Marxisti, populisti, anarchici… Un movimento operaio rivoluzionario

di Jean-Philippe Divès, da npa2009.org, traduzione di Andrea Martini

La storia della rivoluzione russa è la storia dell’incontro e della interazione permanente tra due attori entrambi decisivi: un’avanguardia marxista rivoluzionaria raggruppata nel Partito bolscevico e una classe operaia conquistata al socialismo e dotata di formidabili capacità di lotta…

Le particolarità dello sviluppo della Russia vi avevano fatto nascere tardivamente una classe operaia, certo, ancora poco numerosa ma in rapido sviluppo: un milione e mezzo di operai industriali nel 1900, tre milioni nel 1912 (a cui occorre aggiungere i lavoratori edili, quelli dei trasporti e una parte significativa di quelli dei servizi), su di una popolazione di 160 milioni nel 1914; e, soprattutto, la classe operaia più concentrata al mondo: nel 1911, il 54% degli operai russi lavorano in fabbriche con più di 500 dipendenti, quando negli Stati uniti la stessa percentuale tocca solo il 31%; un altro 40% lavora in fabbriche che impiegano tra i 50 e i 500 operai; meno del 10% in aziende con meno di 50 addetti.

Una radicalità eccezionale

Su questa realtà se ne aggiungeva un’altra, quella di condizioni di sfruttamento e di oppressione altrettanto senza paragone con le principali società capitaliste: salari bassissimi, orari di lavoro di 14 ore e, sotto il dominio dell’autocrazia, l’assenza di qualunque libertà politica e sindacale. Qualunque sciopero e spesso perfino qualunque azione rivendicativa provocava licenziamenti e a volte arresti, qualunque mobilitazione di piazza poteva essere oggetto di una repressione con morti e feriti.

In questa situazione, gli operai che non volevano piegare la schiena non avevano altra scelta che quella dell’azione clandestina. E la questione che si poneva immediatamente era: quale altro regime politico, quale altra società? Come rileva Oskar Anweiler, «l’assenza del diritto di coalizzarsi, la proibizione di presentare rivendicazioni collettive e le pesanti minacce fatte gravare sugli scioperanti contribuirono in particolare a spingere gli operai russi sulla via della rivoluzione» (cfr. “Les soviets en Russie: 1905-1921”, Paris : Gallimard, 1972).

Pierre Broué insiste: «nella società russa sotto gli zar, non c’è scampo per i militanti operai. I sindacati vengono sciolti non appena hanno un’esistenza effettiva e i menscevichi più “legalitari”, compresi i liquidatori, ricevono dalla polizia colpi così severi tanto quanto i bolscevichi più duri. Non c’è posto né per i burocrati, né per onorevoli traditori, poiché il militante che volesse abbandonare la lotta per “redimersi” non ha altra strada che il trasformarsi in spia al servizio della polizia. Non è possibile adattarsi senza un’aperta capitolazione: il riformismo, nato in Occidente come uno stato d’animo che incarnava una tendenza delle organizzazioni operaie, e poi uno strato privilegiato, non ha in Russia radici significative» (cfr. Pierre Broué, “Le Parti bolchevique”, Editions de Minuit, 1963, p. 55).

Così, la lotta rivendicativa sfociava naturalmente in lotta politica, le frontiere tra l’una e l’altra si assottigliavano, sparivano perfino per larghi strati di lavoratori che approdavano alle idee del socialismo e del marxismo. In gran parte, ciò accadde grazie all’azione di un’intellighentsia fatta di giovani, senza prospettive di interazione nella società zarista spinta da tutto il contesto verso ideali di rivolta e di rivoluzione. Pierre Broué descrive nel modo seguente i giovani bolscevichi dell’epoca: «non sono neanche ventenni, che rinunciano a carriere e ambizioni che non siano quelle dell’azione politica e collettiva, che si impegnano per la vita ad identificarsi con la lotta operaia (…) Questi giovani non sono ancora usciti dall’età dell’adolescenza e sono già vecchi militanti e quadri» (op. cit., p. 21-22).

