Rivoluzione russa, il problema del passato è che non passa

di Boaventura de Sousa Santos, dottore in sociologia presso l’università di Yale, cattedratico di sociologia presso le università di Coimbra e di Wisconsin-Madison, responsabile del progetto europeo Alice. Particolarmente attento ai movimenti sociali, ha preso parte attiva a tre Forum sociali mondiali. Fra i suoi libri pubblicati in Italia vi sono Democratizzare la democrazia: i percorsi della democrazia partecipativa (2003), Il Forum sociale mondiale: verso una globalizzazione antiegemonica (2003), Produrre per vivere: le vie della produzione non capitalistica (2005), Diritto ed emancipazione sociale (2008), tutti editi da Città Aperta, di Torino. Un suo importante saggio di carattere storico si trova in Atlantico periferico: il postcolonialismo portoghese e il sistema mondiale. Diabasis Reggio Emilia 2008. Un suo interessante intervento si può trovare nel sito Movimento operaio: «È arrivato il tempo di formare ribelli competenti». Da Jornal de Letras, traduzione per Movimento operaio di Cristiano Dan

Dopo lunghi anni in cui la rivoluzione d’ottobre era stata dimenticata o pesantemente ridimensionata non solo dalla sinistra moderata (ed era logico) ma anche da quella che si considerava “radicale”, come il PRC, il suo centenario stimola interventi nel complesso almeno rispettosi. Non solo in Italia, e non solo nell’area più rigorosamente trotskista. Così mi sembra utile segnalare questa riscoperta da parte di un sociologo portoghese (ma molto ascoltato in America Latina) che già i visitatori del sito conoscono per un saggio pubblicato di recente e che ha avuto un discreto successo di letture: «È arrivato il tempo di formare ribelli competenti» (a.m.)

Ricorrono quest’anno sia il centenario della Rivoluzione russa sia il centocinquantenario della pubblicazione del primo volume di Das Kapital di Karl Marx. Accostare le due ricorrenze può apparire strano, perché Marx non è mai entrato nei dettagli della rivoluzione e della società comunista, e se anche l’avesse fatto, è inimmaginabile che quel che avrebbe scritto potesse avere qualche relazione con quella che è stata l’Unione Sovietica, soprattutto dopo che Stalin aveva assunto la direzione del partito e dello Stato. La verità è che molti dei dibattiti suscitati dall’opera di Marx nel corso del XX secolo, all’esterno dell’URSS, furono in realtà un modo indiretto di discutere dei meriti e dei demeriti della Rivoluzione russa. Oggi che le rivoluzioni fatte in nome del marxismo o sono finite o hanno subito un’evoluzione verso il… capitalismo, forse Marx (e il marxismo) hanno finalmente la possibilità di essere discussi come meritano: come una teoria sociale. Il fatto è che il libro di Marx – che, prima di diventare uno dei libri più influenti del XX secolo, ebbe bisogno di cinque anni per esaurire le sue prime mille copie – è tornato a essere un besteller in tempi recenti e, un ventennio dopo la caduta del Muro di Berlino, ha cominciato finalmente a essere letto anche nei Paesi che avevano fatto parte dell’URSS. Che interesse potrà suscitare un libro così complesso? Che attrazione potrà esercitare in un momento in cui tanto l’opinione pubblica quanto la stragrande maggioranza degli intellettuali sono convinti che il capitalismo non finirà mai o che, se mai ciò avvenisse, non sarà sicuramente seguito dal socialismo? Ventitré anni fa ho pubblicato un testo sul marxismo come teoria sociale. In un prossimo intervento per il Jornal de Letras dirò in cosa da allora a oggi la mia opinione è o non è mutata, cercando di rispondere a queste domande. Oggi mi concentro sul significato della Rivoluzione russa.

