Le 95 tesi di Lutero, la nascita del protestantesimo

di Pips Patroons, da lcr-lagauche.org, traduzione di Andrea Martini

500 LuteroIn quest’anno del signore celebriamo più anniversari. Naturalmente quello della rivoluzione russa del 1917, ma anche quello della nascita del movimento protestante in seno alla cristianità.

In effetti, è nel 1517, dunque proprio 500 anni fa, che il monaco augustino Martin Lutero affiggeva sulla porta del castello di Wittenberg le sue 95 tesi che condannavano il commercio delle indulgenze. Era l’inizio di uno scontro violento con Roma che avrebbe avuto conseguenze importanti per la teologia, l’interpretazione della bibbia e le pratiche religiose. Il grande scisma si consumerà nel 1536 a Ginevra a cui Roma rispose nel 1563 con il Concilio di Trento.

Non ci soffermeremo sulle questioni dogmatiche (la presenza reale nell’eucarestia, il problema della grazia, la questione del libero arbitrio, ecc.), ma su alcune conseguenze culturali del protestantesimo e sulle sue differenti correnti (luterana, calvinista, zwingliana, unitaria, battista, ecc.). Il pensiero borghese tedesco considera ancora oggi la Riforma storicamente altrettanto importante della rivoluzione francese del 1789. Vi intravede una liberazione dall’autoritarismo intellettuale del cattolicesimo romano. Il più importante testo di Lutero era intitolato «Della libertà del cristiano». Eppure, Lutero non era un rivoluzionario. Si occupava unicamente di fede. Le questioni sociali erano cosa dei signori e dei padroni. Legato ai prìncipi tedeschi che vedevano nella fede luterana un argomento per accaparrarsi dei beni delle chiesa, ha condannato con violenza la rivolta dei contadini tedeschi.

Se si guarda la carta d’Europa, si noterà che è soprattutto nel nord del continente, e specialmente nelle contrade frammentate in piccoli reami o in piccole repubbliche urbane che vivevano di commercio ed artigianato, che il protestantesimo ha attecchito solidamente. Questo fatto è certamente legato all’individualismo nascente in questi luoghi dopo il Rinascimento, un individualismo che corrispondeva al rifiuto protestante di un mediatore (la chiesa) tra la persona e Dio. La persona doveva rivolgersi direttamente all’Essere supremo. La lettura delle sacre scritture faceva parte di questo individualismo (sola scriptura – la sola lettura). Le opere buone non bastavano per guadagnarsi il Paradiso, ma la fede e la grazia prima di tutto (sola fides).

Si noterà anche che questi paesi hanno conosciuto nel XVII secolo un notevole sviluppo economico e scientifico, in particolare la Gran Bretagna e nelle Provincie unite dei Paesi Bassi. Certi marxisti, ispirati dal sociologo Max Weber, non hanno esitato a indicare un legame meccanico tra la concezione calvinista della predestinazione e il successo economico: «Se ho avuto successo è perché Dio mi ha eletto e dunque la teoria della predestinazione è giusta ed esatta». Una scusa per essere ricchi.

Weber stesso metteva peraltro l’accento sulla mentalità razionale del commerciante (il calcolo, l’efficacia), razionalità che condannava gli aspetti magici e superstiziosi del cattolicesimo romano. Io preferisco un altro approccio (certo, parziale), quello avanzato dal teologo e uomo di stato olandese Abraham Kuyper (1837-1920): il calvinismo considerava la natura come una creazione di Dio e non come un luogo satanico come invece faceva il cattolicesimo medioevale. Partecipare a questa natura, a ciò che deriva dalla natura (di cui il commercio fa parte) è un modo per lodare Dio attraverso la sua creazione. Le anctiche condanne della chiesa contro l’usura, l’aiuto ai poveri, ecc. della cristianità medioevale non rispondevano più alla realtà di un capitalismo nascente. Partecipare al mondo quaggiù era per i riformati una forma di adorazione di Dio creatore e la teoria della predestinazione lo affermava offrendo una certezza: abbiate fede e lavorate! Dio ha già preso una decisione. ma tutto ciò produceva alcuni paradossi. La ricchezza, la gioia, l’orgoglio contraddicevano le nozioni calviniste di frugalità, umiltà, diligenza. Lo studio della cultura olandese del XVII secolo dello storico britannico Simon Schama ha come titolo Il disagio dell’abbondanza. La cultura olandese dell’epoca d’oro (Mondadori, Milano, 1993).

La società medioevale non conosceva il feticismo nel senso che gli attribuiva Marx (le relazioni umane si realizzano attraverso i legami economici, attraverso le merci e diventano esser stesse oggetti), dato che tutte le relazioni feudali erano direttamente da uomo a uomo. Non esistevano strumenti di mediazione per le relazioni: si guardava letteralmente il proprio signore negli occhi e le costrizioni erano extra economiche e non attraverso il lavoro salariato basato su un contratto che implica lo sfruttamento.

Ma nella società precapitalista si può constatare un’altra forma di feticismo: la chiesa come mediatore necessario tra l’uomo e Dio. E’ questo il feticismo che rigetta il protestantesimo, sposando nello stesso tempo quello della nuova società nescente, il capitalismo. E’ esatto dire che i paesi protestanti erano più tolleranti (ma non sempre e non dovunque) che i regimi cattolici. Le Province Unite lo testimoniano. Ma è esagerato farne la culla delle libertà borghesi. La rivoluzione americana venne fatta in un paese profondamente protestante, mentre quella francese si svolse in un paese la cui popolazione rurale era profondamente cattolica. Il movimento storico non è né lineare né unidimensionale.

Un’ultima annotazione. Se il protestantesimo diffidava delle superstizioni, non esitava però a bruciare le streghe e ciò perfino con più fervore dei cattolici. Come spiegarlo?