Vladimir Ilitch Ulianov

Lenin è una delle figure chiave del marxismo e della storia del XX secolo. Teorico, ma soprattutto il principale dirigente della rivoluzione russa, la prima rivoluzione proletaria vittoriosa della storia. Non a caso odiato dagli intellettuali borghesi e ritenuto spesso un dittatore precursore dello stalinismo. Buona parte della responsabilità per il “successo” di questa amalgama può essere attribuita alle correnti staliniste, che hanno creato il mito del “marxismo-leninismo”, che ha codificato in un dogma la vulgata staliniana santificandola con il richiamo all’autore del Capitale e al dirigente dell’Ottobre.

Biografia

Lenin 1870-1924Vladimir Ilitch Ulianov, poi universalmente noto come Lenin, nacque in Russia nel 1870. Il fratello, militante “populista”, venne impiccato quando Vladimir Ulianov aveva 17 anni, determinandone in modo decisivo le scelte di vita. Scopre gli scritti di Karl Marx sul funzionamento del capitalismo e sul ruolo della classe operaia. Nel 1898, dall’esilio sostiene la prima formazione del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR).

Nel 1902, nella sua opera “Che fare”?, consacrata alle questioni organizzative, critica l’idea che attraverso l’azione sindacale si possa arrivare a distruggere il sistema ed afferma, sulla questione cruciale della coscienza di classe, che “La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno [von aussen hineingetragenes], e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [urwüchsig]. Da ciò trae la convinzione che il compito centrale è quello di contrastare sistematicamente l’influenza delle idee borghesi, attraverso la costruzione di un partito di rivoluzionari professionali e militanti. Su queste idee il POSDR conosce una profonda e duratura divisione tra il settore (maggioritario) bolscevico e quello menscevico (minoritario).

Nel 1905, dopo il massacro della domenica di sangue, e la prima apparizione dei soviet, Lenin deve esiliarsi in Finlandia e successivamente in Svizzera. Il peso della sconfitta del 1905 nel corso degli anni successivi riduce la frazione bolscevica del POSDR che aveva raggiunto i 40.000 aderenti a poche centinaia di militanti.

Nel 1912 i bolscevichi lanciano un nuovo giornale, “La Pravda” (la verità) con numerosi corrispondenti dalle fabbriche e dalle miniere, un giornale che parla dei problemi quotidiani di vita dei lavoratori collegandoli ai meccanismi politici ed economici complessivi.

Nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale e la Russia entra in guerra. Quasi tutti i partiti socialisti si schierano a sostegno della propria borghesia appoggiandone le scelte belliche. Lenin si dedica ad aggregare i pochi partiti e le minoranze ostili alla guerra e, nella conferenza antiguerra di Zimmerwald, in Svizzera, sostiene la necessità di rompere con la Seconda internazionale e la parola d’ordine secondo cui i lavoratori, in ogni paese, devono lottare in primo luogo per la sconfitta del proprio imperialismo.

Nel 1916 scrive “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, un’analisi della formazione delle potenze imperialiste, legate ai processi di concentrazione dei capitali e alla necessità delle economie più sviluppate di andare al di là delle frontiere nazionali, accaparrandosi fette sempre più grandi di mercato. La guerra in corso è una guerra imperialista.

Nell’aprile 1917, dopo la rivoluzione di febbraio e la formazione del governo provvisorio, Lenin rientra dall’esilio. La sua idea secondo cui nella Russia arretrata era necessaria una rivoluzione borghese è violentemente confrontata con la situazione inattesa che si è venuta a creare. Lenin rapidamente modifica il proprio orientamento e si scontra con le vecchie posizioni del bolscevismo, avvicinandosi alle posizioni di Trotsky che già da tempo sosteneva la necessità, anche in Russia di passare direttamente allo stadio socialista della rivoluzione.

Su questa nuova linea, il partito bolscevico cresce, raggiungendo, nel corso del 1917 i 250.000 aderenti. La rottura con i menscevichi e con la maggioranza dei Socialisti rivoluzionari, che sostengono il governo provvisorio è sempre più netta. I bolscevichi conquistano un’influenza crescente nei soviet.

Di fronte all’inasprimento della repressione, Lenin nel luglio 1917 passa nella clandestinità, approfittandone per scrivere “Stato e rivoluzione”, dove sistematizza la sua analisi della natura dello stato, e la necessità di una rottura rivoluzionaria, le forme che dovrà assumere il potere della classe lavoratrice e la prospettiva di deperimento delle forme e delle funzioni statuali.

Nell’ottobre, ritenendo matura la situazione, Lenin, superando le resistenze di ampi settori del partito, propone che il soviet faccia appello alla formazione di un comitato militare e all’insurrezione. Il governo provvisorio crolla sostanzialmeente senza resistere.