Evgenij Alekseevič Preobraženskij, divenuto dal 1917 un importante dirigente del Partito bolscevico, tratteggiò alla morte di Lenin questo ritratto che vale la pena di citare estesamente, degli operai russi del periodo rivoluzionario: «L’avanguardia della nostra classe operaia è il prodotto del capitalismo europeo che, investendo un paese nuovo, vi ha edificato centinaia di imprese formidabili, organizzate secondo gli ultimi perfezionamenti della tecnica occidentale. Il nostro operaio è il giovane barbaro pieno di forza non ancora corrotto dalla civiltà capitalista, non ancora corrotto dai comfort e dal benessere, dalle briciole che cadono dalla tavola dagli sfruttatori coloniali, che non si è ancora fatto piegare dal giogo della legalità e dell’ordine borghese (…) Il nostro operaio ha iniziato a odiare il capitale e a combatterlo prima ancora di interpretarlo come l’organizzatore di un regime economico superiore all’artigianato: ha iniziato a disprezzarlo prima di avere il gusto e l’attaccamento alla cultura borghese. Non assomiglia al proletario occidentale, addestrato da due secoli di industria manifatturiera e capitalistica, né al semiproletario dell’India e della Cina. Chi non comprende questi tratti originali non comprenderà in nulla le sue meravigliose realizzazioni, non coglierà l’essenza di questo fenomeno sociologico che è il partito bolscevico (…) La nostra classe operaia unisce in sé lo slancio rivoluzionario, la spontaneità della verde gioventù con la disciplina che cementa milioni di persone riunite dal lavoro attorno alla macchina» (cfr. Bulletin communiste n° 10, 7 mars 1924).

Ed anche la forza del marxismo, del quale numerosi lavoratori si impregnavano con avidità, come è testimoniato da questo esempio, significativo di una tendenza molto più generale: «S. A. Smith descrive così l’evoluzione di un operaio russo il cui pensiero si è aperto in questa direzione di “pensiero critico”: “per Kanatchikov, la scoperta della teoria dell’evoluzione ha avuto l’effetto di un colpo di cannone (…) La sua scoperta di Darwin si è rapidamente completata con quella di Marx: nel 1902, all’età di 23 anni, aveva letto tutto il primo volume del Capitale. Tutto ciò gli ha fornito una comprensione scientifica della società e gli ha dato la volontà di dedicarsi alla causa del rovesciamento del capitalism» (cfr. Steve A. Smith, «Revolution and the People in Russia and China: A Comparative History», Cambridge University Press, 2008).

Primato della politica e autorganizzazione

Fino ad allora proibiti e duramente repressi non appena cercavano di uscire allo scoperto, i primi sindacati un po’ stabili e di una qualche importanza si sono formati a partire dal 1905. Eclissati dai soviet e dai comitati di fabbrica, nel 1917 hanno giocato un ruolo secondario, anche quando erano rappresentativi e potenti (come il sindacato dei metallurgici di Pietrogrado, forte di 200.000 iscritti).

Un’eccezione da questo punto di vista è stato il Vikjel, Comitato esecutivo panrusso del sindacato dei lavoratori ferroviari, una delle organizzazioni sindacali più forti, rappresentativo di un settore molto impregnato delle proprie particolarità corporative e che, se paragonato con gli operai di fabbrica, costituiva una specie di «aristocrazia operaia». La direzione del sindacato dei ferrovieri è nota in particolare per il suo tentativo di conciliazione dopo l’insurrezione di Ottobre: alleata con l’ala destra della direzione bolscevica (Kamenev, Zinoviev, Rykov), tentò di imporre un governo composto da «tutte le lendenze socialiste», cioè assieme a quei partiti (menscevichi, socialisti rivoluzionari di destra) che non riconoscevano il potere dei soviet e di cui alcuni membri ben presto avrebbero operato di concerto con la controrivoluzione borghese e imperialista. Il Vikjel, sul quale Edward Hallet Carr fa notare che «aspirava ad agire come potere indipendente capace di dettare le proprie condizioni al governo» (cfr. Edward H. Carr,“Storia della Russia sovietica. La rivoluzione bolscevica 1917-1923”, Einaudi), si è poi comportato come una forza di opposizione nei confronti del nuovo potere sovietico, giungendo fino a minacciare di paralizzare il trasporto delle truppe inviate al fronte per le prime battaglie con la controrivoluzione.

