1917, cioè ieri, forse domani

Gli articoli che ospitiamo in questa sezione “Dibattito” non esprimono necessariamente il punto di vista della redazione del sito rivoluzione1917.org, ma unicamente quello delle/dei compagne/i che ce li hanno fatti pervenire. Si tratta in ogni caso di articoli utili per suscitare o alimentare il confronto su alcuni greandi temi del movimento operaio e rivoluzionario.

di Giorgio Carlin (Torino)

Vorrei sollevare tre questioni che a mio parere meritano un dibattito, soprattutto ora che, dopo un secolo, un po’ di polvere si è posata e lo sguardo forse è più lucido.

Per cominciare un problema storiografico, un nodo che ha visto Trotsky protagonista e poi sconfitto, una cosa che riguarda tutti noi e che molti “trotskisti” hanno rimosso.

Nella mia gioventù “comunista”, dopo una grave sconfitta, i miei “maestri” mi dicevano sempre che prima di maledire la cattiveria e la fortuna dei nostri nemici, dovevamo chiederci: “In cosa abbiamo sbagliato noi?”. In cosa hanno sbagliato Trotsky ed i suoi seguaci, ed erano possibili alternative in quelle condizioni? Mi viene in mente la durissima repressione da parte del capo dell’Armata Rossa della ribellione (ma siamo sicuri che fosse tale, o fosse solo quello?) di Kronstadt o, ancora più scioccante, la sua frase (in che anno, dopo il 1922?) “Con Stalin contro Bucharin è possibile, con Bucharin contro Stalin mai”. Certo si scontava il fallimento della NEP (però quale politica economica non sarebbe fallita nelle condizioni di una guerra civile?), ma quelli erano anni in cui tutto era ancora possibile e l’ultima cosa di cui c’era bisogno era il tatticismo settario. Quello era comunque il secolo della Terza Internazionale, formidabile strumento per disciplinare la penuria e vincere quei mostri che il capitale scagliava contro ogni ribellione popolare ma non per organizzare la democrazia. Valore che noi oggi consideriamo non negoziabile, qualunque siano le condizioni esterne.

Il grido “Più a sinistra!” mobilitava intellettuali e masse, per poi scontrarsi con la prosa della stanchezza, degli approvvigionamenti dalle campagne, delle alleanze necessarie. Mi chiedo se, pur nella follia di voler riscrivere la Storia con i “Se”, Trotsky fosse riuscito a prevalere nel Comitato Centrale su Stalin (bastava non avere la polmonite in quei giorni) quanto sarebbe cambiata la Storia successiva. Avremmo certo avuto un regime senza plotoni d’esecuzione per gli oppositori, senza troppe requisizioni forzate (un po’ erano inevitabili anche se la fame sterminava nelle campagne come nelle città). Sicuramente ci sarebbe stato maggior rispetto e collaborazione con i partiti stranieri dell’Internazionale, più lungimiranza nella politica di alleanze e nel sostegno alle rivoluzioni, ma siamo sicuri che nei momenti difficili, data la posta in gioco, si sarebbe evitato il ricorso alla violenza, anche nei confronti dei compagni?

Il novecento è una storia di penuria e di guerre, di ribellioni disperate finite quasi ineluttabilmente, per mancanza di militanti capaci e di risorse, in dittature personali.

Quella che era la vera base democratica della Rivoluzione, gli operai dei Soviet/Consigli, era stata decimata nella guerra civile (e lo sarà poi anche altrove nelle Resistenze Europee), senza quella il Partito inevitabilmente diventa di quadri e si burocratizza quasi ovunque con o senza Stalin. Bisogna riflettere su quegli anni terribili per poterseli gettare alle spalle, sapendo comunque che quei compagni, pur con i loro sbagli, erano comunque degli eroi. Rileggiamoci quanto ha detto di loro Brecht in “A coloro che verranno”, che allego al fondo. Parole per me definitive.

Bisognava farlo? Sì. Si poteva farlo diversamente? Non lo sappiamo, comunque sarebbe stato lo stesso quasi impossibile.

La Lunga Durata

Dobbiamo anche saper guardare ai tempi lunghi della Storia, al permanere di caratteri statuali al di là delle contingenze. Eredità spesso avvelenate ma anche sedimento di resistenze morali.

