I prezzi politici della guerra civile

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (titoli della redazione di questo sito)

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Lenin ad un congresso nel 1920

Gli anni della guerra civile sono determinanti per l’involuzione della democrazia sovietica. Isolati in tutte le strutture del nuovo potere, i comunisti troppo spesso fanno di necessità virtù, teorizzando come ottimale la situazione in cui sono stati costretti: così comincia a nascere la concezione del partito unico (da allora dogma talmente indiscusso da fare ritenere incredibile che tale non fosse nel primo anno della rivoluzione).

La censura, applicata inizialmente per ragioni di sicurezza, e che non escludeva la pubblicazione di organi di opposizione perfino in momenti drammatici come durante le trattative per la pace di Brest-Litovsk, diventa una norma ferrea, applicata da funzionari sempre più immedesimati nel proprio compito. La militarizzazione dalla società, avviata quando tutto era appeso a un filo e intorno all’Armata rossa si raccoglievano tutte le energie disponibili, diventa un’abitudine e un costume dal quale stentano a staccarsi migliaia di quadri di origine operaia che nell’esercito hanno fatto le loro prime esperienze di direzione. E il nuovo esercito rivoluzionario, per battere le formazioni «bianche» bene armate e bene organizzate dagli ufficiali zaristi e da quelli delle varie potenze che intervennero nella guerra civile, dovette a sua volta strutturarsi con criteri rigidi, sostituendo l’anarchia e lo slancio disordinato delle prime formazioni di guardie rosse con una disciplina ferrea (anche se ancora basata su un’elevata consapevolezza politica di tutti e su un profondo egualitarismo).

Il partito stesso si militarizza. Formalmente, ciò avverrà col Congresso del 1921, che sopprimerà «temporaneamente» il diritto di organizzare frazioni (che era sempre stato in vigore, sia negli anni della reazione zarista, sia nei primi difficilissimi anni di lotte per la sopravvivenza). Tuttavia, le necessità dello scontro spingono a un irrigidimento di fatto del regime interno al partito e, già nel 1919, su proposta di Zinov’ev, è comparso nello Statuto un paragrafo dedicato alla «disciplina». Oggi tale termine appare inseparabile dal modello che si dice «leninista»; eppure, fu introdotto solo due anni dopo la conquista del potere, per iniziativa non di Lenin, ma di un futuro oppositore: chiaramente ricalcava le esigenze di quel terribile periodo di guerra civile dall’esito tutt’altro che scontato.

Anche sul piano economico, la disorganizzazione provocata dall’infuriare delle battaglie, dall’interruzione dei trasporti, dalla penuria generalizzata, dall’inflazione galoppante, dalla sfiducia nella nuova carta moneta emessa dal potere sovietico, aveva determinato la sparizione pressoché totale dello scambio monetario, sostituito da forme primitive di baratto, o da spicciative confische da parte dell’esercito, Questo stato di fatto, tutt’altro che invidiabile, venne idealizzato dall’entusiasmo di Bucharin, che identificò nel nuovo assetto dell’economia una forma che prefigurava il lontano ideale dei marxisti e che venne pertanto chiamata «comunismo di guerra».

Ma, al termine della guerra civile quando sarà ristabilito il normale funzionamento dell’economia con la Nuova politica economica (NEP), quello che sarà veramente difficile rimettere in piedi sarà il sistema dei soviet, ridottisi in quegli anni a nomi senza alcuna corrispondenza con la funzione iniziale e svuotati di ogni reale potere, Sarà questo il prezzo più pesante pagato dalla Russia sovietica negli anni in cui la lotta per la sopravvivenza fu all’ultimo sangue. Sarà questa la premessa essenziale della trasformazione di una democrazia diretta avanzatissima in un regime oppressivo e poliziesco senza precedenti nella storia.