L’impaziente ritorno di Lenin in Russia

di Diego Giachetti

A proposito di date, tanto per capirci: fino al febbraio del 1918 in Russia fu in vigore il calendario giuliano che risultava indietro di 13 giorni rispetto a quello gregoriano usato nell’Europa occidentale. Il governo sovietico adottò il calendario gregoriano a partire dalla mezzanotte del 31 gennaio 1918, spostando il giorno successivo direttamente al 14 febbraio. Quindi, solitamente, le date relative alle vicende russe sono riferite al calendario giuliano fino al 31 gennaio 1918 e a quello gregoriano da quel giorno in poi.

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Il viaggio di Lenin (cartina tratta da C. Merridale, Lenin in treno, Milano, UTET, 2016)

Pochi minuti prima dello scoccare della mezzanotte del 3 aprile 1917, l’atrio della stazione ferroviaria Finlandia della città di Pietrogrado, allora capitale della Russia, era affollato come non mai. Operai e soldati con striscioni e bandiere rosse, una banda pronta a suonare la Marsigliese. Tutti ad aspettare il convoglio che riportava in Russia Lenin, assieme ad altri esuli rivoluzionari. Quando il treno si fermò, dal vagone spuntò Lenin, un po’ frastornato e stanco, tra gli sbuffi di vapore della locomotrice. Una donna si avvicinò e gli porse un mazzo di fiori che lui prese per dovere, pur non gradendo quelle smancerie. Una scorta armata di bolscevichi lo accompagnò nella sala d’attesa dove ad attenderlo c’era una delegazione del Soviet che salutò uno degli ultimi russi rientrati in patria dopo anni e anni d’esilio. Quando sentì dire nel discorso di benvenuto che il compito principale della democrazia rivoluzionaria era la difesa della rivoluzione da qualsiasi invasione sia interna che esterna, si irrigidì. Subito non rispose, ma agitava nervosamente il mazzo di fiori, poi prese la parola e sostenne che una rivoluzione in Europa era alle porte. La rivoluzione russa aveva aperto la strada inaugurando una nuova epoca. Uscito dalla sala d’aspetto, la folla lo issò sulla torretta di un autoblindo e dovette pronunciare un altro breve discorso. La piazza della stazione era gremita di persone nonostante l’ora tarda. I bolscevichi avevano organizzato per bene l’accoglienza, ma molti erano convenuti spontaneamente. Orlando Figes nel suo libro, La tragedia di un popolo (Milano 2016, p. 472), avanza l’ipotesi che molti di quelli che si recarono ad accogliere Lenin furono mossi anche dalla possibilità di bersi una birra in compagnia. In quei giorni, prosegue, i ricevimenti di benvenuto in onore degli esuli di ritorno in patria erano diventati un aspetto ormai consueto della vita della capitale e per molti operai e soldati erano diventati un’occasione per fare festa. C’è una parte di verità in questa descrizione, d’altronde Lenin stesso sosteneva che la rivoluzione, tra i tanti elementi che la caratterizzano, si manifesta anche come «festa degli oppressi».

 

Il viaggio di ritorno

L’arrivo del treno con a bordo Lenin e gli altri esuli concludeva un viaggio durato otto giorni, tre dei quali impiegati per attraversare la Germania, che non era stato facile organizzare. Lo scoppio della rivoluzione del febbraio 1917 aveva colto Lenin, e altri esuli bolscevichi e non, a Zurigo. Come tanti altri, Lenin fu sorpreso dall’avvenimento, subito dimostrò incredulità. «E’ sorprendente, sbalorditivo, non ci posso quasi credere», ripeteva man mano che le notizie giungevano dalla Russia. Resosi conto della realtà dei fatti divenne impaziente di tornare subito in Russia, perché nutriva dubbi sulle capacità di orientamento politico suoi luogotenenti bolscevichi presenti nel paese. Sapranno trovare la giusta rotta? Si chiedeva con fare ansioso. Cominciò a pensare e a scrivere che la prima fase della rivoluzione russa, generata dalla guerra, non si sarebbe conclusa e non sarebbe rimasta circoscritta alla Russia. Poco prima di partire disse che la rivoluzione russa era il prologo della rivoluzione mondiale, toccava ai russi iniziare la rivoluzione provocata dalla guerra mondiale imperialista. Nelle sue Lettere da lontano, scritte nei giorni precedenti la partenza dalla Svizzera, aveva steso il programma del partito bolscevico che prevedeva la transizione dalla prima alla seconda rivoluzione. Si dichiarava fermamente contrario ad appoggiare in qualsiasi forma il governo provvisorio, insisteva sulla necessità di mantenere l’organizzazione bolscevica separata da quella menscevica, distinguendola anche dai partiti socialisti della Seconda internazionale che avevano capitolato alla guerra imperialista e al patriottismo; sosteneva i soviet, chiedeva la distribuzione delle armi agli operai insorti, era per concludere immediatamente la guerra, denunciare i trattati stipulati dalla Russia con gli alleati pubblicando gli accordi segreti; invitava i lavoratori di tutto il mondo ad abbattere i propri governi e trasferire il potere ai soviet.