Diceva Leone Trotsky (insospettabile come geopolitico…) che, anche prescindendo dai diversi regimi sociali, la funzione geopolitica della Russia era avere uno stato forte per sostenere un forte esercito. Il quale doveva garantire una sorta di placenta, un setto che permettesse gli scambi ma non l’irrompere delle “selvagge steppe dell’Asia” nelle pianure europee. E che, naturalmente, era nell’interesse di quest’ultime sostenere la Russia nel suo sforzo. Di strada dal Principato di Kiev ne è passata, e pure classi al potere, ma sono restate le necessità della Russia, la sua religione statale-ortodossa come collante dei momenti difficili prima, durate e dopo la Rivoluzione, la sua proiezione illuministica verso l’Europa, sempre fermata alle frontiere, la capacità di sacrificio del suo popolo, la corruzione dei suoi governanti insieme all’eroismo di alcune sue elite e gli immensi spazi di cui gode. E le chiusure dell’Europa nelle pianure polacche ed il chiavistello nel Mar Nero.

Ricordiamo la guerra in Crimea di 150 anni fa, in cui un giovane Cavour cercava di legittimarsi di fronte alle Nazioni Europee “con un pugno di morti da gettare sul tavolo della pace”, esattamente come il D’Alema di fine secolo che per lo stesso motivo bombardava Belgrado. Da “cane comunista” a beniamino dei nuovi salotti della Nato, anche se per poco. E oggi di nuovo la Crimea e per gli stessi motivi.

Ma forse in nessun luogo come la Germania la storia di lungo periodo allunga le sue ombre.

Un cinico come Andreotti, che, ormai al di la del bene e del male, poteva permettersi di dire ogni cosa, sosteneva che “Amo troppo la Germania, per non volerne addirittura due!”. Dopo la riunificazione questo paese ha ripreso la sua strada da subito: nei confronti di una prudente CEE che non accettava l’idea di una secessione della Jugoslavia, offrendole un’entrata morbida nell’Unione purché unita e pacifica, la “Pallida Madre” ne impose lo smembramento violento per isolare le parti pregiate e più commestibili come la Slovenia e la Croazia, il resto nella spazzatura. Qualcuno avrebbe dovuto capire a quale Storia la Germania si stava riconnettendo, ed a questo punto conviene considerare le tesi dello storico Dahl: l’attuale impero tedesco sarebbe in ogni punto significativo omologo al suo predecessore III Reich, tranne che per l’uso diretto della violenza. E per il fatto che non sono nazisti, non ne hanno bisogno. Al posto dei carri armati è ben più efficace la famigerata Commissione Europea e la BCE. Uguale è la spinta ad Est, verso “lo spazio vitale”. Spinta abilmente mascherata dalla paciosa Merkel, che finge un’opera moderatrice nei confronti di una Nato dominata dai “fuori di testa”; e così lucra anche sconti sul gas e materie prime russe… Ormai è riuscita a mettere al lavoro come subfornitori tutti i paesi ex-Patto di Varsavia più la Turchia, sostituendo il nostro NordEst così ridotto alla rovina.

Un’organizzazione Todt efficientissima e spietata nei confronti degli stessi tedeschi di categoria B: mio suocero, internato nelle fabbriche sotterranee di Mannheim probabilmente stava meglio degli attuali lavoratori vittime delle leggi Harz 4, almeno gli pagavano coscienziosamente i contributi. Nazisti si, ma non ancora ordoliberisti! La stessa “generosa” ospitalità nei confronti dei migranti non inganni. Vengono selezionati, meglio i siriani professionalizzati che i somali, e servono per rimpolpare un esercito industriale di riserva in alcuni settori al lumicino. E si stanno preparando leggi di workfare apposta per loro.

Non è neanche terminato il tradizionale disprezzo per i popoli del meridione europeo “untermensch”, sottouomini, e lo spirito di vendetta verso coloro che più tenacemente combatterono il III Reich, gli jugoslavi -come abbiamo visto- ma con particolare accanimento anche i greci. Purtroppo non gli mancano, nella storia che non passa, complici ad Est. In molti paesi di confine l’odio antirusso (non sempre giustificato, e sempre anche antisemita) nel passato ha gonfiato le fila delle Waffen SS baltiche ed ucraine. SS di tale ferocia che gli stessi nazisti ne diffidavano ed oggi vengono pubblicamente commemorate come eroiche, nella totale distrazione della CE. Che comunque finanzia.

Naturalmente la Storia di lunga durata è anche un pendolo, un secolo i popoli slavi sentono l’attrazione dell’efficenza tedesca, e magari il giogo della presenza russa, e si avvicinano alla Germania. Il secolo dopo le forze cambiano segno ed aumenta la spinta panslavista.
Certo visto così sembra un teatrino in cui i nostri sforzi non possono cambiare i paradigmi delle forze imperialiste e lo stesso modernissimo capitale finanziario multinazionale sembra costringersi in vecchie forme già viste. Un potere di classe che resiste praticamente immutabile attraverso i decenni, sostanzialmente impermeabile alle nostre lotte… Vorrei sbagliare, vorrei che non fosse così, e soprattutto (è un imperativo per tutti) sono disposto a fare delle cose per negarlo.