Ma questo organismo si trovava in realtà controllato da forze politiche chiaramente ostili ai bolscevichi. Alexander Rabinowitch indica che nell’estate del 1917, sui quaranta membri del Vikjel, quattordici erano socialisti rivoluzionari, sette menscevichi, tre socialisti popolari (una delle correnti più di destra tra quelle che si richiamavano al socialismo), mentre molti degli undici «indipendenti» sostenevano il partito «cadetto» (abbreviazione per costituzionale democratico, la formazione della destra borghese liberale); a far loro fronte c’erano solo due bolscevichi, un simpatizzante bolscevico e due membri dell’organizzazione “interdistrettuale” diretta da Trotsky e che si fonderà con il Partito bolscevico alla fine di luglio (cfr. “I bolscevichi al potere”, Feltrinelli).

In altre parole, le scelte dei dirigenti sindacali rispondevano in prima istanza a quelle dei partiti di cui erano membri o sostenitori. Sono queste organizzazioni politiche, costruite nella clandestinità e che, dopo il febbraio, vedevano le adesioni affluire in massa, che davano l’indirizzo a tutti i livelli, da quello di fabbrica a quello locale, di quartiere, fino alle istituzioni nazionali.

Assieme al carattere immediatamente politico di ogni lotta, la debolezza delle tradizioni sindacali ha comportato un’altra conseguenza: la tendenza spontanea dei lavoratori ad autorganizzarsi. Fin dai primi passi del proletariato russo, gli operai che entravano in lotta o che solo intendevano presentare una richiesta alla direzione della loro azienda, in assenza di organizzazioni sindacali, avevano preso l’abitudine di eleggere dei delegati, con vincolo di mandato e revocabili.

L’anarcosindacalista Volin sottolinea: «quanto al sindacalismo, non essendo esistito in Russia nessun movimento operaio prima della Rivoluzione del 1917, la concezione sindacalista – a parte che da qualche intellettuale – era totalmente sconosciuta (…) quasta forma russa di organizzazione operaia, il “Soviet”, fu trovata in tutta fretta nel 1905 e ripresa nel 1917, proprio a causa dell’assenza dell’idea e del movimento sindacalisti»; prima di ritenere che «senza alcun dubbio, se il meccanismo sindacale fosse esistito, sarebbe stato esso a prendere in mano il movimento operaio» («La révolution inconnue», Edition Verticales, 1997, p. 106).

Oskar Anweiler spiega nel modo seguente il sorgere dei soviet nel 1905: «contrariamente alla borghesia liberale, organizzata – almeno in una certa misura – nelle assemblee dei zemstvos [assemblee di distretto create nel 1864, elette a suffragio censitario] e delle duma di municipio [assemblee municipali, anch’esse riservate ai proprietari e ai ricchi], la popolazione lavoratrice non disponeva in Russia di alcuna possibilità legale di organizzarsi. Mentre i partiti rivoluzionari erano ridotti alle dimensioni di gruppuscoli cospirativi, essa viveva nella proibizione di affidare a sindacati la conduzione delle proprie lotte economiche. Al momento della rivoluzione, era priva di ogni organizzazione permanente, capace di unificare e dirigere il movimento. Da questo nasce la necessità di una forma di autodifesa spontanea. il soviet». L’autore elenca, per questa classe operaia di recente estrazione contadina, «le tradizioni legate alla comune rurale arcaica», la «fede nella virtù “democratica” dell’uso delle assemblee di villaggio nelle quali si deliberava tutti insieme», «cosa che dovette spingere le masse operaie a trovare naturali la deliberazione collettiva e l’elezione di deputati» (Oskar Anweiler, op. cit., p.63).

L’eredità populista e il Partito socialista rivoluzionario

Manifesto elettorale del Partito socialista rivoluzionario, 1917

Nel suo testo precedentemente citato, Evgenij Preobraženskij fa notare che l’operaio russo «ha per antenati i contadini che saccheggiavano le case e i raccolti dei signori, quelli che li frustavano nelle stalle (…) e che li mandavano su delle zattere nelle miniere sugli Urali o in Siberia. Nelle sue vene scorre il sangue dei rivoltosi che, all’epoca di Sten’ka Razin e di Emel’jan Pugačëv, facevano tremare il trono degli zar di mosca».

La corrente che più direttamente ha incarnato queste tradizioni è quella del Partito socialista rivoluzionario (SR), fondato nel 1901 rivendicando l’eredità dei narodniks, attivi fin dagli anni 1870. Questi «populisti» (dalla parola russa narod che significa popolo), provenienti principalmente dalla piccola borghesia urbana, preconizzavano una rivoluzione fondamentalmente contadina (essendo i contadini l’immensa maggioranza della popolazione) che avrebbe instaurato la «democrazia» e una forma di socialismo specificamente russo fondato sulla tradizione del mir, l’antica comunità contadina basata sulla proprietà collettiva delle terre.