Come rientrare in Russia? Sondò la possibilità di ottenere un lasciapassare dagli inglesi col quale imbarcarsi su un piroscafo e attraversare il Mare del Nord. Gli inglesi si opposero. Progettò allora di rientrare con un passaporto falso fingendosi uno svedese sordomuto, ma sua moglie gli fece presente che si sarebbe smascherato borbottando nel sonno insulti contro i menscevichi. Considerò anche l’idea di noleggiare un aereo privato, dicono alcuni biografi, ma il progetto si rivelò subito inconsistente. Rimaneva una sola alternativa, raggiungere la costa baltica passando per la Germania e di lì proseguire per la Svezia. Inizialmente Lenin respinse quest’idea. Successivamente, con l’intermediazione dei compagni socialisti svizzeri, furono contattate le autorità tedesche e si propose loro uno scambio tra gli esuli russi in Svizzera e i cittadini tedeschi internati in Russia. Le autorità tedesche si dimostrarono favorevoli al progetto, meno quelle russe, il cui governo provvisorio tirava per le lunghe le trattative. Lenin e altri però non erano più disposti ad aspettare, volevano partire, così accettarono la risposta positiva del governo tedesco senza attendere la ratifica di quello russo. Gli esuli russi poserò delle precise condizioni: il vagone che li avrebbe trasportati doveva godere del diritto di extraterritorialità e non avere alcun contatto con le autorità tedesche. Per tutto il tempo della traversata della Germania i russi non sarebbero scesi dal treno. Non ci sarebbe stato nessun controllo dei passaporti, né alcuna discriminazione dei passeggeri sulla base delle loro opinioni politiche. Le autorità germaniche accettarono tutte queste condizioni. Benché molti dei passeggeri fossero troppo poveri per potersi permettere il costo del viaggio, «Lenin non volle permettere ai tedeschi di sostenere le spese. Si formò quindi un comitato di sostegno per raggranellare denaro dai socialisti svizzeri» (Catherine Merridale, Lenin sul treno, Milano, Utet, 2016, p. 133). Lenin era consapevole che i tedeschi speravano di trarre vantaggio dal suo ritorno, ma si stavano ingannando disse, perché la leadership bolscevica della rivoluzione sarebbe stata molto più pericolosa per il potere imperialista tedesco e per il capitalismo di quella dei Kerenskij e del governo provvisorio russo.

