La Rivoluzione d’Ottobre, dal capitalismo al socialismo. E viceversa

di Dino Greco, da rifondazione.it

Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio – della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha influenzato il movimento comunista internazionale, la vittoriosa lotta anticoloniale in tre continenti e che ha cambiato l’intera storia umana – non possiamo non chiederci (dobbiamo chiederci!) come e perché nel giro di 70 anni si sia verificato il passaggio dal capitalismo al socialismo e poi – a ritroso – dal socialismo al capitalismo nella sua forma più oligarchica, autocratica, mafiosa. Come, in altre parole, il socialismo si sia convertito nel suo opposto.

Dobbiamo farlo, se non vogliamo consegnarci alla pura rievocazione nostalgica, ad un ruolo di pura testimonianza, se vogliamo dare un senso attuale al nostro essere comunisti oggi, a rivendicare l’attualità, la necessità storica della rivoluzione socialista.

Lo sforzo di capire e di “studiare per capire” è assolutamente essenziale. Dove capire vuol dire darsi gli strumenti (le categorie intellettuali) per comprendere la realtà e fondare su questa analisi rinnovata una teoria della rivoluzione in Occidente, sulle orme di Antonio Gramsci, e poi una strategia e poi una tattica che non siano consegnate all’improvvisazione e, alla fine, alla subalternità e alla sconfitta.

Solo se sai decifrare la realtà che ti circonda, solo se ne sai disvelare l’arcano (come ci ha insegnato a fare Marx) la rievocazione ha un senso, esce dal passato in cui è altrimenti congelata, ossificata, e diventa presente vitale, capacità di leggere e trasformare la realtà.
Altrimenti è pura esercitazione scolastica, priva di qualsiasi capacità rivelatrice.

Non averlo saputo fare in modo adeguato è una delle ragioni (sebbene non la sola) dell’impasse del presente.

Quando tutto è iniziato

Ebbene, Lenin e i Bolscevichi fanno la rivoluzione proletaria esattamente un secolo fa.

Prima vi era stato un solo, ma straordinario antecedente, la breve epopea della Comune di Parigi del 1871, “la forma politica finalmente scoperta – come la definì Karl Marx – della dittatura del proletariato”.

Ebbene, nella rivoluzione d’Ottobre campeggia il genio assoluto di Lenin e del gruppo di rivoluzionari stretti intorno a lui.

L’obiettivo è il ritiro immediato dalla guerra imperialista da trasformare in guerra proletaria.

Le parole d’ordine:

  • alleanza fra operai e contadini
  • terra ai contadini
  • tutto il potere ai soviet

E’ bene tenere presente che Lenin e l’intero gruppo dirigente bolscevico pensano che la rivoluzione non reggerà se quella scintilla non farà scatenare la rivoluzione in Occidente, soprattutto in Germania e in Italia dove le condizioni paiono mature.

Lenin, Trockij, Radek, Zinoviev, Kamenev, Bucharin sono conviti che siamo nell’imminenza di un sommovimento rivoluzionario nel cuore dell’Europa.

Ma è un’illusione: la sconfitta del movimento operaio italiano e dell’occupazione delle fabbriche del ‘19-’20 e il tradimento della socialdemocrazia tedesca che diviene complice della repressione del movimento spartachista e dell’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht mette fine a quella speranza.

Alla sconfitta del movimento operaio in quei paesi corrisponde la svolta reazionaria che porterà al fascismo in Italia e, più tardi, con la caduta della repubblica di Weimar, all’avvento al potere di Hitler in Germania.

Il tema che allora si pone in Russia diventa uno solo: difendere la rivoluzione in un paese solo, un paese dalle dimensioni sterminate (dagli Urali al Pacifico), segnato da differenze etniche e da storie diversissime, dove pochi nuclei di classe operaia (concentrati prevalentemente a Mosca e a Pietrogrado) galleggiano su un mare di contadini.
Tutto ciò mentre le armate bianche di Kolciac e Denikin, sostenute da Inghilterra e Francia cercano di rovesciare il potere rivoluzionario.

Difendersi, dunque, prima di tutto e a qualsiasi costo.

