Ancora una caricatura dell’Ottobre 1917 sulla “Stampa”

di Antonio Moscato

Era previsto, ma supera l’immaginazione. I principali “giornaloni” fanno a gara nel rilanciare gli esorcismi nei confronti della rivoluzione che avevano accompagnato e seguito il crollo dell’URSS.

Ieri “la Stampa” ha gareggiato col “Corriere della sera” affidandosi alla penna barocca di Domenico Quirico, che con tanto di cartine (per dar l’idea del rigore scientifico) ha descritto un suo viaggio sulle orme di Lenin. Col suo inconfondibile stile ridondante comincia a immaginare la meta come una “Russia scompigliata torbida strisciante saltante miserabile, con l’enorme macina della rivoluzione già in moto”. Naturalmente gli accenni alla storia sono solo ideologici (probabilmente la sua documentazione si riduce a poco più del Lenin a Zurigo di Solženicyn) e partono dalla mitologica ricostruzione di una rivoluzione di febbraio come “vera e popolare insurrezione” mentre l’Ottobre sarebbe stato, naturalmente, “un golpe dei bolscevichi e di Lenin”. Lo scrupolo storico emerge fin dall’ostinazione di chiamare sempre la capitale San Pietroburgo e non Pietrogrado come si chiamava allora. E dallo stupore per la banda che aveva accolto Lenin alla stazione suonando la Marsigliese ovviamente “in mancanza di meglio”, e non perché era considerata un inno rivoluzionario da tutte le tendenze del movimento operaio.

Naturalmente Quirico non ha dubbi, per i bolscevichi il criterio etico indiscutibile era che “il fine giustifica i mezzi”. E parla insensatamente di “abisso senza fondo” che già nel 1917 si apre con le prime fucilazioni di innocenti. Eppure decine di protagonisti (dalla parte opposta dei bolscevichi) e di testimoni a partire da Suchanov avevano registrato con stupore il numero insignificante di vittime degli scontri nell’insurrezione dell’Ottobre, dovuta alla grande generosità della rivoluzione prima che la ferocia dell’aggressione imperialista la costringesse a combattere una estenuante guerra civile finanziata contemporaneamente da una dozzina di paesi, ancora in guerra tra loro, ma uniti contro la rivoluzione. Guerra civile che comportò milioni di morti, e momenti di ferocia anche da parte di chi lottava per difendersi e sopravvivere, ma che fu vinta dai bolscevichi nonostante la sproporzione negli armamenti, grazie all’assoluta mancanza di appoggio popolare ai generali ultrareazionari (potremmo chiamarli “fascisti ante litteram”) come Kornilov, Kolciak, Denikin. Personaggi aggrappati al peggior passato zarista e per questo incapaci di ottenere consensi. Va detto anche che ai primi tentativi golpisti (rivolti verso lo stesso moderatissimo governo provvisorio di Kerenski nel settembre 17) i generali erano stati arrestati dai loro soldati e rilasciati “sulla parola”.

E la favola dei cattivi bolscevichi che spezzano un’esperienza democratica, si smentisce da sola ricordando che al momento del golpe contro Kerenski la maggior parte dei quadri bolscevichi erano incarcerati dal governo provvisorio in base alla falsa accusa di essere al soldo della Germania, o costretti di nuovo alla clandestinità e all’esilio come lo stesso Lenin.

Quirico probabilmente non ha aperto mai neppure uno dei 44 volumi degli scritti di Lenin, e può quindi ricostruire l’impresa pericolosa (e dal prevedibile costo politico, di cui Lenin era consapevole) del ritorno in Russia immaginandola come un’allegra escursione di “un plotone di moglie, amante, attendenti bolscevichi”, gente che non assomigliava davvero ai “vecchi rivoluzionari russi imbevuti di idealismo”, ed erano tenuti insieme solo dall’odio. In particolare lui, il capo: “Il partito che aveva inventato doveva essere votato alla guerra totale, allo sterminio fisico del nemico di classe”. Quirico sì che è carico di odio, se la prende perfino con la stazione di Finlandia, “sgualcita, mediocre, provinciale come allora, simile a una sosta ferroviaria a Faenza e Voghera”. Descrive con sufficienza e disprezzo i “giovani soldati che non volevano andare al fronte, gli operai della Putilov che avevano conosciuto nello stesso momento alfabeto e rivoluzione”, e i contadini che “si erano spartiti onestamente le vacche del padrone”. Come tutti i borghesi che cercano di capire cosa è stata la rivoluzione non pensa a cosa è stata la tragedia della guerra, e che lo scopo della rivoluzione era prima di tutto quello di uscirne.

Come in un cattivo film di propaganda della guerra fredda, nella ricostruzione di Quirico negli “inverni terribili del ’17 e del ’18 […] si nominavano già commissari con poteri illimitati, uomini dalla volontà di ferro, con nere giubbe di cuoio, armati di leggi di terrore e di rivoltelle «nagant»”. Che al momento della pace con la Germania e l’Austria-Ungheria Bucharin che si opponeva a Lenin potesse pubblicare un quotidiano per sostenere le sue posizioni, e che i social-rivoluzionari che erano al governo con i bolscevichi ricorressero alla loro antica passione, gli attentati, uccidendo diversi bolscevichi come Urickij e Volodarskij e ferendo gravemente lo stesso Lenin, ovviamente sfugge a Quirico, che ha prestato così la sua penna a un’operazione indecente.