Il 9 aprile (27 marzo secondo il calendario allora vigente in Russia) Lenin e gli altri esuli partirono da Zurigo e raggiunsero Gottmadingen, una cittadina posta alla frontiera Svizzera, lì salirono sul famoso “treno piombato”, composto da un solo vagone che diresse verso Francoforte, poi raggiunse Berlino e infine Sassnitz dove furono imbarcati su un piroscafo che li traghettò in Svezia. Sbarcati proseguirono in treno e giunsero a Stoccolma. Qui, rivolgendosi agli esponenti socialdemocratici locali, Lenin fece presente che viaggiare nel loro paese costava molto, chiese e ottenne un fondo per pagare le spese. Il viaggio in treno proseguì, risalirono lungo la Svezia e entrarono in Finlandia. Giunto in Finlandia Lenin poté comprare e leggere alcuni numeri de «La Pravda». Alla positiva sorpresa di trovare il giornale bolscevico, si unì l’amarezza della constatazione che non tutte le Lettere da lontano che aveva inviato erano state pubblicate. Né trovò una soltanto e leggendola si accorse che il brano nel quale caldeggiava il boicottaggio del governo provvisorio era scomparso, così pure erano stati cancellati anche altri passaggi. Lesse anche un articolo di Kamenev che caldeggiava la difesa della Russia dalle baionette tedesche; cominciò a rendersi conto dell’orientamento assunto dal suo partito e l’impazienza di giungere a Pietrogrado aumentò. Quando il treno giunse finalmente alla stazione di frontiera di Beloostrov in territorio russo, fu preso d’assalto da un distaccamento di bolscevichi che era partito da Pietrogrado per andare a salutare Lenin.

In minoranza nel partito

Diverse narrazioni raccontano di un Lenin che durante il viaggio di ritorno neanche guardava fuori dal finestrino. E’ un’affermazione drastica, una civetteria letteraria che ha del vero. Effettivamente, in quei giorni di forzata permanenza sul treno, si dedicò a sistematizzare la sua analisi sulla rivoluzione russa scrivendo le Tesi d’aprile. Quando, nel corso stesso della notte in cui era giunto a Pietroburgo, presentò le tesi di fronte ad un’assemblea di militanti menscevichi e bolscevichi l’effetto fu spiazzante. Nel corso del ricevimento offerto agli esuli ci furono diversi discorsi di benvenuto che ribadirono le consuete parole d’ordine sulla democrazia, la libertà e i progressi messi in atto dal governo provvisorio. Lenin mordeva il freno, poi si lanciò in un discorso tagliente: criticò le posizioni assunte dai suoi vecchi amici, attaccò il governo provvisorio, il difensismo rivoluzionario, chiuse ad ogni ipotesi di unificazione coi socialisti.

Anche l’organizzazione bolscevica di Pietrogrado sussultò nell’apprendere le posizioni di Lenin. In generale la maggioranza dei bolscevichi aveva assunto un atteggiamento perlomeno ambiguo, quando non era di aperta collaborazione, nei confronti del governo provvisorio. I primi dirigenti bolscevichi che avevano raggiunto Pietrogrado dalla Siberia, tra i quali Stalin e Kamenev, riorientarono la linea editoria della «Pravda» e il giornale assunse un tono conciliante col governo provvisorio e i partiti socialisti, che comportava la possibilità di appoggiarlo abbandonando gli slogan contro la guerra e disfattisti. Su questa linea si era espressa la Conferenza del partito bolscevico iniziata il 29 marzo 1917 e aveva ribadito che il governo provvisorio consolidava le conquiste delle masse rivoluzionarie, dei soviet, e i bolscevichi lo avrebbero appoggiato finché ciò avesse rafforzato la marcia della rivoluzione, mentre contemporaneamente si impegnavano a realizzare l’unità fra bolscevichi e menscevichi.

Lenin capovolgeva l’impostazione e il programma del partito. Invece di accettare la necessità di una fase borghese della rivoluzione, come tutti i menscevichi e la maggioranza dei bolscevichi sostenevano, egli propose una nuova rivoluzione per trasferire il potere agli operai, ai soldati e ai contadini poveri organizzati nei soviet. Erano le stesse conclusioni a cui era giunto Trotsky con la sua teoria della rivoluzione permanente. Le Tesi di aprile di Lenin partivano dalla riconsiderazione del fallimento della rivoluzione del 1905. In quell’occasione la borghesia russa si era dimostrata troppo debole e pertanto incapace di essere il motore di una rivoluzione democratica borghese. Essa doveva essere compiuta dal proletariato nel corso di una rivoluzione che avrebbe avuto come obiettivo il socialismo.