La disciplina è durissima e di tipo militare, anche in economia. E’ il “comunismo di guerra”, con la requisizione delle terre, il lavoro obbligatorio, la riduzione delle razioni alimentari, l’enorme prezzo pagato dai contadini.

La guerra, di inaudita durezza, viene vinta. Ma qualcosa scricchiola.

La chiusura delle fabbriche e la riduzione delle razioni alimentari provoca scioperi a Mosca e a Pietrogrado: particolarmente gravi quelli nella ex-capitale del nord, dove fu nuovamente imposto lo stato d’assedio: i bolscevichi si sentivano rinfacciare ciò che essi stessi avevano sostenuto nei loro programmi e che ora non erano in grado di realizzare.

Diceva un delegato contadino ad un congresso dei soviet:
“I contadini lavoreranno sempre, non risparmieranno i loro figli, non risparmieranno il sangue. Siamo stati in Germania, siamo stati sugli Urali, abbiamo battuto Kolchak abbiamo battuto Denikin, li batteremo ancora. Sono scappati. Se torneranno li cacceremo un’altra volta. Ma vorremmo non essere tormentati invano… il lavoro deve essere libero…”.

L’insieme della crisi finì per prendere un nome: Kronstadt.

La rivolta della celebre fortezza marittima, che con i suoi marinai era stata nel ’17 uno dei massimi focolai della rivoluzione, cominciò il 1° maggio del ’21 in connessione con gli scioperi di Pietrogrado. Gli insorti rivendicavano “potere ai soviet, non ai partiti” e sognavano una terza rivoluzione. L’insurrezione fu infine schiacciata con un’offensiva comandata da Trockij e da Tuchacevskij.

Quella lotta furibonda fra uomini che uscivano appena da una guerra fatta insieme nel nome della stessa rivoluzione fu il sintomo più allarmante di un possibile crollo del potere nato nell’ottobre del ’17.

Qui inizia una profonda riflessione critica di Lenin, che critica il comunismo di guerra che rischia di compromettere ciò che per lui è la condizione stessa della rivoluzione: l’alleanza fra operai e contadini.

Il risultato di questa profonda riflessione critica è la svolta politica della Nep (la Nuova Politica Economica fondata su un sistema ad economia mista), ma con il potere saldamente nelle mani del partito che aveva fatto la rivoluzione.

Nelle condizioni date questo porta ad un’altra torsione: il partito bolscevico diventa il solo partito legale del Paese, il vero organo dirigente, lungo un processo di progressiva identificazione del partito con lo Stato.

In Lenin la preoccupazione è tuttavia molto forte e non lo nasconde. Il suo giudizio è sferzante. Parla di uno “Stato appena unto di olio sovietico, pessimo fino all’indecenza”.

Si apre il conflitto con Stalin intorno al nodo cruciale delle nazionalità e del rapporto fra le repubbliche. Lenin pensa ad un decentramento profondo, in cui al governo centrale spettino solo la politica estera e la difesa, mentre Stalin ha in testa l’accentramento totale del potere. Lo scontro diventa durissimo. Lenin definirà Stalin “rozzo poliziotto grande russo” affetto da inguaribile sciovinismo.

Dicevo che dopo il tramonto della speranza in una generale rivoluzione in Occidente, l’attenzione dei Bolscevichi si sposta ad Oriente, e il tema è la “soviettizzazione” delle terre periferiche con lo sconvolgimento della vita e del modo di pensare e di vivere di genti rimaste a livelli di sviluppo arcaici.

La formazione dell’Urss è un’impresa titanica.

Tornando a Lenin, nella primavera del ’23 viene colpito da un colpo apopletico che lo metterà progressivamente fuori gioco. Tuttavia continua a scrivere e a dialogare con il suo partito, il suo prestigio è immenso.

In questa fase riprende il suo rovello intorno al carattere dello stato sovietico. Lenin è preoccupatissimo e pone la questione di una sburocratizzazione negli apparati dello stato e in quelli di partito, propone di istituire una commissione di controllo che avesse il diritto di sindacare la stessa attività del Poljtburo in modo che nessun dirigente – neppure il segretario generale – potesse impedirle di essere informata di tutto e di verificarne con scrupolo il funzionamento. Lenin pensa ad un processo di trasformazione della società cui partecipino le “vere masse”, non solo la nomenclatura, l’apparato burocratico.