Lenin assume il ruolo di capo del governo rivoluzionario, che decreta immediatamente misure radicali: il controllo operaio nelle fabbriche, l’abolizione della proprietà privata della terra, l’indipendenza delle nazionalità oppresse dall’impero zarista, la stipula di un trattato di pace che metta fine alla guerra. Ed anche lo scioglimento dei tribunali zaristi sostituiti da tribunali elettivi, misure contro le discriminazioni contro le donne, gli omosessuali, i bambini senza famiglia, un vasto programma di alfabetizzazione.

Ma la Russia sovietica viene immediatamente investita da una devastante guerra civile, pesantemente fomentata e sostenuta da tutti i principali paesi imperialisti e capitalisti.

La crudeltà delle armate bianche spinge anche l’armata rossa ad azioni di rappresaglia brutali. Ma è la determinazione e il coraggio dei rivoluzionari ad avere la meglio sugli eserciti della reazione.

Lenin nel frattempo inizia anche un’altra battaglia, quella contro ogni privilegio dei dirigenti del partito rispetto alle masse lavoratrici il cui livello di vita è ulteriormente e brutalmente abbassato dai costi umani ed economici della guerra civile. Nel 1918 si dissocia dalla decisione del governo dei Commissari del popolo di aumentare i salari dei ministri.

Lenin comprende che la rivoluzione in Russia non ha futuro se non si estende internazionalmente. Le possibilità di contagio sembrano realiste: nell’Europa occidentale è molto diffusa negli strati proletari la stanchezza per un sistema sociale ed economico evidentemente responsabile delle devastazioni e dei milioni di morti della guerra appena conclusa.

Già nel 1918, si moltiplicano gli scioperi, le occupazioni di fabbriche e di terre, gli ammutinamenti militari. La Germania sconfitta sembra sull’orlo di una rivoluzione.

Lenin intuisce la necessità di organizzare una nuova Internazionale, che riscatti il tradimento nazional sciovinista della Seconda e raccolga in un partito mondiale le nuove generazioni di rivoluzionari. Nel marzo del 1919 viene proclamata a Mosca la fondazione della Terza internazionale.

Lenin ha la preoccupazione di combattere le tendenze estremiste che si diffondono tra i militanti più giovani e, a questo fine, scrive “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, nel quale polemizza con chi ritiene facile e indurre le masse lavoratrici a rmpere con le illusioni riformiste, economiciste e parlamentariste.

Ma la rivoluzione fallisce in Germania e in altri paesi, spingendo di nuovo la Russia sovietica nell’isolamento internazionale, aggravato dalle distruzioni e dall’assottigliamento della classe operaia decimata dalla guerra civile. Il malcontento si diffonde. Nel 1921, numerosi marinai della fortezza di Kronstadt, alcuni dei quali veterani delle giornate del febbraio e dell’ottobre, si ribellano al regime bolscevico e vengono repressi militarmente.

Di fronte allo stato pietoso dell’economia, Lenin decide l’introduzione della NEP (“la Nuovo politica economica”), basata sullo stimolo economico alla produttività dei contadini, alla restaurazione parziale della proprietà e del commercio privati. Questa poltica fa emergere una nuova classe di uomini d’affari (i “NEPmen”). Il ripristino di alcuni elementi di capitalismo è uno choc per numerosi militanti. Lenin spiega la NEP come un indietreggiamento momentaneo, sempre nell’attesa che l’isolamento della Russia venga rotto da rivoluzioni in altri paesi.

Nel 1922, Lenin, estenuato dal terribile lavoro e dalle condizioni di vita, si ammala gravemente. Si allarma per lo sviluppo della burocrazia all’interno e all’esterno del partito. E’ contro questa burocrazia emergente che sviluppa la sua estrema battaglia. Sostiene che la democrazia operaia deve svilupparsi e che nella macchina statale vanno inseriti più lavoratori fatti venire direttamente dalle fabbriche.

Comprendendo di non avere più molto tempo davanti a sé è anche angosciato dal problema di chi potrà diventare il nuoo leader del partito e della società dopo di lui. Scrive un piccolo testo, conosciuto come “Testamento” nel quale passa in rassegna i principali dirigenti del partito, criticandone i peculiari difetti. Ma è contro Stalin che riserva le critiche più severe.

In una nota al testo scrive testualmente:

“Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nel rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell’impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un’importanza decisiva”.

Lenin muore il 21 gennaio 1924. Il corpo viene imbalsamato come quello di un santo, nonostante la contrarietà e slo sdegno della vedova Nadezda Krupskaja.