Tuttavia, delusi dallo scarso impegno dei contadini a compiere il proprio ruolo rivoluzionario, i narodnik decisero di mostrare loro la via moltiplicando gli attentati e gli assassinii di personalità del regime. «La storia va troppo lenta, occorre spingerla», dichiarava il loro principale dirigente, Andrej Ivanovič Željabov, durante il loro congresso del 1879 a Voronej (cfr. Jean-Jacques Marie, «Lénine», Balland, 2004, p. 26).

Le azioni di un «pugno di audaci», così come si autodefinivano, dovevano comunque costringere il regime zarista a concedere libertà democratiche che permettessero, in una ulteriore tappa, di sviluppare una lotta per il socialismo. Il fatto d’armi principale della Narodnaya Volya (Volontà, o Libertà del popolo) fu l’assassinio, il 1° marzo 1881, dello zar Alessandro II da parte di Željabov e di altri congiurati, che vennero tutti condannati a morte. Sei anni dopo, un gruppo di giovani veniva arrestato dalla polizia mentre progettava di assassinare il suo successore. Tra di loro, Aleksandr Il’ič Ul’janov, impiccato l’8 maggio 1887. Secondo Lars T. Lih (ma questa tesi non è universalmente condivisa), Lenin sarebbe stato profondamente segnato dalla morte del fratello maggiore e avrebbe cercato successivamente i mezzi per proseguirne la lotta imboccando «un’altra via», che trovò nel marxismo.

Il Partito socialista rivoluzionario è stato fondato nel 1901, rivendicando l’eredità di Narodnaya Volya. Immediatamente formò una «brigata terrorista» che riprese il metodo degli assassinii di rappresentanti del regime.

Radicato soprattutto nelle campagne, è rimasto maggioritario nel Soviet dei deputati contadini per tutto il 1917. Dei 1115 delegati al Primo congresso panrusso dei soviet contadini, svoltosi nel maggio 1917, 571 si dichiaravano SR, contro soli 14 bolscevichi. Al secondo congresso, riunitosi a partire dal 9 novembre, sono i SR di sinistra, alleati con i bolscevichi, a ritrovarsi maggioritari. Ma il partito SR disponeva anche di forze tra i lavoratori urbani, senza contare l’esercito, composto prevalentemente da giovani contadini. Al Primo congresso panrusso dei soviet dei deputati operai e soldati, svoltosi nel giugno 1917, i SR erano 283 su 822 delegati pieni, contro 248 menscevichi e soli 105 bolscevichi (Cifre riportate da Oskar Anweiler, op.cit., p. 150-153).

Gli SR hanno contato quasi un milione di aderenti all’inizio dell’estate 1917, di gran lunga più dei menscevichi (circa 200.000) e dei bolscevichi (allora circa 100.000). Ma la loro preponderanza elettorale nelle campagne non significa che organizzassero direttamente una frazione altrettanto importante del mondo contadino. Secondo uno studio pubblicato nel 1978, all’inizio della guerra mondiale, i membri del Partito SR erano per il 28% operai o artigiani, per il 21% universitari o liceali, per il 16% impiegati o appartenenti agli strati intellettuali inferiori, e per il 35% «appartenenti alla intelligentsia superiore, cioè medici, ingegnieri, giuristi…». «Un peso decisivo poteva essere attribuito (…) agli elementi acculturati e qualificati». «La proporzione infima di contadini tra i membri del partito è un tratto significativo. Il partito socialista rivoluzionario non è riuscito a legare alla propria organizzazione il gruppo sociale di riferimento» (cfr. Manfred Hildermeier, «La structure sociale du parti socialiste-révolutionnaire avant la Première Guerre mondiale», Cahiers du monde soviétique, volume 19, numero 3).

Come i marxisti e gli anarchici, gli SR hanno conosciuto molte scissioni. Già nel 1906, un ala destra legalista dette vita ad un «Partito del lavoro», mentre a sinistra rompevano gli SR «massimalisti», vicini a certe correnti anarchiche e che restarono una corrente politica attiva fino al 1918. Nell’agosto 1914, un settore degli SR, capeggiato da Viktor Michajlovič Černov, si oppose alla politica di unione nazionale sostenuta dalla maggioranza della direzione.