Molto probabilmente i dibattiti sulla Rivoluzione russa che si svilupperanno durante tutto quest’anno finiranno con il ripetere tutto ciò che già si è detto e dibattuto e si concluderanno tutti con la stessa impressione: che sia impossibile arrivare a un consenso sul fatto che la Rivoluzione russa sia stata un successo o un fallimento. A prima vista ciò può apparire strano, poiché sia che si ritenga che la Rivoluzione russa finì con la presa del potere da parte di Stalin (è l’opinione di Trotskij, uno dei leader della rivoluzione), sia che la si faccia finire con il colpo di Stato di Boris Yeltsin nel 1993, sembrerebbe evidente che si concluse comunque con un fallimento. E, invece, la cosa non è per nulla evidente, e il motivo di ciò non risiede tanto nella valutazione del passato, quanto nella valutazione del nostro presente. Il successo della Rivoluzione russa sta nel fatto che ha sollevato tutti i problemi che le società capitaliste si trovano ancor oggi di fronte. Il suo fallimento sta nel fatto di non averne risolto alcuno. A eccezione di uno, però. Nei prossimi interventi affronterò alcuni dei problemi che la Rivoluzione russa non ha risolto e che continuano a tormentarci. Oggi mi concentro sull’unico problema che ha invece risolto.

Può il capitalismo promuovere il benessere delle più ampie maggioranze senza che sul terreno della lotta sociale si manifesti un’alternativa credibile e inequivoca al capitalismo stesso? Questo è il problema cui la Rivoluzione russa ha dato una risposta, e la risposta è «no». La Rivoluzione russa ha dimostrato alle classi lavoratrici di tutto il mondo, e in modo particolare a quelle europee, che il capitalismo non era una fatalità, che esisteva un’alternativa alla miseria, all’insicurezza della disoccupazione incombente, alla prepotenza dei padroni, ai governi che facevano gli interessi delle minoranze abbienti anche quando affermavano il contrario. Ma la Rivoluzione russa si sviluppò in uno dei Paesi più arretrati d’Europa, e Lenin era del tutto consapevole del fatto che il successo della rivoluzione socialista mondiale e della stessa Rivoluzione russa dipendeva dalla possibilità che questa si estendesse ai Paesi più sviluppati, con solide basi industriali e consistente classe operaia. All’epoca, questo Paese era la Germania. Il fallimento della rivoluzione tedesca del 1918-1919 fece sì che il movimento operaio si dividesse e che una buona parte di esso cominciasse a sostenere che era possibile conseguire gli stessi obiettivi degli operai russi per vie differenti. Anche così però l’idea della possibilità di una società alternativa a quella capitalista permaneva intatta. Si concretizzò, in questo modo, quello che si sarebbe poi definito come il riformismo: una via graduale e democratica verso una società socialista che combinasse le conquiste sociali della Rivoluzione russa con le conquiste politiche, democratiche, dei Paesi occidentali.

Nel dopoguerra, il riformismo dava dunque origine alla socialdemocrazia europea, un sistema politico che combinava alti livelli di produttività con alti livelli di protezione sociale. Fu allora che i lavoratori poterono, per la prima volta nella storia, pianificare la propria vita e il futuro dei propri figli: istruzione, sanità, assistenza sociale pubblica, oltre a molti altri diritti sociali e sindacali. Divenne presto evidente che la socialdemocrazia non si sarebbe mai incamminata verso una società socialista: ma sembrava anche capace di garantire la fine definitiva del capitalismo selvaggio e la sua sostituzione con un capitalismo dal volto umano.