Ma c’è un nuovo Convitato di pietra che occuperà l’orizzonte per decenni ed è il mutamento climatico. In Siria, all’inizio del millennio, ci sono stati 8 anni di siccità mai visti. L’agricoltura ha perso il 60% dei raccolti, insieme all’80% degli animali; quello che era un fiorente mondo contadino si è disgregato e non ha più potuto opporre il suo tessuto sociale ad una guerra civile fuori controllo. I profughi quando ritorna una pace, anche precaria, possono tornare ai loro campi ma non al deserto. Qual è la lungimiranza delle “istituzioni internazionali” che non finanziano con pochi milioni i giovani del Mali perché costruiscano una barriera arborea all’avanzare del Sahara e li lasciano così assumere dall’Isis per 400 euro al mese? L’islamismo non è solo ideologia, è anche un modo di campare.

Un altro elemento di cui non si vede fine ma che non può durare in eterno è il crescere inarrestabile delle disuguaglianze; l’avvocato Valletta quadagnava 30/40 volte un operaio, oggi Marchionne guadagna 2000 volte un suo dipendente (e se confrontiamo dai risultati la qualità del loro lavoro…), gli 8 uomini più ricchi del pianeta guadagnano l’equivalente della metà del restante genere umano cioè 4 miliardi e mezzo di persone. Tutto questo non può restare senza conseguenze. Il naturale sbocco politico dei popoli oppressi sarebbe a sinistra, ma da 40 anni i governi di centrosinistra europei, fedeli al motto di Gianni Agnelli “Per fare una politica di destra meglio ci sia un governo di sinistra”, sono stati precursori e più convinti esecutori di politiche contro il lavoro, i suoi diritti ed il suo salario degli stessi governi di destra dichiarata. I democratici americani, pur di evitare uno sbocco a sinistra della crisi hanno compiuto la scelta suicida di non candidare Sanders alle elezioni. Per cui se ai popoli si nega una soluzione “naturale” di sinistra la cercheranno a destra, magari una destra intelligente, con un programma sociale di “sinistra”, centrato sulla difesa del lavoro, il controllo della finanza e vincoli normativi e fiscali al cosiddetto “libero mercato”. Non si dica che sono contro gli immigrati, perché niente cambia dalla politica di Hollande: sono tutti “chiacchere e distintivo”. Sia per i socialdemocratici che per le destre il problema dell’immigrazione riguarda i paesi di sbarco, i gendarmi francesi a Ventimiglia saranno gli stessi con qualunque governo.

E poi un altro problema di lunga durata esiste ed è grande come una casa: uscire dall’euro, visto che la soluzione più logica, cioè che la Germania sia costretta a tornare al marco, è impossibile. Questa moneta si è rivelata puro strumento dell’imperialismo tedesco, costituzionalmente deputata a garantire, con la crisi deflazionista senza fine delle economie del sud Europa, la competitività delle merci ordoliberali. E’, come cantavano gli Eagle negli anni ’80, l’Hotel California in cui non si sarebbe mai dovuti entrare e da cui è impossibile uscire. O più semplicemente “La Casa” di un film horror, in cui si viene massacrati impunemente. Ci ritroveremo come imbarazzanti alleati tutte le destre sovraniste europee ma, dicono i francesi “alla guerra come alla guerra”, è una pura questione di sopravvivenza. Si potrebbe cominciare morbidamente, introducendo monete parallele locali: sindaca Appendino, ci sei? E’ la tua ultima occasione!

Poi naturalmente anche la destra “intelligente” e sociale franerà, dimostrerà di non essere così sociale, ne tantomeno così indipendente dalla finanza e magari sempre serva della Merkel di turno. Il vento avrà fatto il giro e la palla forse tornerà a noi, non prima di un disastroso “lavacro” comunque.

Non ne sappiamo niente (se mai ne abbiamo saputo qualcosa)

Un ultimo punto di cui vorrei parlare è della nostra totale ignoranza circa la società russa contemporanea. Sono pur sempre gli eredi, magari degeneri ed inconsapevoli ma gli eredi, della grande Rivoluzione.

Nella “cultura” dominante, dei russi si pensa solo che gli uomini sono nazionalisti, mediamente cordiali ed ubriaconi. E le donne sono considerate belle, fredde, calcolatrici ed un po’ troppo di facili costumi…

Non possiamo accontentarci di queste conclusioni, posto che siano sostanziose.