La rivoluzione scoppiata in Russia era stata provocata anche dallo guerra in cui era precipitata l’Europa. La guerra fomentava la rivoluzione non solo in Russia ma in tutti i paesi coinvolti nel conflitto. Per porre fine alla guerra e ottenere la pace, l’unica possibilità immediata era il rovesciamento rivoluzionario dei governi. Solo la guerra civile e di classe poteva porre fine al conflitto mondiale. Nessuna pace democratica, affermava perentoriamente Lenin, era possibile senza la distruzione del sistema che l’aveva generata: il capitalismo e le classi borghesi nazionali. In Russia il proletariato doveva assumere il potere e lo strumento decisivo per raggiungere quest’obiettivo erano i soviet. La rivoluzione di febbraio aveva aperto una fase di dualismo di potere: quello liberal-borghese, espresso dal governo provvisorio, e quello proletario e socialista dei soviet. I bolscevichi dovevano appoggiare i soviet, lavorare politicamente nei soviet per consolidarli come strutture istituzionali della democrazia socialista e conquistare la maggioranza dei consensi.

La facile riconquista della maggioranza

In quei giorni Lenin difese le proprie idee nelle riunioni presso la sede del Comitato centrale bolscevico e al Comitato locale di Pietroburgo. In nessuna di queste occasioni le sue proposte vennero accettate: il Comitato di Pietroburgo le respinse con 13 voti contro due. Era l’inizio di una battaglia interna al partito durante la quale Lenin rivoltò la linea del partito. Il minoritario Lenin si apprestava a conquistare la maggioranza. Neanche un mese dopo la conferenza del partito bolscevico di marzo, nel Congresso panrusso del 24-29 aprile Lenin ottenne la maggioranza con un programma politico rinnovato. «E’ tempo, diceva in quei giorni, di gettare via la camicia vecchia e sporca per indossarne una pulita». Scrive a proposito Orlando Figes: «l’idea che nel 1917 il partito bolscevico fosse un’organizzazione monolitica controllata da Lenin è un mito, un mito che fu fatto circolare dall’establishment sovietico e che viene ancora riproposto (per motivi completamente diversi) dagli storici di destra occidentali. In realtà il partito era del tutto indisciplinato; vi erano fazioni diverse e spesso i dirigenti, a loro volta divisi tra loro, non si rivelavano in grado di imporre la propria volontà. Tra l’aprile e l’ottobre, e in seguito in occasione degli aspri scontri intorno alla pace di Brest-Litowsk, il partito si spaccò da cima a fondo in una serie di conflitti ideologici, in cui Lenin, almeno in principio, spesso si trovò in paurosa minoranza. E se poi finiva sempre per farcela, ciò non era dovuto tanto al suo predominio all’interno del partito, quanto alle sue numerose doti politiche» (La tragedia di un popolo, p. 479)

Nelle poche settimane che precedettero il congresso egli illustrò le sue Tesi d’aprile, pubblicate su la «Pravda» il 7 aprile, espose quale doveva essere il programma del partito. Una seconda rivoluzione era necessaria per concludere la prima e doveva portare alla costituzione di una Repubblica dei soviet, non liberal-borghese. Appena giunto al potere, il governo socialista rivoluzionario avrebbe interrotto immediatamente la guerra, confiscato la terra ai grandi proprietari per distribuirla ai contadini, socializzato le imprese e instaurato il controllo operaio sulla produzione, costituito un’unica banca nazionale posta sotto il controllo dei soviet. Al partito bolscevico chiedeva di organizzare immediatamente un congresso per discutere e adottare il nuovo orientamento e darsi come prospettiva a breve termine l’insurrezione, la presa del potere da parte dei soviet. Il partito doveva cambiare nome e cominciare ad operare i collegamenti con altre forze marxiste rivoluzionarie al fine di costruire al più presto una nuova Internazionale.

Le tesi di Lenin provocarono la defezione di un certo numero di militanti bolscevichi che uscirono dal partito per passare nelle file dei menscevichi. Il centro del partito invece venne conquistato da Lenin. In pochi mesi la componente di sinistra si andava rafforzando grazie all’afflusso di nuovi iscritti provenienti dalle file degli operai e dei soldati. Furono in buona parte questi nuovi aderenti che consentirono a Lenin di avere la maggioranza dei delegati al congresso di aprile: 159 in tutto, in rappresentanza di circa 80.000 iscritti in tutto il paese nell’aprile del 1917, contro i 24.000 circa del febbraio 1917.