Le premesse della rivoluzione russa

tratto da  Intellettuali e potere in URSS, di Antonio Moscato (sottotitoli della redazione di questo sito)

Gli intellettuali nella fase “nobiliare”

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Una riunione di scrittori russi all’epoca dello zar

La formazione dell’intelligencija russa come strato sociale ben distinto e al tempo stesso caratterizzato anche da un orientamento politico relativamente omogeneo e fondamentalmente contrapposto al regime zarista può essere fatta risalire a periodi molto lontani dalla rivoluzione del 1917. In senso lato, l’avvio del processo può essere ricercato nel periodo delle guerre napoleoniche che, dopo le battaglie combattute nel 1812 su suolo russo, portarono molti ufficiali dello zar a contatto con diverse capitali europee e anche con le idee rivoluzionarie che avrebbero dovuto combattere. Già nel 1816, appena terminato il Congresso di Vienna, aveva inizio la cospirazione dei giovani ufficiali rivoluzionari, tutti di origine nobiliare, che doveva sfociare nel fallito tentativo di colpo di Stato dei Decabristi, nel dicembre 1825.

Il periodo 1825-1861 è stato caratterizzato da Lenin come «fase nobiliare» del movimento democratico russo. E’ infatti dall’interno della classe dominante che si levano voci duramente critiche nei confronti della «putrefazione» della Russia. A volte, attraverso il filtro della letteratura, che conosce una grande stagione, dal Che disgrazia l’ingegno! di Aleksandr S. Griboedov, all’Evgenij Onegin di Puškin dall’Ispettore generale alle Anime morte di Gogol’, dalle Memorie di un cacciatore di Turgenev all’Oblomov di Gončarov. Altre volte il messaggio è più direttamente politico, come nel caso delle Lettere Filosofiche di Pètr Jakovlevič Čaadaev, che furono scritte alla fine degli anni Venti e di cui si tentò la pubblicazione nel 1836, col risultato di una rapida chiusura della rivista che aveva osato pubblicare la prima Lettera, del licenziamento del professore che aveva incautamente dato il visto di censura e dell’internamento dell’autore (appartenente a una delle più note casate aristocratiche) come «malato di mente».

Anche i testi letterari venivano, d’altra parte, spesso storpiati dalla censura, quando non erano direttamente proibiti (ma non era difficile trovarli in versione integrale, trascritti a mano da uno stuolo di copisti, che ne sfornavano a migliaia per poche decine di rubli).

Lo sviluppo del capitalismo

fabbrica-russaLa crisi della società russa maturava tuttavia, indipendentemente dal rigore e dalla severità delle critiche mossele, a partire dalla contraddizione stridente tra i suoi ordinamenti anacronistici e l’incipiente sviluppo capitalistico. Intorno alla metà del secolo XIX si rivela assurda la pretesa di conservare immutata la servitù della gleba, magari aggiornandola attraverso la concessione in uso di manodopera servile alle prime industrie (col risultato che, già nel 1803, l’industriale Kosnov calcolava che una certa quantità di tessuto prodotta da un salariato libero veniva a costare nove rubli, mentre ne costava dieci se fatta da un servo della gleba: la bassissima produttività annullava il risparmio sui salari). La verifica più brutale viene dalla guerra di Crimea, che rivela l’inefficienza di un esercito basato su servi della gleba, comandati da ufficiali spesso corrotti o incapaci; le guerre successive (quella russo-turca del 1877-1878 e soprattutto quella col Giappone del 1904-1905) confermeranno che non basterà eliminare giuridicamente la servitù della gleba per trasformare la Russia e renderne efficiente e dinamico l’esercito.

