I 22 giorni di Stalin dirigente bolscevico a Pietrogrado nel marzo 1917

di Diego Giachetti

Stalin 1917La rivoluzione di febbraio del 1917 colse Stalin mentre era esiliato in Siberia. Lì, assieme ad altri esponenti bolscevichi, apprese che gli insorti avevano vinto, che lo zar aveva abdicato, che si era formato un governo provvisorio. Fu una sorpresa. Nei lunghi mesi trascorsi isolati, benché la fede rivoluzionaria non li avesse abbandonati, non si attendevano certo uno sviluppo così repentino degli eventi.

La prima conseguenza di quanto stava accadendo fu la loro liberazione. Stalin e altri deportati poterono partire per raggiungere Pietrogrado. Secondo i resoconti, fu un viaggio tumultuoso, pieno di dimostrazioni entusiaste, con vari comizi in varie tappe, dove spesso i reduci furono accolti da una popolazione curiosa e acclamante, con la banda militare che suonava la Marsigliese. Nel corso del lungo viaggio, man mano che attraversavano le città medio grandi, riscontrarono che bolscevichi e menscevichi agivano di fatto con posizioni comuni, la prima tra le quali era il sostegno al nuovo governo presieduto da un liberale, il principe Lvov.

Loro stessi, travolti da quel richiamo alla concordia, non osarono postulare la necessità di continuare a mantenere l’organizzazione bolscevica distinta da quella menscevica. La fraternizzazione tra le masse, risvegliate dalla rivolta, aveva costituito la premessa per una rinascita del socialismo ecumenico e generico nella sue varianti mensceviche e populistiche. Tutti chiedevano a gran voce l’unificazione. Anche nei riguardi della guerra le divergenze parevano superate: bisognava difendere la Russia della rivoluzione.

Per l’organizzazione bolscevica quello era un momento difficile. Di tutti i partiti che componevano la Seconda Internazionale, quello bolscevico era il più rivoluzionario. Eppure, quel partito non riuscì subito a individuare la sua strada nello sconvolgimento scatenato dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Il disorientamento regnava tra i dirigenti del partito rimasti in Russia. Per alcuni versi essi erano più incerti e indecisi dei gregari.

La frazione bolscevica, presente alla Duma, aveva operato una svolta a destra unendosi ai menscevichi in una dichiarazione comune che, da un lato condannava il falso patriottismo delle classi dominanti, dall’altro impegnava il proletariato a continuare la guerra per difendere il patrimonio culturale del popolo contro insidie interne ed esterne. Già prima, quando avevano appreso le dichiarazioni fatte da Lenin sulla guerra imperialista e i compiti dei bolscevichi, l’accoglienza nel partito non era stata del tutto favorevole, soprattutto fu criticato il suo appello al disfattismo rivoluzionario. I bolscevichi di Mosca, con una lettera scritta in linguaggio convenzionale, gli comunicarono, con tutto il rispetto possibile per la persona, che il suo invito a «vendere la casa (cioè la tesi disfattista) non li aveva convinti».

I bolscevichi a Pietrogrado

Anche a Pietrogrado gli avvenimenti avevano sorpreso il bolscevichi in un momento difficile. Nessun capo bolscevico esperto era presente in città. Quando il 12 marzo 1917 Stalin giunse nella città trovò una situazione inattesa. Se prima della guerra i bolscevichi avevano conquistato in buona parte l’egemonia nel movimento proletario organizzato, nel marzo del 1917 erano in minoranza nei Soviet.

C’era una ragione oggettiva che spiegava questa situazione. La rivoluzione di febbraio aveva visto il protagonismo di migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori. Figure proletarie “nuove” che avevano sostituto circa il 40% dei lavoratori “vecchi” chiamati alle armi e mandati al fronte a combattere. Al loro posto, nelle fabbriche, erano entrati giovani operai e operaie, in larga parte di origine contadina, che si erano messi alla testa dell’insurrezione. La loro coscienza di classe era assai sviluppata, per comodità si può dire che fossero in larga parte erano bolscevichi “nell’anima”, ciò che mancava, o era scarsamente presente, era l’organizzazione bolscevica. Quell’avanguardia rivoluzionaria di massa aveva assicurato la vittoria della rivoluzione di febbraio, non ancora l’affermazione del partito bolscevico nella rivoluzione.

Nella capitale dell’ex impero zarista, la direzione del Comitato centrale dell’organizzazione bolscevica era formata da due operai e da un giovane studente, Molotov, che dirigeva il giornale «La Pravda». I bolscevichi erano divisi al loro interno tra destra e sinistra e nessuno dei due gruppi aveva capi autorevoli tali da imporre la disciplina a tutto il partito. La direzione del Comitato centrale, che rappresentava la sinistra, era critica nei confronti del governo Lvov, composto prevalentemente da esponenti del liberalismo borghese.

Allo stesso modo, pur appoggiando i soviet, giudicavano moderata la loro politica, condizionata dalla presenza maggioritaria di menscevichi e i socialisti rivoluzionari. Inoltre, avevano accolto con ostilità il proposito del governo di continuare la guerra fino alla sua conclusione vittoriosa. Diffidavano dell’atteggiamento patriottico e difensista dei menscevichi. Sulle pagine della «Pravda», prospettavano il rovesciamento del governo e il passaggio di tutto il potere ai soviet. L’ala destra bolscevica invece era favorevole a una limitata collaborazione col governo Lvov, al difensismo e alla riunificazione dei bolscevichi e dei menscevichi in un unico partito.

