che scardinavano il fronte e la retroguardia. Il penultimo atto di questa implosione fu la cospirazione delle élite: nel 1916 il generale Brusilov e il politico liberale Gukchov, con rapporti con Miliukov e Kerenski, presero in considerazione la necessità di un colpo di palazzo che destabilizzasse Nicola II e promuovesse un governo collegato alla Duma in grado di riorientare lo Stato in guerra. Non si fece in tempo; la rivoluzione scoppiò prima che tale manovra si potesse realizzare.

La rivoluzione vinse, ma rimase isolata

La sollevazione contadina anticipò quella operaia, che cominciò con le mobilitazioni nei luoghi di lavoro a partire dai primi giorni del 1917. Nel quadro di seri problemi creati dal blocco dei rifornimenti e dal freddo, si scatenarono proteste, scioperi, manifestazioni dei lavoratori di San Pietroburgo – Pietrogrado dal 1914 – che già esigevano la fine della guerra e la caduta dello zar. Cronologicamente la rivoluzione iniziò il 23 febbraio – 8 marzo del calendario gregoriano – con le celebrazioni della giornata della Donna lavoratrice, che diedero vita a duri scontri tra manifestanti e soldati e sfociarono nell’insurrezione popolare. Come era già accaduto con le rivolte contadine del 1905-1906, le truppe cominciarono a rifiutarsi di continuare a reprimere i manifestanti ma, addirittura, questa volta si unirono ad essi e, diversamente da allora, lo zar non ebbe più alcun margine di manovra politica per neutralizzare l’insurrezione, che si estese a Mosca e alla guarnigione della marina militare del Baltico; buona parte del territorio dell’Impero era ormai rimasto fuori dal controllo dello Stato e in mano ai contadini, dal 1916; Nicola II abdicò, il 14 marzo, con un gesto vacuo, visto che il potere stava cambiando di mano. L’insurrezione di Pietrogrado segnò il trionfo della rivoluzione, che però non era cosa di un giorno e non si fermò alle vittorie di febbraio che posero fine all’Impero zarista. Lo Stato si era squagliato e la conclusione della rivoluzione doveva comportare la ricomposizione di un nuovo potere, frammentato e centrifugato in febbraio, e di un nuovo Stato, i cui tratti avrebbero segnalato l’importanza di tale rivoluzione. Nominalmente possiamo pensare a una “rivoluzione di febbraio” e a un’altra “rivoluzione d’ottobre”; in realtà si è trattato di un’unica rivoluzione. Uno stesso processo in cui si pose l’alternativa tra circoscriverla a quello che era stato l’obiettivo dell’opposizione liberale a partire dal 1905, la riforma politica, oppure costruire un nuovo Stato, differente, che avrebbe trasformato in un dato di potere il protagonismo popolare che aveva definitivamente cacciato a pedate l’autocrazia. Il Comitato della Duma – che per sua decisione si costituì in governo provvisorio – e quanti vi partecipavano e lo sostenevano, i gruppi liberali (quelli di L’vov e Miljukov), le frange moderate della socialdemocrazia (i menscevichi) e dei “socialisti rivoluzionari”, così come il gruppuscolo “laburista” di Kerensky, appoggiarono la prima scelta, che ipotizzava una rivoluzione politica ma non sociale. Lenin e la fazione socialdemocratica da lui guidata (i “bolscevichi”) ripresero il filo della proprie conclusioni sulla rivoluzione del 1905 e sostennero che l’unico sbocco che desse soddisfazione alla sollevazione degli operai e dei contadini fosse la rivoluzione sociale, con la costruzione del proprio Stato basato sui soviet, cui aderivano i contadini grazie alla ripartizione delle terre, non come obiettivo in sé ma come primo passo della rivoluzione mondiale.

La guerra, marchio e origine immediata dell’insurrezione popolare, fu di per sé il fattore determinante della risoluzione dell’alternativa. Il rifiuto del governo provvisorio di ritirarsi dalla guerra – si impegnò con la Francia e la Gran Bretagna a proseguirla – bloccò il sostegno sociale necessario per imporsi come effettiva autorità e portare avanti la propria agenda politica, impedendone il consolidamento (si susseguirono quattro governi provvisori) e favorendo fin dall’estate del 1917 la reazione dei movimenti controrivoluzionari fra i comandi militari. L’insistenza dei bolscevichi nel tener ferma l’alternativa di un nuovo Stato rivoluzionario e farla finita con la guerra riuscì a orientare progressivamente l’appoggio sociale alla loro proposta, che la minaccia della controrivoluzione fini per presentare come necessità.

La presa del potere dell’ottobre ad opera dei bolscevichi e di parte dei “socialisti rivoluzionari”, con l’appoggio del soviet di Pietrogrado, non fu un colpo di Stato, ma l’atto che risolse l’alternativa su quale Stato dovesse costituire la rivoluzione. L’ultimo governo provvisorio capeggiato da Kerensky crollò così com’era crollato quello dell’autocrazia zarista in febbraio, impotente a difendersi. Il nuovo governo, che non si considerò più provvisorio ma rivoluzionario, con la denominazione di Consiglio (Soviet) dei Commissari del Popolo, ottenne la stessa base d’appoggio che si era registrata a febbraio, dal Baltico fino a Mosca e dal centro del paese fino al Caucaso. La fine della guerra, con la dichiarazione immediata del cessate il fuoco e l’inizio dei negoziati per stipulare il trattato di pace con l’Impero tedesco sigillò il sostegno popolare e il rafforzamento della decisione assunta in ottobre.

