La politica dei bolscevichi

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

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Soldati mobilitati a sostegno dei bolscevichi

La tragedia della rivoluzione russa, discende, tuttavia, proprio da questa contraddizione: i bolscevichi, estremamente minoritari, sono riusciti a egemonizzare la forza decisiva della rivoluzione, il proletariato delle grandi città, e a interpretare e rappresentare le ansie delle grandi masse contadine (rappresentate solo in parte dai soviet sorti nelle campagne e ben più spesso dai soviet dei soldati). Ma la loro forza, che consisteva nell’adeguare il loro programma e le loro parole d’ordine alle aspirazioni delle masse, diventava debolezza quando si trattava di organizzare stabilmente e di inserire in un progetto coerente quelle stesse masse. Già prima della conquista del potere, la prima crescita di influenza bolscevica nelle grandi città aveva rischiato di tramutarsi in una catastrofe: i nuovi adepti, entusiasti e impazienti, avevano forzato la mano, fino a ricercare a Pietrogrado nel luglio 1917 la strada di un confronto di piazza prematuro e isolato rispetto al resto del paese. I dirigenti bolscevichi avevano cercato di scoraggiare questa tendenza «avventurista» ma, una volta verificato il suo radicamento profondo nel proletariato pietroburghese si erano guardati bene dal salvarsi l’anima condannando il movimento solo perché lo ritenevano immaturo tatticamente. Così, il governo Kerenskij aveva colto l’occasione per far pagare cari ai bolscevichi tutti i successi precedenti e aveva attribuito le manifestazioni a un piano insurrezionale, per il quale vennero arrestati i principali dirigenti del partito, salvo Lenin, rifugiatosi in Finlandia.

Ben più grave quel che accadde ai vincitori dopo la conquista del potere (a Pietroburgo, in particolare, tanto facile da essere costata molto meno sangue di tante altre manifestazioni pacifiche dei mesi precedenti), quando si trovarono alla testa di un enorme paese, all’interno del quale erano organizzati quasi esclusivamente nelle grandi città industriali. Il successo era stato facilitato dalla decisione con cui i soviet già influenzati dai bolscevichi avevano preso l’iniziativa di fermare il tentativo di colpo di Stato reazionario del generale Kornilov, verso il quale Kerenskij, per le troppe complicità e ambiguità, era sostanzialmente impotente. I soldati, che capivano il significato di una dittatura militare guidata dall’ufficiale che aveva reintrodotto la pena di morte prima al fronte e dopo nelle retrovie; gli operai, che sapevano che un successo di Kornilov significava ritornare alle condizioni del terrore stolypiniano; i contadini, che avevano cominciato a prendersi le terre di cui il governo Kerenskij rinviava una ipotetica distribuzione, magari con indennizzo, a un secondo tempo, dopo la fine della guerra: tutti coloro, insomma, che la rivoluzione aveva risvegliato e mobilitato, si trovarono al fianco dei bolscevichi, anche se appena due mesi prima avevano creduto alle menzogne governative sul «complotto filotedesco» e avevano votato ordini del giorno di plauso alla messa al bando dei «sovversivi».