Si va in queste condizioni al X congresso a cui Lenin non è in grado di partecipare e al quale manda un messaggio (che passerà alla storia come il testamento di Lenin).

Lenin afferma che due cose il partito non può mai permettersi di fare: rompere con la base sociale della rivoluzione, l’alleanza fra operai e contadini, e rompere la propria unità interna.

Il messaggio contiene anche un giudizio su tutti i capi bolscevichi, ma l’attenzione principale si concentra su Stalin. Scrive Lenin: “Stalin ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, è incline a metodi autoritari, è troppo grossolano, difetto intollerabile per chi ricopre quella funzione”. Lenin aggiungerà poi a quel messaggio un “codicillo” nel quale chiede di rimuovere Stalin dall’incarico di segretario generale. Il messaggio non sarà mai letto, come gli ultimi scritti di Lenin, secretati fino al 1956 ed oltre.

Lenin muore il 21 gennaio del ’24.

Dopo la sua morte comincia a praticarsi il culto del capo defunto, presto trasferito sulla persona del segretario generale, fino alle forme di vero e proprio cesarismo.

Stalin comincia a fissare la sua architettura del partito in formule icastiche e militaristiche: il partito come stato maggiore del proletariato, una specie di “Ordine dei portaspada”. Il partito come una piramide a strati, costruito su una gerarchia di segretari.

Poi le cinghie di trasmissione:

  • sindacati
  • cooperative
  • Konsomol
  • Organizzazioni femminili
  • Scuola
  • Stampa

Dirà: “La dittatura del proletariato consiste nelle direttive del partito”. Lo Stato che Lenin aveva definito “appena unto di olio sovietico, pessimo fino all’indecenza” viene ora definito “il più alto tipo di apparato statale del mondo”. E ancora, affermerà: “L’estinzione dello stato avverrà attraverso il suo rafforzamento massimo”.

Stalin liquida la Nep, lancia la collettivizzazione forzata, la deportazione dei kulak. Si assiste ad un generale impoverimento delle masse contadine.

Ma soprattutto deflagra lo scontro interno, la lacerazione della vecchia guardia leninista.

Stalin inizia, per strati e inesorabilmente, la sistematica repressione degli oppositori interni. Il dissenso diventa, in quanto tale, reato politico. Ad uno ad uno cadono tutti i capi bolscevichi accusati di complotto controrivoluzionario. Essi subiscono processi infamanti dopo confessioni estorte e con imputazioni inaudite: “Cospirazione e tradimento con l’aiuto straniero, spirito di capitolazione”. Uno dopo l’altro, vengono messi a morte: Piatakov, Sokolnicov, Zinoviev, Kamenev, Radek, infine Bucharin (l’allievo prediletto di Lenin).

La Ceka, la polizia segreta alle dirette dipendenze del segretario generale, assume un potere immenso e fuori da ogni controllo: è la fine di ogni garanzia legale. Il terrore viene scatenato contro il partito nel suo insieme: prima la vecchia guardia, poi gli intellettuali, poi tutti i vertici dell’Armata rossa. Lo stesso comitato centrale non esiste più: 110 dei suoi 139 membri effettivi periscono durante le repressioni. Degli 80 nomi di coloro che furono membri del comitato centrale con Lenin fra il ’17 e il ’23, 46 morirono nelle repressioni.

Stalin stabilisce un rapporto diretto fra capo e Paese, tale da scavalcare il partito stesso.

Malgrado ciò si compie il miracolo dello sviluppo a tappe forzate dell’industria pesante e dell’apparato bellico. I costi sociali sono immensi, ma la crescita ha del prodigioso e Hitler viene fermato. Come ognuno di voi sa nell’eroica resistenza di Stalingrado si decidono – senza alcuna enfasi retorica – le sorti del mondo. L’armata rossa attraverserà l’Europa per fermarsi soltanto a Berlino.

