La dinastia Romanov travolta dall’insurrezione

Il fronte della guerra imperialista

di Yuri Colombo, da il manifesto

Le profonde contraddizioni sociali della Russia zarista, divennero esplosive tanto più la guerra mondiale mostrava il suo volto di morte, fame e distruzioni. Dopo gli scioperi tumultuosi della primavera-estate del 1914, allo scoppio della guerra e durante la mobilitazione, lo Zar Nikolaj II ebbe la sua “luna di miele” con il popolo russo: un’ondata di nazionalismo si impossessò delle masse e in un clima di entusiasmo milioni di operai e contadini si incolonnarono verso il fronte. Se nei primi sette mesi del 1914 l’Ispettorato dell’Industria aveva calcolato 3493 scioperi con un 1.327.897 scioperanti, negli ultimi cinque mesi dell’anno si crollò a 41 scioperi con 9.561 partecipanti.

A differenza della maggior parte dei partiti socialisti europei il partito socialdemocratico russo si era schierato risolutamente contro la guerra. Ma se per la frazione menscevica l’opposizione alla guerra si colorava di un vago pacifismo e in alcuni casi come con Plechanov di “difensivismo”, la frazione bolscevica guidata da Lenin assunse la temeraria posizione del “disfattismo rivoluzionario” e della “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile”. Malgrado ciò inizialmente la propaganda antimilitarista fu debole. Il clima da “unione sacra” impedì alla socialdemocrazia in tutta una prima fase di fare proseliti.

Gli entusiasmi sciovinistici però si raffreddarono ben presto. L’esercito russo, male organizzato e ancor peggio equipaggiato, subì un rovescio dopo l’altro sul fronte orientale: alla fine del 1915 si contavano già 800.000 caduti (alla fine della guerra supereranno i 2 milioni). In questa situazione le agitazioni e gli scioperi ripresero quota: nel 1915 ci furono oltre mille scioperi con una partecipazione di oltre mezzo milione di operai e nel 1916 il numero di partecipanti superò il milione. A Čenigov, in Ucraina, nel febbraio del 1915 i soldati del 437esima brigata di fanteria passarono all’aperta insubordinazione e pubblicarono un appello che diceva: “Basta tormentarci e paralizzare la Russia! Ci rifiutiamo di essere carne da cannone! Respingiamo la guerra voluta dal governo russo”.

Nel 1916 nelle colonie dell’Asia Centrale il governo cercò di imporre alla popolazione locale la militarizzazione del lavoro provocando un’ondata insurrezionale nella regione che si concluse con una brutale repressione dove perirono decine di migliaia di persone mentre altre centinaia di migliaia cercavano rifugio in Cina. Nel mentre, l’autocrazia zarista inerte e criminale, proseguiva nei suoi balli e feste di corte indifferente alla tragedia del popolo russo.

Rispetto alla situazione prebellica gli scioperi del 1915-1917 si caratterizzarono per maggiore radicalità. Ciò fu dovuto principalmente alla crescita numerica e alla nuova composizione di classe del proletariato. Gli oltre 600.000 operai mobilitati dall’esercito vennero sostituiti nelle fabbriche con nuove leve che provenivano dalle campagne e che rifuggivano la disciplina della fabbrica, assieme strati di giovani (talvolta persino bambini) e donne della città che si dimostrarono eccezionalmente combattivi. La necessità di alimentare l’industria bellica portò allo stesso tempo a una tumultuosa crescita della forza-lavoro industriale: nel 1917 a Pietroburgo la classe operaia crebbe del 62% rispetto alla periodo prebellico e la forza-lavoro femminile passò dal 30% al 40% del totale.

La situazione al fronte si presentava più complessa e contraddittoria. Come ha sottolineato Marc Ferro i primi fenomeni di fraternizzazione tra i soldati russi e quelli tedeschi nelle trincee risalgono persino al Natale 1914 con balli e scambio di cognac e sigarette e andarono aumentando per tutti i due anni successivi ma senza produrre un’aperta ribellione contro gli ufficiali. Il fenomeno più eclatante fino allo scoppio della rivoluzione di febbraio fu una massiccia diserzione che comunque restava su un terreno “prepolitico”.

Allo stesso modo, mentre la propaganda delle forze socialiste contro la guerra nelle città russe prendeva vigore sull’onda dei scioperi, nelle trincee la circolazione dei volantini e dei giornali antimilitaristi aveva un carattere episodico. I gruppi dirigenti dei partiti socialisti, in gran parte in esilio o nelle carceri zariste, sapevano ben poco di quello che avveniva tra i soldati al fronte, le comunicazioni erano frammentarie e la censura riusciva a limitare i flussi di informazioni. Scorrendo gli scritti di Lenin o il giornale Nashe Slovo di Trotsky tra il 1914 e il 1916 troviamo ben pochi accenni alla situazione tra le truppe. Tra i bolscevichi inoltre regnava un certo pessimismo. Non pochi Comitati di partito si rifiutavano di propagandare la posizione del “disfattismo rivoluzionario” considerata “astratta” e “irrealistica”. Lo stesso Lenin parlando a una riunione di giovani socialisti svizzeri il 22 gennaio 1917 affermerà: “Noi della vecchia generazione potremmo non vivere abbastanza per vedere le battaglie decisive nella rivoluzione che viene. Ma io posso, credo, esprimere la fiducia che la gioventù (…) sarà abbastanza fortunata non solo di lottare, ma anche vincere, nella futura rivoluzione proletaria”.

Non passarono due mesi da queste parole che nel febbraio 1917, a partire dai portentosi scioperi delle operaie tessili di Pietroburgo, il regime zarista crollava con ignominia. Come già come nel 1905 nelle città si formarono i soviet, mentre si costituiva un governo provvisorio sostenuto dai cadetti e dai socialrivoluzionari, determinando una situazione di “doppio potere”.

I marinai di Kronštadt e dei porti del Baltico si ammutinarono e si vendicarono sugli ufficiali dopo anni di angherie. Trotsky in “Storia della rivoluzione russa” riporta le memorie di un ammiraglio: “ (…) non appena arrivarono dalla capitale i primi giornali socialisti, in un batter d’occhio lo stato d’animo degli equipaggi mutò, cominciarono i comizi e dalle fessure uscirono strisciando criminali agitatori’”. Anche nelle trincee la disciplina crollò verticalmente mentre l’aspirazione alla pace si faceva insopprimibile.

Il 3 aprile 1917 Lenin rientrò dall’esilio e redasse le “Tesi di aprile”. Nelle Tesi Lenin rifiutava qualsiasi alleanza con i partiti che sostenevano il governo provvisorio di Lvov. sottolineando il carattere originale della rivoluzione russa che si andava condensando come rivoluzione doppia, democratico-borghese e socialista allo stesso tempo. E ancora una volta nelle Tesi la questione della guerra resta centrale: “Nel nostro atteggiamento verso la guerra, che (…) rimane incontestabilmente una guerra imperialistica di brigantaggio, in forza del carattere capitalistico di questo governo, non è ammissibile la benché minima concessione al ‘difensivismo’ rivoluzionario”. Per Lenin le masse in rivolta erano ancora disorientate ma “bisogna spiegar loro con (…) ostinazione e pazienza, l’errore in cui cadono, svelando il legame insolubile fra il capitale e la guerra imperialistica, dimostrando che è impossibile metter fine alla guerra con una pace veramente democratica, e non imposta con la forza, senza abbattere il capitale.”

È il programma antimilitarista con cui i bolscevichi avrebbero conquistato la maggioranza nei Soviet e rovesciato il governo Kerenskij qualche mese dopo.

Advertisements