Ma è nel 1917 che le contraddizioni esplodono. Le divergenze provocarono una divisione irrimediabile tra i sostenitori di una rivoluzione sociale e quelli, sempre più legati ai settori agiati delle campagne, che intendevano far rientrare il processo in un quadro democratico borghese. Nel mese di giugno, al momento del primo congresso panrusso dei soviet dei deputati operai e soldati, la sinistra degli SR si era già alleata con i bolscevichi contro la direzione del proprio partito. All’indomani dell’insurrezione di ottobre, la direzione SR espulse dal partito i rappresentanti dell’ala sinistra che si erano rifiutati di abbandonare il secondo congresso panrusso dei soviet (25 ottobre-7 novembre), dopo che questo aveva approvato il rovesciamento del governo provvisorio e la trasmissione del potere ai soviet. Il partito dei socialisti rivoluzionari di sinistra tenne il proprio congresso di fondazione dal 19 al 28 novembre 1917.

La sinistra era maggioritaria all’interno della delegazione degli SR al secondo congresso dei soviet, e questo rapporto di forza non fece che accentuarsi nel corso dei mesi successivi. Ma questo non si era affatto riflesso nelle delegazioni all’Assemblea costituente (riunita il 5 gennaio 1918), eletti con la proporzionale attraverso scrutini di liste regionali. La composizione delle liste SR, comuni alle due tendenze, era stata definita dalla destra, al punto che su 410 rappresentanti SR alla Costituente (per un totale di 707 membri eletti – i bolscevichi erano 175), solo 40 erano membri del nuovo partito SR di sinistra (cfr. Edward Hallet Carr, op. cit., p. 115-116). E’ una delle ragioni – troppo poco sottolineata – per le quali quella assemblea, peraltro eletta su piattaforme redatte prima dell’evento fondatore dell’Ottobre, si dimostra pochissimo rappresentativa anche da un punto di vista democratico borghese.

Gli SR di sinistra hanno governato con i bolscevichi fino alla primavera 1918, quando la coalizione si spezzò sulla base di divergenze gravi emerse in base alle condizioni del trattato di pace con la Germania; prima che le antiche tradizioni terroriste non li conducessero a tentare un colpo di stato, le cui conseguenze furono catastrofiche.

Gli anarchici

Per ciò che riguarda gli anarchici abbiamo di fronte la stessa difficoltà incontrata con il partito SR: l’assenza di studi storici che siano insieme globali e sufficientemente documentati. Il libro di Volin, La révolution inconnue, è stato già citato: scritto in modo molto soggettivo, manca drammaticamente di riferimenti, e presenta una serie di affermazioni che sembrano gratuite o a volte perfino manifestamente inesatte (Valga ad esempio l’affermazione secondo cui Maria Spiridonova, grande figura degli SR poi degli des SR di sinistra, sarebbe stata assassinata nelle galere bolsceviche nel corso degli anni 1920, mentre è vissuta libera fino al 1937, data nella quale è stata inviata in un gulag dal potere staliniano, prima di essere uccisa a Orel nel settembre 1941, nel corso del cosiddetto «massacro della foresta Medvedev», assieme a noti bolscevichi, come Christjan Georgievič Rakovskij e Olga Davidovna Kameneva Bronstein, sorella di Trotsky, e vedova di Lev Kamenev).

Ci sono peraltro ragioni per credere a Volin (che al momento del suo ritorno in Russia nel luglio 1917 aderì all’Unione di propaganda anarcosindacalista di Pietrogrado, che pubblicò il settimanale, poi quotidiano Golos Truda, La Voce del lavoro) quando afferma e ripete che il movimento anarchico è stato ultra minoritario in Russia fino alla rivoluzione d’Ottobre; e questo benché due dei suoi principali teorici t cela, bien que deux de ses principaux théoriciens, Bakunin (1814-1876) e Kropotkin (1842-1921), fossero stati russi.