Ma anche dopo la straordinaria vittoria nella “guerra patriottica”, proprio nel momento di una grande vittoria, del più diffuso consenso, in un contesto internazionale non del tutto lacerato, in una società impegnata con spontanea vitalità nella propria ricostruzione, Stalin scatenò una recrudescenza della repressione. Anzi, essa si rivolge con particolare durezza contro i partiti comunisti fratelli: la scomunica di Tito, i processi contro l’ungherese Raick, il bulgaro Kostov, il polacco Gomulka, lo jugoslavo Kadar, i cecoslovacchi Clementis e Slanskj.

Cosa impediva ad un paese che aveva avuto la forza di tentare “la rivoluzione in un paese solo”, che aveva respinto la crociata dell’Occidente contro il primo Stato operaio della storia, che era stato decisivo nella sconfitta di Hitler, di sperimentare, una volta divenuto una potenza mondiale, anche una modesta riforma di se stesso?

Stalin muore nel 1953.

Sarà il XX congresso del Pcus, nel ’56, col famoso rapporto segreto a denunciare quello che il nuovo segretario generale, Nikita Chruscev, definì il comportamento di Stalin come “criminale e paranoico” permeato di “culto della personalità”. Emerge subito, tuttavia, il carattere tutto personalistico di questa così grave denuncia, senza che se ne indaghino origine e cause: tutta la colpa su un uomo solo.

Si apre un periodo di “disgelo”.

In economia: con la concessione ai contadini della possibilità di produrre e vendere ciò che volevano nel piccolo pezzo di terra a loro privatamente assegnato; con il trasferimento alle cooperative dei mezzi meccanici di proprietà statale; con l’affermazione dell’utilità della presenza di un settore affidato al mercato. Ancora: viene promossa una riforma della scuola che determinò una formidabile crescita dell’accesso all’istruzione e una seconda campagna di alfabetizzazione ai livelli superiori. E poi: un aumento – moderato ma costante – del salario reale, un miglioramento generalizzato della copertura sanitaria, un aumento delle pensioni.

Rimangono tuttavia intatti i tratti che avevano segnato lo stato sovietico nel periodo staliniano:

  • il partito è lo stato e lo stato è il partito
  • nessuna socializzazione dei mezzi di produzione: l’operaio sovietico non concorre in nessun modo a stabilire la destinazione del surplus di valore estratto dal lavoro
  • i soviet restano un’emanazione del partito, così i sindacati
  • nessuna socializzazione del potere, monopolizzato da una casta separata che lo gestisce per conto del popolo

La sfida competitiva con gli Usa si sviluppa dunque essenzialmente sul modello competitivo, quantitativo.

Nella versione chrusheviana nascevano le premesse della futura glaciazione brezneviana, cioè della sostituzione, tra le masse, dell’ipersoggettivismo staliniano con l’apatia politica e ideale e, tra i quadri, del timore delle epurazioni con il cinismo burocratico.

La “glaciazione” brezneviana

Con Breznev si ha il ritorno alla rigida pianificazione centralizzata e – siamo negli anni Settanta – l’Urss conosce un tasso di sviluppo rispettabile, comunque superiore a quello dei paesi occidentali. Ma già quello sviluppo era malato: restava come sempre concentrato sull’industria pesante e su quella militare, senza curarsi molto della loro produttività; nuovi settori industriali innovativi (chimica, petrolchimica, elettronica, per i quali esistevano materie prime abbondanti, raffinate competenze scientifiche, tecnici capaci) erano trascurati; il sistema dei prezzi restava arbitrario; l’industria leggera di beni di consumo di massa produceva beni di cattiva qualità.

La pianificazione centralizzata aveva ottenuto risultati straordinari quando si trattava di costruire ed estendere le basi dell’industrializzazione o di rispondere a bisogni essenziali, non poteva però più funzionare quando l’economia era diventata complessa e i bisogni, individuali e collettivi, potevano essere guidati ma non imposti. Tutto ciò non poteva più funzionare quando il ricordo della rivoluzione era ormai lontano, il pericolo di guerra diminuito e anzi i gruppi dirigenti collaboravano a spoliticizzare le masse per assicurare la stabilità del potere.