I 22 giorni di Stalin

Nel corso dei 22 giorni che trascorsero dall’arrivo di Stalin a Pietrogrado (12 marzo) e quello di Lenin (3 aprile), egli mise in luce il suo modo di agire e le concezioni politiche che lo guidavano. Il campo d’azione era libero, né Lenin, né Zinov’ev erano ancora sul posto, c’era Kamenev, noto per le sue tendenze concilianti, c’erano pochi giovani rivoluzionari, mentre altri importanti dirigenti mancavano. Così Stalin, membro del Comitato centrale dal 1912, si trovò ad occupare la posizione di dirigente bolscevico. Prese le distanze dai gruppi contrapposti e operò per costruire ponti fra le due posizioni. Criticò quello che considerava il radicalismo della precedente direzione, destituì il terzetto che guidava il partito e assieme a Kamenev assunse la direzione dell’organizzazione e della «Pravda», diventando a tutti gli effetti il capo effettivo del partito.

Stalin doveva trovare risposte a quesiti urgenti sui Soviet, sul governo, sulla guerra, sul problema agrario. Il 15 marzo dichiarò che i bolscevichi avrebbero appoggiato il governo provvisorio «finché esso lottava contro la reazione e la controrivoluzione». Rispetto alla guerra in corso Kamenev affermò, con un articolo sulla «Pravda», pubblicato col benestare di Stalin: «Fintantoché l’esercito tedesco continuerà ad obbedire al suo imperatore, i soldati russi terranno duro rispondendo pallottola su pallottola e colpo di cannone a colpo di cannone». Stalin stesso precisò sul giornale bolscevico, rispondendo alle critiche che venivano dai liberali e dai menscevichi di destra, che «ogni forma di disfattismo è venuta meno dal momento stesso in cui è comparso nelle strade di Pietroburgo il primo reggimento rivoluzionario».

Nelle sue analisi politiche egli abbinava il radicalismo delle enunciazioni con l’indeterminatezza delle conclusioni pratiche. La guerra aveva un carattere imperialista, sosteneva, ma il semplice slogan abbasso la guerra era inutile, non consentiva alcun risultato pratico. Gli operai e i contadini dovevano esercitare una pressione sul governo provvisorio per far sì che esso si dichiarasse disposto a iniziare trattative di pace. Ciò poteva lasciar intendere che si doveva prospettare una pace separata con la Germania; ma nel periodo successivo egli sollecitava il governo provvisorio a fare un tentativo per persuadere tutte le potenze belligeranti a intavolare trattative di pace.

Aveva iniziato il suo ragionamento con l’antimperialismo per poi declinare verso una forma critica di difensismo. Nei confronti dei soviet, Stalin sostenne che tutto il potere doveva passare nelle loro mani, ma non trasse la conseguenza che occorresse promuovere una rigida opposizione al governo del principe Lvov. La rivoluzione doveva perseguire l’obiettivo di spazzare via i residui feudali, liberare i contadini dall’asservimento ai latifondisti, garantire la sicurezza del lavoro per gli operai, costruire una repubblica democratica. Quella che pronosticava era una rivoluzione democratico-borghese, non anticapitalista e socialista.

Stalin alla Conferenza del partito

Il 28 marzo 1917 iniziarono i lavori della conferenza dei bolscevichi di tutta la Russia. Alla conferenza Stalin presiedette le discussioni con una tattica accorta e guardinga; si preoccupò non tanto di dirimere le questioni politiche e teoriche, quanto di escogitare formule che, nascondendo i dilemmi sotto un velo prudente e discreto, riuscissero a rinviare la soluzione e scongiurare il pericolo di un chiarimento magari doloroso ma necessario nel partito. Manovrò abilmente nella confusione creata dalla presenza di più tendenze per intercettare il consenso di quei delegati indecisi che si collocavano in una posizione intermedia tra destra e sinistra.

Sulla questione dell’appoggio o meno al governo provvisorio ondeggiò ora proponendo un limitato appoggio al governo, ora negandoglielo per dire poi: «non si tratta di decidere se appoggiare o no il governo, quanto di sapere se il governo avrebbe appoggiato l’iniziativa rivoluzionaria dei soviet». Analizzò la funzione dei soviet e del governo borghese provvisorio non considerandoli espressione di classi contrapposte, ma come divisione di compiti tra due organismi istituzionali. Affermò che la rivoluzione aveva dato vita a due forme di potere, quello dei soviet e quello governativo, nessuno dei quali aveva la piena sovranità.

I soviet avevano diretto l’iniziativa rivoluzionaria, erano dunque la guida rivoluzionaria del popolo insorto e diventavano gli organismi che controllavano il governo provvisorio. Quest’ultimo –proseguiva- si era assunto il compito di consolidare di fatto le conquiste del popolo. Non due poteri incompatibili l’uno con l’altro ma esercitanti funzioni diverse e reciproche: il soviet mobilitava le forze armate e esercitava una funzione di controllo; il governo provvisorio si assumeva la parte di difensore delle conquiste che il popolo aveva strappato. Nell’immediato non era necessario contrapporsi al governo provvisorio – disse alla “destra” – e poi rassicurò la sinistra: lo faremo quando sarà necessario, «ora dobbiamo guadagnare tempo frenando quel processo».

Anche quando si prese in considerazione la proposta proveniente dal menscevismo di destra di unificare i due partiti, sostenuta da una parte dei bolscevichi, ma criticata da Molotov, Stalin non si oppose. Invitò le parti a iniziare immediatamente le trattative, ma nello stesso tempo rassicurò la sinistra dicendo che le trattative avrebbero avuto carattere esplorativo e che i risultati non avrebbero vincolato il partito. I negoziato furono bruscamente interrotti con l’arrivo di Lenin. Al suo ritorno Stalin si ritirò dietro le quinte.