Nel frattempo, dietro la «cortina di ferro», la Repubblica sovietica, l’URSS, nonostante il terrore di Stalin, o proprio grazie a esso, dava prova di uno sviluppo industriale portentoso, che in pochi decenni avrebbe trasformato una delle regioni più arretrate d’Europa in una potenza industriale in grado di rivaleggiare con il capitalismo occidentale e, in modo particolare, con gli USA, che dalla Seconda guerra mondiale erano usciti come il Paese più potente al mondo. Questa rivalità si tradusse nella “guerra fredda”, che nei decenni successivi dominò la politica mondiale. Fu essa che fece sì che nel 1953 venisse annullato gran parte dell’immenso debito contratto dalla Germania occidentale a seguito delle due guerre che aveva imposto, perdendole, all’Europa: era necessario garantire al capitalismo tedesco-occidentale le condizioni per competere con lo sviluppo della Germania orientale, all’epoca la repubblica sovietica più avanzata in questo senso. Le divisioni fra i partiti che rivendicavano la difesa degli interessi dei lavoratori (i partiti socialisti o socialdemocratici e i partiti comunisti) ebbero un ruolo importante nella “guerra fredda”: i socialisti attaccavano i comunisti accusandoli di connivenza con i crimini di Stalin e di sostenere la dittatura sovietica, mentre i comunisti attaccavano i primi accusandoli di aver tradito la causa socialista e di essere in realtà dei partiti di destra spesso al servizio dell’imperialismo nordamericano. Non potevano nemmeno sospettare, allora, quanto invece ancora li unisse.

Nel 1989 crolla il Muro di Berlino, e poco dopo si ha il collasso dell’URSS. Era la fine del socialismo, la fine di una alternativa netta al capitalismo, celebrata in modo incondizionato e improvvido dai democratici di tutto il mondo. Nel frattempo, con stupore di molti, si consolidava a livello globale la versione più antisociale del capitalismo del XX secolo, il neoliberismo, che andava gradualmente associandosi (soprattutto a partire dalla presidenza di Bill Clinton) alla dimensione più predatoria dell’accumulazione capitalistica: il capitale finanziario. Si inaspriva la guerra contro i diritti economici e sociali, gli incrementi di produttività si separavano dai miglioramenti salariali, l’eterno fantasma della disoccupazione tornava ad affacciarsi, la concentrazione della ricchezza aumentava in modo esponenziale. Era la dichiarazione di guerra alla socialdemocrazia, sottoscritta nel nostro continente dalla Commissione europea, diretta da Durão Barroso, e dalla Banca centrale europea.

Gli ultimi nostri anni hanno dimostrato come, con la caduta del Muro di Berlino, non si è avuto solo il collasso del socialismo [in versione sovietica], ma anche quello della socialdemocrazia. Risultò evidente come le conquiste della classe lavoratrice nei decenni precedenti erano state rese possibili perché esistevano l’URSS e un’alternativa al capitalismo. Queste rappresentavano una seria minaccia per il capitalismo che, per istinto di conservazione, aveva fatto le concessioni necessarie (tasse, conquiste sociali) a garantire la sua riproduzione. Quando l’alternativa scomparve, e con essa scomparve la minaccia, il capitalismo cessò di preoccuparsi degli avversari e tornò alla sua follia predatoria, concentratrice di ricchezza, prigioniero delle sue pulsioni: creare in continuazione immensa ricchezza per poi distruggerne altrettanta, in quest’ultimo caso soprattutto umana.

Dopo la caduta del Muro di Berlino ci troviamo in un’epoca che per alcuni aspetti ricorda il periodo della Santa Alleanza che, a partire dal 1815 e dopo la sconfitta di Napoleone, si sforzò di cancellare dalla memoria degli europei tutte le conquiste della Rivoluzione francese. Non a caso, e fatte le debite proporzioni (le conquiste della classe lavoratrice che ancora non si è riusciti a eliminare per via democratica), l’accumulazione capitalistica dimostra oggi un’aggressività che rimanda al periodo precedente la Rivoluzione russa. E tutto induce a credere che, se non si manifesterà un’alternativa credibile al capitalismo, la condizione dei lavoratori, dei poveri, dei migranti, dei pensionati, delle classi intermedie eternamente-sul-punto-di-precipitare-bruscamente-nella-povertà, non migliorerà in modo significativo. Naturalmente, l’alternativa non potrà essere (né sarebbe bene che lo fosse) del tipo di quella prodotta dalla Rivoluzione russa. Ma dovrà trattarsi d’una alternativa netta. Dimostrare questo è stato il grande merito della Rivoluzione russa.