Si raggiungeva così un perverso compromesso tra disciplina politica e apatia sociale. Una tale impasse del sistema economico si trasferiva immediatamente sul terreno geopolitico. Perché ormai il ciclo delle lotte di liberazione nazionale si stava concludendo e i nuovi Stati, che ne erano risultati, avevano bisogno non solo di un sistema militare, o di armamenti, ma di un sostegno tecnico, organizzativo, anche ideale, per sottrarsi alla lusinga e agli interessi che il neocolonialismo offriva loro attraverso la mediazione di una borghesia compradora già preesistente o reclutata all’interno degli stessi movimenti di liberazione.

Credo abbia un discreto fondamento la tesi secondo la quale “Breznev fu il vero affossatore della rivoluzione russa”, proprio nel momento in cui le si offrivano altre strade da percorrere.

Da Breznev ad Andropov

Dopo la morte di Breznev diventa segretario generale Jurij Anropov. Ciò che appariva a prima vista e faceva pensare ad una successione in perfetta continuità era il fatto che egli fosse e da tempo il capo del Kgb e in quanto tale poteva segnalare le premesse di una svolta autoritaria. E invece accadde il contrario.

Sarebbe interessante – ma al momento impossibile – potere ricostruire la sua biografia per spiegarlo. Quel che è certo è che fu lui – nel breve tempo in cui esercitò il potere – ad iniziare, con un coraggio inusitato quanto imprevedibile, una svolta. Lo testimoniano alcune scelte immediate.

In politica estera: con la proposta di smantellamento bilaterale dei missili di teatro in Europa o quella di un governo di unità nazionale in Afghanistan, accompagnato dal ritiro di tutte le forze armate straniere.

Ma se si vuole cogliere la radicalità e il senso concreto delle intenzioni di Anropov è utile leggere un ampio scritto uscito in occasione del centenario di Carl Marx. Anzitutto perché, per la prima volta, dal vertice massimo veniva presentata al popolo un’analisi veritiera della situazione, traendo le somme del passato e un impegno per il futuro. L’analisi di Andropov era cruda. Il socialismo in Urss – scriveva – non era affatto realizzato:

“Nonostante la socializzazione dei mezzi di produzione i lavoratori non sono i veri padroni della proprietà statale. Essi avevano ottenuto di essere padroni, ma non lo sono mai diventati. Chi sono allora i padroni in Urss? Tutti coloro che, avendo una concezione privatistica camuffata, si rifiutano di trasformare il mio in nostro e desiderano vivere alle spalle degli altri, alle spalle della società”.

E’ difficile immaginare una critica più aspra al ceto burocratico e parassitario, al corporativismo avido di privilegi, all’economia sommersa che profittava dell’inefficienza pubblica per acquisire profitti immeritati. L’impegno che ne derivava, rivolto soprattutto alle masse, era a sua volta tutt’altro che demagogico:

“Per uscire da una stagnazione economica occorre uno sviluppo non solo quantitativo ma qualitativo, che migliori la qualità del lavoro e offra ai consumatori ciò di cui hanno realmente bisogno. Perciò occorre mettere in discussione non la pianificazione in sé, ma una pianificazione fondata sul comando amministrativo, indifferente allo sviluppo tecnologico, alla qualità dei beni prodotti e incapace di valutare i risultati degli investimenti. Basta con la ‘decretazione comunista’ sulla quale le direzioni aziendali costruiscono le loro carriere, distribuendone parte ai loro diretti dipendenti”.

Erano solo spunti, ma mostravano la volontà di riaffermare l’idealità socialista proprio nel momento in cui egli criticava una sua applicazione deviata, e la volontà di restituire alla lotta di classe un ruolo centrale. La malattia e la morte non gli permisero di fare di più e la successiva elezione di Konstantin Chernenko mostrò quanto fosse forte la resistenza di chi difendeva lo staus quo.

Nel frattempo la stagnazione economica perdurava, la gerontocrazia divenne per tutti insopportabile: la candidatura di Michail Gorbacev alla guida del Pcus divenne uno sbocco necessario. Il primo obiettivo che Gorbacev si propose fu quello di liberare la società e il partito da quella gabbia di divieti, di conformismo, di omertà che era cresciuta nel ventennio brezneviano e aveva messo basi profonde in un gigantesco apparato burocratico (16 milioni di persone).