Nel 1905, «esisteva anche (…) un certo movimento anarchico. Molto debole, totalmente ignoto alla vasta popolazione, rappresentato solo da qualche gruppo di intellettuali e di operai (contadini nel Sud), senza seguito (…) La loro attività si limitava ad una debole propaganda, d’altra parte molto difficile, ad attentati contro i servi troppo fedeli del regime, e ad “azioni individuali”. La letteratura libertaria arrivava clandestinamente dall’estero. Venivano diffusi soprattutto gli opuscoli di Kropotkin» (op. cit., p. 59). Il fatto che nel febbraio 1916, cioè nel pieno del massacro imperialista, quest’ultimo abbia preso posizione in favore dell’unione nazionale contro la Germania, con gli altri responsabili anarchici del manifesto dei Sedici, non ha senza dubbio aiutato questo movimento in Russia.

Nel 1917, «gli anarchici erano, all’inizio della rivoluzione, tutt’al più tremila» (p. 719). Alla vigilia dell’Ottobre, «il movimento anarchico (…) era ancora troppo debole per avere un’influenza immediata e concreta sugli eventi. E il movimento sindacale non esisteva (…) gli anarcosindacalisti e gli anarchici sono poco numerosi e male organizzati» (p. 142 e 148). Secondo Alexander Rabinowitch, hanno tuttavia giocato, tra il febbraio e l’ottobre 1917, un ruolo significativo a Pietrogrado e a Kronstadt. Non certo l’Unione anarcosindacalista di Golos Truda, che questo autore stima allora marginale, ma la Federazione anarcocomunista che era ben rappresentata nelle truppe (in particolare nel 1° reggimento mitraglieri, l’avanguardia dell’effervescenza rivoluzionaria durante l’estate) come nel soviet operai di Pietrogrado e della sua regione.

Rabinowitch, d’altra parte, ne delinea un ritratto non particolarmente lusinghiero: «il programma degli anarcocomunisti era estremamente generico e poco sofisticato. Secondo un volantino diffuso all’inizio dell’estate 1917, l’organizzazione faceva appello, tra l’altro, alla distruzione o all’eliminazione di tutti i governi autocratici e parlamentari, del sistema capitalista, della guerra, dell’esercito, della polizia e di tutte le frontiere. Lo stesso volantino difendeva l’instaurazione di una sociatà comunale “totalment libera”, senza governo né leggi, dove la libertà individuale sarebbe assoluta, i contadini possederebbero la terra e le fabbriche apparterrebbero ai lavoratori (…) Un autore anarcosindacalista qualificò, non senza giustificazione, il programma anarcocomunista di “collezione di frasi vuote” (Golos Truda, 27 gennaio 1918, p. 3). Bisogna notare che all’epoca i due gruppi anarchici erano ai ferri corti tra di loro» (A. Rabinowitch, op. cit.).

Per tornare a Volin, questo autore stima dunque che le difficoltà e poi la sconfitta del movimento anarchico dipendessero dal ritardo di radicamento se paragonato ai bolscevichi (che peraltro organizzavano non più di 5.000 militanti al momento dello scoppio della rivoluzione di febbraio), dalla «credulità, l’impazienza delle masse, l’ignoranza sulle loro forze» (p. 172) e dalle conseguenze della «repressione selvaggia» esercitata dai bolscevichi, nuovi sfruttatori, dell’ «idea libertaria e dei movimenti ad essa collegati» (p. 173).

Volin avanza anche il fatto che dopo l’Ottobre, «a dispetto di questa carenza e di una situazione così sfavorevole, gli anarchici siano stati capaci di conquistare un po’ più tardi – e un po’ ovunque – una certa influenza, obbligando i bolscevichi a combatterli armi in mano e, in alcuni luoghi, durante un periodo assai lungo, prima di arrivare a schiacciarli. Questo successo rapido e spontaneo dell’idea anarchica è molto significativo» (p. 167). I due processi richiamati a questo proposito sono la rivolta della base navale di Kronstadt (1921) e il movimento organizzato in Ukraina attorno a Nestor Ivanovič Machno (1918-1921).