Restava comunque un compito di lunga durata: riuscire cioè a controllare l’intero paese, dove l’intervento franco-britannico cominciava a moltiplicare le resistenze sul territorio, e sperare che si realizzasse l’agenda della rivoluzione mondiale, che avrebbe dovuto dare il senso definitivo alla proposta bolscevica. Il controllo del paese si conseguì, passando per una cruenta guerra civile la cui spiegazione non è possibile fornire nei limiti di quest’articolo (se non altro per ragione di spazio); viceversa, però, la realizzazione dell’agenda rivoluzionaria restò meno che a mezza strada.

Sembrò che si potesse verificare quando, nel novembre del 1918, scoppiò in Germania una sollevazione, in larghissima maggioranza operaia, che esigeva la fine della guerra, essendo ormai evidente che non la si sarebbe potuta vincere. Ma il protagonismo rimase confinato alla sola classe lavoratrice e la gestione della sollevazione ricadde in mano alla socialdemocrazia, che non l’aveva promossa ma alla quale aveva partecipato appieno; una socialdemocrazia oltretutto divisa, anche se in questo caso non sull’alternativa tra riforma e rivoluzione, ma sul sostegno alla guerra o il suo rigetto. Come nell’Impero Russo, anche l’imperatore Guglielmo II abdicò e con lui cadde il sistema monarchico ma, a differenza di quel che era accaduto in Russia, lo Stato non si squagliò. La rivoluzione di novembre non era preceduta da una crisi cronica del sistema, né dalla conseguente mobilitazione ribelle o rivoluzionaria. L’Impero tedesco aveva costruito un sistema rappresentativo che, indipendentemente dai suoi limiti e dalle sue disparità, consentiva allo Stato di integrare la grande maggioranza della popolazione; e questo comprendeva la socialdemocrazia stessa, la cui scelta riformista si rafforzò negli anni precedenti la guerra per la pressione dei sindacati, contrari a qualsiasi scelta rivoluzionaria.

Al nuovo potere, il Consiglio dei Rappresentanti del Popolo, con inserite in parti uguali entrambe le fazioni socialdemocratiche, si ripropose la stessa alternativa della Rivoluzione russa, ma ovviamente i rapporti di forza si delinearono all’inverso. Maggiore forza e autorità l’aveva il settore riformista della socialdemocrazia, diretto da Ebert, che controllava il SPD con l’appoggio dei sindacati affini, diretti da Legien; il modello di sviluppo della democrazia parlamentare al socialismo di Ebert, e quello della “fabbrica costituzionale” di Legien verso la socializzazione progressiva dell’impresa sotto direzione sindacale coincidevano perfettamente. I sostenitori di uno sbocco in termini di rivoluzione sociale in collegamento con la “rivoluzione dei soviet”, con alla testa Rosa Luxemburg, continuarono ad essere in minoranza come sempre erano stati nel SPD, né riuscirono a contare sull’organizzazione dissidente, l’USPD (Partito Socialista Tedesco Indipendente), basata sul rifiuto della guerra e con dentro insieme riformisti (come Kautsky o Bernstein) e rivoluzionari, profondamente divisa sulle due alternative. Inoltre, la borghesia industriale tedesca si affrettò a spalleggiare la scelta di Ebert e Legien firmando nei primi giorni della rivoluzione di novembre un grande patto padronato-sindacati, che raccoglieva tutte le rivendicazioni del sindacalismo di allora, compresa una prolissa promessa di accesso alla gestione dell’impresa e di partecipazione ai profitti. Senza che la guerra, conclusa con la rivoluzione di novembre, lo destabilizzasse, Ebert promosse l’obiettivo di restringere il cambiamento nel senso dell’instaurazione di una repubblica democratica in Germania, conservando non solo il sistema capitalistico ma l’armamentario istituzionale dello Stato, a cominciare dall’apparato civile e dal vertice di quello militare, che conservò una sua autorevolezza (Maier, 1988).

La delusione di fronte all’orientamento assunto dalla rivoluzione tedesca fu temporaneamente distratta, tra il 1919 e il 1920, dal persistere dello scoppio discontinuo di mobilitazioni rivoluzionarie in Europa Centrale e Orientale, poi dalla mobilitazione operaia in Europa Occidentale che, tuttavia, non riuscì a passare dallo stadio della rivendicazione economica a quello della lotta per il potere. L’ultima illusione, ormai molto forzata, fu la guerra difensiva dello Stato sovietico contro il nuovo Stato polacco sostenuto da Francia e Gran Bretagna; illusione svanita con la sconfitta dell’Esercito Rosso alle porte di Varsavia alla fine dell’estate del 1920. Sebbene, sia lì sia nel resto d’Europa, fino al 1923, si sperò che la mobilitazione rivoluzionaria riprendesse in Germania, la situazione si stabilizzò a vantaggio del sistema capitalistico, sia pure con la concessione di un processo di democratizzazione in Europa Occidentale.

Solo lo Stato sovietico sopravvisse, ma rimase come non avrebbe voluto rimanere: l’unico Stato rivoluzionario, non il punto di partenza. La “Rivoluzione sovietica” rimase limitata alla “Rivoluzione Russa”. La marcia in avanti divenne molto difficile, problematica, ma il ritorno indietro era impossibile o, quanto, meno improbabile.