I contributi alterni del Manifesto

di Antonio Moscato

La serie di inserti de “il manifesto” dedicati alle varie fasi della rivoluzione russa (vedi Il manifesto e la cuoca di Lenin), continua a riservare qualche piacevole sorpresa: in particolare l’articolo di Yuri Colombo uscito il 14 marzo ricostruisce le giornate della prima fase della rivoluzione “di febbraio” finalmente senza reticenze e al tempo stesso senza mitizzazioni, facendo comprendere come è stato possibile che un gruppo di dimensioni modeste, ma capace di ascoltare i segnali di una realtà in movimento, ha potuto incrociare la radicalizzazione dei contadini-soldati da cui era stato tenuto lontano dal regime zarista ma anche dal governo provvisorio.

Dico “senza mitizzazioni” perché l’articolo di Yuri Colombo non solo combatte le tante denigrazioni prevenute nei confronti della rivoluzione d’Ottobre, ma evita di far concessioni alla ricostruzione mitologica della rivoluzione con cui i nostalgici del “marxismo-leninismo” staliniano nascondono le difficoltà che Lenin dovette affrontare per superare le molte resistenze interne al gruppo dirigente bolscevico che lo considerava “estremista”. Non solo perché tra quelli che erano a favore dell’appoggio al governo provvisorio e quindi al proseguimento della guerra con argomenti “difensisti” c’era lo stesso Stalin, ma perché lo sforzo congiunto di stalinisti e borghesi anticomunisti ha sempre cercato di occultare uno dei segreti del successo della proposta di Lenin: un partito bolscevico non monolitico, ma con una discussione interna appassionata e a volte drammatica, che non andava avanti a colpi di scomuniche e accuse di “deviazionismo” ma puntava sempre alla ricomposizione.

Un partito la cui democrazia interna era garantita e non indebolita dall’apporto di compagni come Trotskij o Lunačarskij, che pure avevano avuto in passato forti dissensi rispetto alla proposta di Lenin. Un partito che proprio per questo riuscirà a superare prove tremende negli anni successivi della guerra civile internazionale, senza porre limitazioni alla sua dialettica interna fino al drammatico congresso del marzo 1921.

Il supplemento del Manifesto continua comunque ad uscire con risultati variabili. Oggi è arrivato al quarto numero, poco interessante per l’articolo più propriamente storico di Chicco Funaro che tenta un bilancio complessivo della dinastia Romanov di modesta utilità, mentre è ottimamente riuscita la ricostruzione “letteraria” della caduta dello zar firmata da “Leone Lewyy inviato a Pietrogrado”, che introduce il concetto dimenticato di dualismo di potere.

I giocherelloni che hanno concepito questo “supplemento a orologeria” ci informano finalmente che dietro allo pseudonimo Leone Lewyy “si nascondono molteplici autori di varia indole e scuola” di cui solo all’inizio del prossimo anno ci riveleranno chi sono e cosa ciascuno ha scritto. È un gioco, ma davvero simpatico, anche se ci tiene in sospeso per troppo tempo prima di farci scoprire che, nascosti in una redazione da tempo indifferente o addirittura ostile a un uso corretto della parola rivoluzione, ci sono alcuni compagni che quella russa l’hanno studiata bene e la presentano in modo efficace. Speriamo di non essere delusi dalle prossime puntate…

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