Gorbacev operò concedendo e stimolando la libertà di parola e di stampa. In pochi mesi vi fu l’esplosione di un dibattito fra gli intellettuali in ogni campo, la moltiplicazione spontanea di nuovi organi di stampa critici, premiati da vendite straordinarie, la facoltà per la televisione di dire il vero e a volte di trasmettere in diretta dibattiti vivaci nel vertice del partito.

Era una vera riforma strutturale, premessa di ogni altra. Le masse ne erano interessate, ma anche diffidenti. A Mosca cominciava a circolare fra la gente comune una frase graffiante: “Di giornali ne leggo molti, ma i negozi restano vuoti”. Quello che mancava era la capacità di indicare gli strumenti di applicazione, i soggetti cui attribuire responsabilità, i tempi necessari.

Due esempi: per aumentare la produttività del lavoro, rinnovare le tecnologie, spostare investimenti verso l’industria leggera e migliorare la qualità dei beni di consumo, bastava concedere una crescente autonomia alle singole imprese, senza un sistema fiscale che ne premiasse i risultati o li redistribuisse, e senza un piano vincolante che ne orientasse le scelte?

Oppure: bastava tollerare la nascita di un’imprecisata iniziativa privata o cooperativa, in assenza sia di imprenditori sia di un mercato e senza porre né limiti né trasparenza ai bilanci, né garanzie contrattuali, per impedire che si tramutassero in economia sommersa e speculativa?

Poi c’era il problema dello stato del partito. Da settant’anni l’Urss si era retta su un potere politico il cui motore e gestore era un unico partito (lo Stato era solo uno strumento, il suo braccio secolare). Negli ultimi decenni, però, il partito – restando unico e autoritario – aveva via via cambiato ruolo e natura. Dietro il cambiamento formale che pareva riconoscere una pluralità di idee e di interessi si formava un ceto dominante che saldava in un blocco nomenclatura politica e tecnocrazia, riduceva l’ideologia ad un catechismo cui pochi credevano, incoraggiava la passività delle masse offrendo loro in cambio tolleranza per l’assenteismo e di conseguenza per il lavoro nero.

Serviva perciò a poco, per superare questo muro, separare il partito dallo Stato, limitandone il potere, se prima e contemporaneamente non si riusciva a farvi rinascere un’identità ideale e a ricostruire un rapporto con le masse svantaggiate.

Il collasso finale

Alla base del collasso finale intervenne la divaricazione e poi lo scontro violento fra coloro che avevano condiviso la Perestrojka e sostenuto Gorbacev. Da un lato coloro che erano convinti della necessità che anche profonde riforme non dovessero cancellare il carattere socialista del sistema, non si dovesse né condannare in blocco la storia passata, né concedere al mercato e alla proprietà privata un ruolo preminente. Non solo per la fedeltà ai principi, ma per impedire la disorganizzazione economica del paese.

Dall’altro quelli ormai convinti che ormai bisognava andare in fretta fino in fondo, cioè orientarsi a chiudere la parentesi aperta dalla rivoluzione di Ottobre e costruire un nuovo sistema coerente, assumendo come modello le democrazie occidentali.

Gorbacev sostenne la prima opzione, per il momento maggioritaria nel partito e nel paese. Per reggere sarebbe stato necessario inventare un sistema sociale del tutto nuovo; occorreva non solo il consenso, ma la partecipazione attiva di milioni di persone, anzitutto nelle classi popolari, e occorreva neutralizzare chi sul socialismo aveva sempre giurato, ma nel socialismo aveva coltivato privilegi, o scarico di responsabilità.

Gorbacev cercò di reagire cambiando l’agenda della Perestrojka, cioè trasferendo la riforma del potere politico su una nuova priorità, la democratizzazione dello Stato (maggiori poteri ai soviet delle repubbliche eletti con il voto popolare e un’effettiva pluralità di candidati). Intenzioni ottime, risultati pessimi: per il Pcus le elezioni sanzionarono una sconfitta.