Certo c’è Putin che fa la parte del cattivo delle fiabe e di Gargamella dei Puffi. Solo non viviamo nelle fiabe né siamo di carnagione azzurra, per cui chiediamoci che sistema è quello russo? Sicuramente è un sistema capitalistico, una democrazia presidenziale autoritaria come molte altre. I cittadini, come altrove, votano (liberamente) ogni 5 anni e poi si disinteressano della cosa pubblica. Il sistema favorisce in ogni modo, come ovunque, questo disinteresse. Il modello politico è ricalcato su quello francese, quello uscito dal gollismo. C’è un Presidente, con un suo “Partito della Nazione” ed un’opposizione “di sua Maestà” costituita dal moderato Partito comunista, un capo del governo nominato dal presidente ed una Duma che, come la sua omolga francese Assemblea Nazionale, non conta nulla. La Francia ha sempre fornito dei modelli alla Russia fin dal carteggio di Caterina II con Voltaire, il modello di un nazionalismo centralizzatore ed autoritario, ma temperato da un progressivo colbertismo, cioè un ruolo centrale dello Stato nell’economia concreta, ed un po’ di welfare a fini di mantenere un consenso nelle classi popolari.

C’è da pensare che continui così, che questo sia la base dell’indiscutibile consenso di cui gode Putin, pari solo al disprezzo popolare di cui godono gli oligarchi dell’opposizione liberale. Ma questo successo rischia di risultare incomprensibile a chi non sa cosa è stato il precedente regime di Boris Eltsin. E’ come cercare di capire i giapponesi senza Hiroshima.

Fu un regime di dissoluzione dello Stato, di criminalità scatenata e protetta ai più alti livelli, una sanguinosissima guerra cecena per il controllo del narcotraffico, il bombardamento del Parlamento che resisteva alle criminali “lenzuolate di privatizzazioni” con centinaia di morti ed il semiplauso delle cancellerie occidentali. La durata della vita media in Russia, grazie alle misure consigliate da funzionari del FMI venuti da Chicago, diminuì di 7 anni! Da li è nato l’odio per “i nuovi russi”, che paradossalmente coivolge tutti, compresi quelli che dovrebbero farne parte…, e la gratitudine verso chi, Putin ed il suo gruppo – essenzialmente i quadri dell’exKGB – è riuscito a fermarne i disegni criminosi.

Sarebbe interessante conoscere comunque la realtà sociale di questo paese, i diritti del lavoro, i livelli salariali reali, le condizioni nelle campagne. La scuola (ha mantenuto la sua qualità?), la sanità come funziona? E le case di riposo sono dei lager indegni come da noi? E poi la cultura, ci arrivano pochi libri e quasi tutti di autori marginali come i nazional-bolscevichi od i tradizionali oppositori che ci dicono che la Russia fa schifo, come il resto del mondo. Ma magari fa schifo in un modo leggermente diverso che varrebbe la pena conoscere. E il cinema, tra i pochi film doppiati arrivano solo o dei capolavori come Sukurov e Mikhalkov oppure delle imbarazzanti imitazioni di Bmovie americani ultraviolenti e con tutti gli stereotipi di cui sopra in bella mostra.

Ad esempio, è rimasto qualcosa del rispetto per il lavoro manuale? Rispetto di cui al mondo si persa ogni traccia ma che in Unione Sovietica aveva superato la fase rivoluzionaria ed era rimasto fino alla fine, con salari più alti ed orari limitati per i lavori più faticosi. Certo non c’è più il limite del 10 a 1 nel rapporto tra i salari più alti e più bassi. Quando si parla di disuguaglianze… quel limite pesava nella Germania federale della ricostruzione post bellica, per dare un esempio che anche il capitale poteva essere sensibile alla giustizia sociale, nelle grandi fabbriche denazificate (non lo ricorda più nessuno!) il rapporto tra stipendio dell’amministratore delegato e dell’ultimo fattorino era 9 a 1! Più egualitari dei Soviet!

Poi ci sono delle specificità tipicamente russe ed assolutamente criticabili, come la censura: ma come funziona e quanta ce n’è? Non parliamone da esenti, noi siamo pur sempre il paese che è riuscito in pochi anni ad abolire la satira in TV, malgrado il grande seguito e la robusta tradizione. E bisognerebbe studiare la regressione del diritto di famiglia russo in senso patriarcale, tristissima in un paese che era stato il primo a garantire l’eguaglianza reale di genere.

Insomma sarebbe opportuna un po’ di “laica” conoscenza dei fatti e dei meccanismi di quella società, che non ha più nulla di socialista ma che penso continui ad essere diversa dalla nostra. Ricordando quello che cantava Sting nel momento più buio della guerra fredda, quando l’avventurismo di Reagan ci aveva portato alle soglie dello scontro nucleare: “Penso che anche i Russi vogliano bene ai loro bambini” (Sting, Russian).

Appendice

“A coloro che verranno” di Bertolt Brecht (1939)

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

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