Su questa base si può, in ogni caso, avanzare un’altra spiegazione: incapace di conquistarsi una base di massa durante il periodo dell’ascesa rivoluzionaria, gli anarchici cominciarono a sviluppare la loro influenza dal momento in cui la rivoluzione entrò in crisi, con la rapida apertura della guerra civile e con il le sue conseguenze in termini di morti, di distruzioni e di privazioni…

Quanto al loro fallimento politico, era già scritto in partenza, per così dire per definizione, nel loro rifiuto dell’ «idea politica» e di «qualunque potere politico» (Volin, p. 181 e 225). E, in più, come corollario, l’incapacità o il rifiuto di costruire un’organizzazione nazionale perfino, pur considerando alcune eccezioni limitate nel tempo (Leningrado, Mosca, Kronstadt), il rifiuto di partecipare ai soviet e la denuncia di questi ultimi proprio perché costituivano organi di potere (citiamo una dichiarazione del Gruppo di propaganda anarcosindacalista di Pietrogrado, citata nell’opera di Volin a p. 197, «non crediamo alle grandi prospettive di una rivoluzione che inizia con un atto politico, cioè con la presa del potere» (la parola «politico» è sottolineata nell’originale).

Il marxismo, il POSDR, bolscevichi e menscevichi

Il marxismo è stato introdotto in Russia dall’ex populista par l’ancien populiste Georgij Valentinovič Plechanov, fondatore nel 1881 del gruppo «L’Emancipazione del lavoro». Nel 1898, nove delegati di diverse regioni si riunirono a Minsk in quello che definirono il primo congresso del POSDR, Partito operaio socildemocratico di Russia (il termine socialdemocratico all’epoca aveva un senso esattamente opposto a quello che ha assunto oggi). Ma furono tutti immediatamente arrestati e deportati.

La fiamma venne ripresa dalla «seconda generazione» dei marxisti russi, con alla testa Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin e Julij Martov, che lanciarono alla fine del 1901 il giornale Iskra (La scintilla), con lo scopo di unificare attorno ad una comprensione e ad un progetto comune i gruppi socialdemocratici che si andavano formando un po’ ovunque in Russia, pur restando isolati. Nell’agosto 1903, il secondo congresso del POSDR, realizzato a Bruxelles poi a Londra alla presenza di una cinquantina di delegati, segnò la vera creazione del partito ma fu anche, allo stesso tempo, il teatro della divisione tra bolscevichi (maggioritari) e menscevichi (minoritari), una divisione divenuta scissione due anni più tardi. Un congresso di riunificazione fu organizzato nel 1906, sulla spinta della prima rivoluzione russa, ma la rottura divenne definitiva a partire dal 1912.

L’opposizione tra bolscevichi e menscevichi si basava allora su due grandi disaccordi; il primo – che determinò la divisione al momento del secondo congresso – verteva sul tipo di partito da costruire e il secondo sulla natura e le prospettive della futura rivoluzione.

Le formulazioni antagoniste sono note. Per Lenin, potevano essere membri del partito «coloro che partecipano personalmente a una delle sue organizzazioni», per Martov, «coloro che collaborano regolarmente e personalmente sotto la direzione di una delle sue organizzazioni». In poche parole, un partito di militanti nel primo caso – e inoltre, nelle condizioni russe dell’epoca, un partito estremamente  compartimentato e gerarchizzato – una formazione nettamente più larga nel secondo.

Secondo numerosi autori marxisti (Pierre Broué, Marcel Liebman, Jean-Jacques Marie, Lars T. Lih e altri), occorre comunque sottolineare che la posizione di Lenin, esplicitata e sviluppata nel Che fare? e attraverso altri scritti, non si basava su un principio generale da applicare in ogni luogo e in ogni circostanza. Quei modi organizzativi erano semplicemente i soli possibili per costruire, nella clandestinità imposta dal regime zarista, un autentico partito operaio rivoluzionario.

Fin dal congresso del 1903, Lenin riconosceva inoltre che nel Che fare? che aveva «forzato la frase» e «storto il bastone in senso inverso» in rapporto alla cosiddetta corrente economicista, che era il bersaglio  delle sue critiche. Nella tappa dell’effervescenza rivoluzionaria e delle relative libertà democratiche aperte dalla rivoluzione del 1905, sostenne subito di «spalancare le porte» del partito, opponendosi ai «comitardi» che rivendicavano contro di lui la lettura letterale del Che fare? Nel gennaio 1905, prima che scoppiasse la prima rivoluzione, la frazione bolscevica del POSDR organizzava circa 8.000 militanti. Al congresso di Londra (il 5° congresso del POSDR) del maggio 1907, i 105 delegati bolscevichi e i 97 delegati menscevichi rappresentavano insieme 77.000 militanti (Le cifre variano leggermente secondo le fonti. Quelle qui fornite sono basate sullo studio più recente, successivo alla più estesa apertura degli archivi russi).