Il potere politico era ormai del tutto frammentato: soviet con facoltà legislative nei rispettivi territori, in continua competizione sulla suddivisione delle risorse con lo Stato; soviet della Federazione russa molto più influente rispetto ad ogni altro; governo centrale quasi esautorato; trentasette ministeri che non sapevano a chi chiedere ordini e ne facevano volentieri a meno. Ognuno di questi centri e livelli pretendeva che le proprie leggi, entro i propri confini, prevalessero sulle altre.

La democratizzazione frettolosa diventava confusione.

Tutto questo impresse un’accelerazione ed una moltiplicazione dei conflitti etnici e religiosi che, due anni più tardi, produssero la fine dell’Unione Sovietica e offrirono l’ascesa al potere, per quanto restava, di Boris Eltsin, regista ed inventore di un nuovo populismo che, in nome della libertà, finì col bombardare il parlamento e, in nome del popolo, rapinava il patrimonio pubblico per spartirselo con oligarchi corrotti e spesso mafiosi.

Al potere si insedia una nuova classe sociale, con il suo personale politico, non frutto delle imprese vitali, ma un potere oligarchico prodotto della più grande rapina della storia. Ed ecco il prodotto di questa “civilizzazione”: crollo della produzione, disuguaglianze scandalose, una tragedia infinita per decine di milioni di persone ricacciate nella povertà, prive di protezioni, la riduzione drastica della speranza media di vita, l’esplosione di conflitti etnici cruenti.

Conclusione

Noi assistiamo da molti anni ad una solenne rimozione, ad una damnatio memoriae condotta? subita? da una parte cospicua degli epigoni di quella storia grande e tragica che fu la costruzione – per la prima volta nella storia – di uno Stato operaio.

L’attacco ha avuto caratteristiche proteiformi, spesso il giudizio è stato sommario, quando non del tutto fondato su una contraffazione dei fatti, necessaria per occultare il senso profondo di un’abiura e di una deriva sempre più esplicita verso il pensiero liberale sino alla sua forma e alle sue manifestazioni più sciaguratamente oppressive.

Ripercorrere controcorrente il fiume dell’esperimento sovietico, oggi è un compito politico. Se non si capisce lì, non si capisce qui.

Perché non rimanesse pietra su pietra di quella storia si è giunti sino a condannare in blocco l’intero Novecento e ciò in quanto l’esperimento sovietico si è piazzato al centro del Novecento e lo ha definitivamente segnato.

“Batti e ribatti – ha scritto efficacemente Mario Tronti – alla fine ho capito che l’antinovecentismo è sostanzialmente una forma, la più inconsapevolmente diffusa, di anticomunismo. Indipendentemente dal merito dei fatti, in realtà non si sopporta che quella cosa lì ci sia stata. Per cui anche parlarne male è rischioso. Conviene non parlarne affatto, finché come di Atlantide si favoleggerà che ci fu, ma senza sapere dove come e quando. I nostri avversari l’hanno capito, e molti nostri amici, senza saperlo, gli danno una mano: il modo più sicuro per tenere in piedi questo miserabile loro presente è cancellare ogni traccia di memoria alternativa. Oggi stiamo vivendo lo stadio avanzato, maturo, prossimo a una soluzione finale a livello mondo, di una storica, classica, lotta di classe tra politica ed economia. Lotta di classe, non altro. Schierarsi sull’uno o sull’altro fronte è la prima decisione da prendere. Poi la politica si può riformare, ridefinire, riorganizzare e quant’altro, ma, pensiamoci bene, ogni gesto, ogni parola, ogni iniziativa, che in qualche modo contribuisca a una sua delegittimazione, è un danno arrecato alle persone cha vivono nel basso della società e che hanno nella lotta di classe la sola arma di difesa e di attacco”.

Ecco, la rivoluzione russa prese una piega diversa da quella che speravamo, una “forma profana”, come ha scritto in un suo splendido libro Rita Di Leo, ma il suo atto di nascita fu qualcosa di sacro. E questo perché il Palazzo d’Inverno i bolscevichi non lo criticarono, lo conquistarono. Per questo non saremo mai abbastanza grati a quel pugno di uomini e di donne che provarono a scrivere un’altra storia, una storia di riscatto, di emancipazione, di liberazione del genere umano che parla ancora, e quanto forte, anche a noi e al tempo presente.