Iosif Vissarionovič Džugašvili (Stalin)

Iosif Vissarionovič Džugašvili, noto come Giuseppe Stalin, fu capace, grazie al ruolo conquistato durante la malattia di Lenin e attraverso le sue alleanze, di assumere, alla morte del leader dell’Ottobre, la testa del potere sovietico, eliminando prima politicamente, poi fisicamente tutti i possibili altri contendenti. Si fece interprete della controrivoluzione burocratica che distrusse gran parte delle conquiste e delle potenzialità della rivoluzione del 1917.

Può essere a giusto titolo considerato responsabile di grandi crimini, umani e politici, ma, grazie al suo ruolo, e all’aura che si creò attorno al suo nome, divenne più di ogni altro un punto di riferimento mitico e ideologico. Tutto ciò venne amplificato dalla eroica vittoria che gli eserciti sovietici, nominalmente sotto il comando del dittatore georgiano, riportarono sulle armate naziste.

I suoi seguaci si definiscono “stalinisti”, o, più pudicamente “marxisti-leninisti”.

Biografia

Stalin 1917Iosif Vissarionovič Džugašvili nacque a Gori, in Georgia, il 21 dicembre 1879, da una famiglia di umili origini. Studiò in seminario nella capitale georgiana Tbilisi. Si avvicinò alle idee socialiste e aderì nel 1898 al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR).

Per la sua attività di propaganda e di agitazione, nel 1900, venne arrestato e condannato alla deportazione in Siberia, da cui scappò per ritornare in Georgia, dove riprese la attività politica. Dopo la rivoluzione del 1905 aderì convintamente alla frazione bolscevica di Lenin, fino ad essere eletto nel Comitato centrale. Venne nuovamente arrestato e deportato in Siberia, esilio dal quale riuscì a liberarsi solo nel marzo 1917, poco dopo la rivoluzione di febbraio.

Nonostante avesse guidato il partito nelle prime settimane dopo il suo arrivo a Pietrogrado applicando la linea gradualistica tradizionalmente adottata dalla frazione bolscevica e appoggiando assieme a Kamenev e Murianov il governo provvisorio, al rientro di Lenin, si convertì rapidamente alle idee sintetizzate nelle tesi di aprile, e, da allora in poi, durante tutto il 1917, fu uno dei più fedeli interpreti delle posizioni e delle direttive di Lenin. Dopo la presa del potere venne nominato Commissario del popolo alle minoranze etniche.

Partecipò, con ruoli di notevole importanza alla Guerra civile, operando in numerosi fronti, nonostante i frequenti contrasti con il Commissario alla Guerra, Trotsky, e con il generale Tuchačevskij.

Nel 1922, durante la malattia di Lenin, assunse il ruolo, prettamente organizzativo, di segretario generale del comitato centrale. Ma da questa postazione, alleandosi con Zinov’ev e Kamenev, impose gradualmente un suo potere assoluto all’interno del partito prima e delle istituzioni statali, poi. Questo nonostante i giudizi pesantemente negativi che Lenin, dal letto di morte, aveva sintetizzato nel suo testamento.

E’ in questo periodo che si definisce la contrapposizione frontale tra Stalin e Trotsky, che non fu uno scontro di personalità o, men che meno, di ambizioni alternative, ma un cruciale scontro di progetti politici e strategici. Lev Trotsky, infatti manifestava una crescente preoccupazione per le conseguenze della “nuova politica economica” (NEP) e sosteneva la necessità di puntare sull’estensione internazionale della rivoluzione, mentre Stalin riteneva che fosse necessario spendere tutte le forze per salvaguardare il “socialismo in un Paese solo”.

Questa concezione “conservatrice” però non esprimeva tanto la necessità di evitare la caduta della prima esperienza di rivoluzione proletaria vincente, ma piuttosto si coniugava con l’interesse di tutto il crescente strato di funzionari che si era consolidato nell’URSS di salvaguardare così il proprio potere e i privilegi connessi con esso.

D’altra parte, Trotsky denunciava anche la burocratizzazione del partito e delle istituzioni e l’autoritarismo di Stalin e dei suoi seguaci, i meccanismi di cooptazione dall’alto e le crescenti disparità di condizioni di vita tra dirigenti e grandi masse lavoratrici.

Trotsky, nonostante la rottura della troika e il passaggio anche di Kamenev e Zinov’ev all’opposizione, viene sconfitto. Successivamente, Stalin sconfisse anche l’altra ala del partito che lo criticava da “destra”, capeggiata da Bucharin, Tomskji e Rykov. Padrone incontrastato del partito e dello stato, Stalin adottò una politica contraddittoria e zigzagante, sia in politica economica che in politica estera.

Nel corso degli anni Trenta Stalin passò dalla persecuzione politica a quella tragicamente repressiva con la stagione dei “processi di Mosca” e del “terrore”. In quegli anni vennero eliminati fisicamente tutti coloro che esplicitamente o potenzialmente Stalin ritenesse suoi contendenti nel partito e nelle istituzioni statali, condannando a morte centinaia di migliaia di veri o presunti oppositori.

Tra l’altro, decimò tutta la “vecchia guardia” bolscevica, cioè tutti coloro che in un modo o nell’altro avevano avuto un ruolo nella rivoluzione del 1917. Tutti i componenti del Politburo che affiancò Lenin vennero trucidati salvo lo stesso Stalin, ovviamente, Kalinin e Molotov. Dei quasi 2.000 delegati al 17° Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica del 1934, oltre la metà viene processata e condannata. Dei 139 componenti del Comitato centrale del 1934, 98 vengono condannati.

Milioni di altri vennero rinchiusi nei gulag, i campi di prigionia istituiti nelle zone più inospitali dell’URSS dove persero la vita per gli stenti milioni di persone.

Nella politica estera, l’URSS di Stalin oscillò passando da tentativi di alleanza con le potenze imperialiste occidentali ad un accordo di “non aggressione” con la Germania nazista, sperando di neutralizzare così le mire tedesche di espansione verso Est, dirottandole verso Occidente. Nonostante il patto, Hitler non esitò a sferrare una massiccia offensiva contro l’URSS, che, per tutta una prima fase ebbe successo, facendo penetrare le truppe naziste in profondità nel territorio sovietico. Ma, anche se a costo di gravissime perdite e di terribili distruzioni, l’Armata sovietica, dopo 6 anni di guerra riuscì a respingere l’offensiva tedesca e a raggiungere Berlino e Vienna, dando un contributo decisivo per la sconfitta del nazismo.

Per alcuni anni, Stalin, anche grazie al prestigio conquistatosi per la vittoria sul nazismo, continuò la sua politica di gestione autoritaria e totalitaria dell’URSS (e degli altri paesi dell’Europa orientale assimilati al termine del conflitto).

Morì, nel 1953, aprendo la via alla cosiddetta “destalinizzazione”.