Un’altra novità del 1905 fu l’introduzione a tutti i livelli del partito di procedure elettive, in sostituzione della cooptazione che era stata fino ad allora la regola, non solo tra i bolscevichi, ma in tutte le organizzazioni socialiste della Russia.

Il secondo grande dibattito, quello sulle prospettive della rivoluzione e, dunque, sui compiti politici del partito, è stato così sintetizzato da Pierre Broué:

«i primi discepoli russi di Marx hanno considerato che il compito rivoluzionario immediato in Russia fosse il rovesciamento dell’autocrazia zarista e la trasformazione della società in senso borghese e capitalista, con l’instaurazione di una democrazia politica (…) I menscevichi accusano i bolscevichi di abbandonare le prospettive di Marx, di tentare, artificialmente, di organizzare una rivoluzione proletaria attraverso metodi cospirativi, mentre le condizioni obiettive non avrebbero permesso, in una prima tappa, solo una rivoluzione borghese. I bolscevichi ritorcevano che i menscevichi rinunciavano a organizzare e a preparare una rivoluzione proletaria rinviandola ad un futuro lontano: così facendo si stavano facendo difensori di una specie di sviluppo storico spontaneo, che avrebbe condotto automaticamente al socialismo attraverso “tappe” rivoluzionarie differenti, democratico borghese prima, proletario socialista poi, e che questo fatalismo li conduceva a restringere, nell’immediato, l’azione degli operai e dei socialisti al ruolo di forza di complemento per la borghesia nalla sua lotta contro l’autocrazia e per le libertà democratiche» (Op. cit. p. 68-69).

Per i bolscevichi, la rivoluzione avrebbe avuto certo in una prima fase obiettivi democratici (libertà pubbliche, riforma agraria, miglioramento delle condizioni di esistenza per i lavoratori, ecc.) ma che la sua dinamica (il suo carattere «ininterrotto») avrebbe condotto ad una concatenazione, più o meno rapida a seconda della situazione concreta, con i compiti socialisti. Inoltre, nessuna fiducia poteva essere riposta nell’opposizione liberale borghese, anche per portare a compimento compiti storicamente legati alle rivoluzioni borghesi, e che dunque la direzione del processo non poteva essere assicurata che dalla classe operaia alleata con i contadini – da cui derivava la prospettiva del governo definito «dittatura rivoluzionario democratica del proletariato e dei contadini».

Nel 1917 e successivamente, i menscevichi si aggrapparono fino in fondo alla carretta traballante della democrazia borghese. Mentre nel corso dei primi mesi, le loro posizioni conciliatrici e moderate permisero loro di conquistare – come avviene in generale all’inizio di ogni processo rivoluzionario – un’influenza maggiore di quella dei bolscevichi, i menscevichi conobbero a partire dal mese di giugno un processo di disgregazione, fino a non rappresentare più gran cosa alla fine dell’anno: solo 14 delegati – su 670 – al secondo congresso panrusso dei soviet, e 16 eletti 707 all’Assemblea costituente.

Al contrario, i bolscevichi non cessarono di sviluppare la propria organizzazione (circa 5.000 militanti all’inizio dell’anno,
20.000 ad aprile, 100.000 ad agosto, 200.000 giusto prima dell’Ottobre), e la propria influenza. Al secondo congresso panrusso dei soviet, riunito all’indomani dell’insurrezione, secondo Alexander Rabinowitch che cita il rapporto preliminare della commissione di verifica dei mandati, i bolscevichi contavano 300 delegati su 670, e, con gli SR di sinistra e altri gruppi o individui, «una maggioranza ampia dei delegati, circa 505, erano fermamente favorevoli al trasferimento di “Tutto il potere ai soviet”, cioè alla formazione di un governo sovietico che riflettesse la composizione del congresso» (Alexander Rabinowitch, “I bolscevichi al potere”, Feltrinelli).

Arrivare a ciò non fu affatto semplice. Fu necessario soprattutto e prima di ogni cosa che Lenin, al suo ritorno a Pietrogrado all’inizio di aprile 1917, riuscisse a «riarmare» il proprio partito convincendolo ad impegnarsi in una lotta risoluta contro il governo provvisorio e contro le correnti socialiste  «conciliatrici», con la prospettiva dell’instaurazione di un potere proletario…