L’accerchiamento della Russia rivoluzionaria

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

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Il treno blindato di Trotskij

La guerra civile è sorretta e alimentata dall’estero, d‘altra parte, ma trova anche un terreno più fecondo nelle contraddizioni del nuovo assetto sociale. I contadini, tra i quali i bolscevichi non sono mai stati presenti in modo sistematico e generalizzato, dopo avere beneficiato con entusiasmo del «decreto sulla terra», si sono guardati bene dall’accogliere le proposte di organizzarsi in forme associative e cooperativistiche tendenti a elevare la produttività: la fama secolare di terra si è tradotta in una frammentazione esasperata della terra coltivabile, che impedisce qualsiasi ammodernamento tecnologico. Venticinque milioni di piccoli appezzamenti forniscono, per la primi volta, di che sfamarsi ad altrettanti nuclei familiari. Ma non forniscono nulla di più. La grande maggioranza dei contadini russi, nel primo anno in cui ha la libertà di coltivare la propria terra, consuma tutto quel che produce e non fornisce nulla al mercato. Così la Russia, che negli ultimi decenni dello zarismo aveva un posto di rilievo tra gli esportatori di frumento, si trova a non potere soddisfare neppure il fabbisogno interno della città. Nel 1891 il ministro delle finanze, Vyšnegrandskij, aveva teorizzato: «Magari non mangeremo, ma dobbiamo esportare». Ora, finalmente, i contadini mangiano, ma non mangiano più gli abitanti delle città, in particolare la classe operaia giunta al potere. L’approvvigionamento delle città diventa sempre più drammatico durante l’inverno e la primavera del 1918 e spinge gli operai a cercare direttamente viveri con spedizioni nelle campagne che, agli occhi dei contadini, appaiono vere e proprie spoliazioni: buon grano contro pezzi di carta, che promettono un ipotetico pagamento in un futuro imprecisato. Di scambi in natura, non se ne parla: le fabbriche sono quasi tutte chiuse per mancanza di materie prime, per l’embargo decretato da tutta le potenze mondiali, per la difficoltà nei trasporti interni, per l’isolamento delle zone industriali, in genere sotto controllo sovietico, rispetto alle zone periferiche occupate dalle bande bianche, o dai corpi di spedizione stranieri.

Così, i contadini cominciano a ripetere la frase (riportata dallo stesso Lenin) : «i bolscevichi erano buoni, ma i comunisti sono insopportabili». Naturalmente, per la maggior parte dei nuovi proprietari, l’avversione nei confronti degli operai in cerca di cibo non fa dimenticare che i generali bianchi sono proprietari terrieri e che la loro vittoria rimetterebbe in discussione la riforma agraria. Così, quasi sempre, si limitano a difendersi localmente dalle bande bianche, o assumono atteggiamenti di neutralità armata (su cui nascerà un’effimera repubblica «verde », capeggiata dall’anarchico Machno) e solo in alcune zone, soprattutto cosacche, dove già esisteva una proprietà contadina abbastanza fiorente, appoggeranno per un certo periodo i controrivoluzionari. Ma in ogni caso, per i comunisti, i contadini non sono più degli alleati sicuri e spesso sono uno strato verso cui debbono muoversi con precauzione e sospetto. L’uscita dei socialisti rivoluzionari di sinistra dal Consiglio dei Commissari del Popolo avviene proprio all’inizio di questa difficile fase e contribuisce a indebolire (e a inasprire) i comunisti, che affrontano la questione contadina senza la mediazione di quegli alleati che avevano avuto inizialmente proprio la funzione di tramite verso le campagne.