La soppressione della servitù personale, nel 1861, accelera comunque lo sviluppo capitalistico. La Russia diviene la serra del capitalismo. Ma, come accade spesso nelle culture di serra, la rapidità e l’artificiosità della crescita nascondono squilibri e un’intrinseca debolezza. Il capitalismo in Russia brucia molte tappe, raggiungendo un’elevata concentrazione in alcune città, dove vengono introdotte tecniche di lavorazione e di organizzazione del lavoro avanzatissime (con un’alta incidenza dei grandi complessi che raccolgono molte migliaia di operai). I macchinari più moderni e costosi sono introdotti spesso prima che in altri paesi, ma quasi sempre gli alti costi sono sostenuti da società finanziarie straniere: la borghesia russa rimane estremamente debole economicamente e politicamente priva di iniziativa. Si rafforza invece il proletariato di fabbrica, concentrato in grandi aziende dove è vietata ogni organizzazione sindacale, ma nelle quali sarà più facile l’attività politica clandestina dei primi circoli socialisti.

Studenti che “vanno al popolo”

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L’impiccagione degli attentatori che nel 1881 uccisero lo zar Alessandro II

I nuclei di oppositori al regime, formatisi ancora in gran parte all’interno della gioventù studentesca (che proviene in genere da famiglie borghesi o anche aristocratiche) tentano a più riprese di «andare al popolo», per sollevare le masse contadine più misere (le cui condizioni sono sostanzialmente restate immutate dopo la soppressione della servitù, perché la terra messa a disposizione è stata fatta pagare a prezzi esorbitanti, che hanno provocato indebitamenti cronici e, talora, la perdita degli appezzamenti ipotecati). Ma i giovani intellettuali cittadini, immersi per la prima volta nell’arretratezza delle campagne russe, non riescono quasi mai a comunicare, a farsi capire e a capire essi stessi la logica dell’alternanza di rassegnazione fatalistica e di esplosioni tremende che spazzano via in pochi giorni centinaia di palazzi signorili, incendiati dal «gallo rosso» [come veniva chiamata in Russia la rivolta contadina].

Così, dopo le «andate al popolo» del 1874 e 1875 e le migliaia di arresti e di deportazioni in Siberia, il rapporto tra i giovani intellettuali e il potere si sposta sul terreno del terrorismo. Decine di capi della polizia, di governatori, di ministri, vengono uccisi o feriti da attentati arditissimi. In alcuni casi l’opinione pubblica delle città non esita a manifestare clamorosamente la simpatia per i terroristi (come nel caso di Vera Zasulič, assolta da una giuria popolare nel 1878 e sottratta a furor di popolo a un nuovo tentativo di arresto). Nel 1881 a cadere sotto i colpi del terrorismo è lo stesso zar Alessandro II. La presenza di una giovane di origine ebraica tra i complici degli attentatori innesca la tragica serie dei pogrom che sconvolgono i ghetti sospingendo i giovani ebrei a ricercare la strada dell’autodifesa e del rapporto con le organizzazioni rivoluzionarie.

Il periodico succedersi di ondate terroristiche, spesso clamorosamente efficaci nel colpire i bersagli ma assolutamente incapaci di ottenere il benché minimo risultato politico, finisce per rafforzare le tendenze rivoluzionarie ispirate al marxismo che si organizzano nella clandestinità, conquistano nuclei importanti di classe operaia. Il consolidarsi, alla vigilia della rivoluzione del 1905, della frazione bolscevica toglie gradatamente spazio al terrorismo e all’estremismo velleitario ed esercita una notevole forza di attrazione sulle nuove leve di giovani intellettuali.

La rivoluzione del 1905, preparata dall’insensata avventura della guerra russo-giapponese, viene avviata da una manifestazione organizzata dal pope Gapon, che dalla polizia ha avuto il compito di sottrarre le masse operaie all’influenza bolscevica. Ma l’irrompere sulla scena politica di centinaia di migliaia di lavoratori spazza via, insieme al pope provocatore, anche la fiducia nella religione e nello zar (che era considerato tradizionalmente «amico del popolo», ma ingannato da perfidi collaboratori…). Lo scontro ormai sarà tra le varie tendenze del movimento operaio e un regime sclerotizzato e incapace di riformarsi.