Aleksandra e Natalia, due giovani rivoluzionarie russe

di Diego Giachetti

La storia del movimento rivoluzionario russo, prima delle rivoluzioni del 1905 e del 1917, ha origine nell’Ottocento a cominciare dal fallito moto dei decabristi del dicembre 1825. Come è stato osservato, questa lunga storia «è eccezionalmente ricca di figure femminili» (vedi a p. 229) che costellano via via le vicende politiche di opposizione al regime zarista, intraprese da varie generazioni di militanti provenienti, per la maggior parte, dalle classi più o meno agiate: aristocrazia, grande, media e piccola borghesia. Non è esistita «famiglia della classe medio-alta che non contasse tra i suoi membri una “pecora nera”. Tra queste di solito c’era almeno una donna, che aveva rotto i ponti col proprio mondo conservatore per buttarsi nell’incerta avventura rivoluzionaria: ciò significava un difficile lavoro nella clandestinità e quasi inevitabilmente prigione, torture, deportazione in Siberia o, nel migliore dei casi, l’esilio nell’Europa Occidentale o in Nord America» (ibidem).

Questo a testimoniare che le donne russe, ancora più degli uomini, avvertivano l’esigenza di un cambiamento radicale, in quanto “schiave degli schiavi”. Alle soglie del XX secolo la legislazione zarista si caratterizzava per il totale assoggettamento della donna all’uomo. Il modello patriarcale era un’usanza e una mentalità condivisa, trasversale a tutte le classi sociali. In un Paese dove non esistevano i diritti civili democratici elementari, non era neanche data la possibilità di creare libere associazioni femminili, esse erano condannate alla clandestinità e soggette alla persecuzione poliziesca.

Paese di enorme estensione, vera e propria cerniera tra l’Europa e l’Asia, la Russia ottocentesca si trovò coinvolta in un processo peculiare di modernizzazione che, modificando la struttura economica e sociale, mise in evidenza l’inadeguatezza delle istituzioni statali, portò alla ribalta nuove classi sociali, aprì le frontiere alle idee politiche e culturali provenienti dall’Europa, impastandole con la tradizione e la storia russa. All’inizio dell’800 la popolazione era composta per l’80% da servi della gleba, differenziati per gruppi etnici. Solo nel 1861 lo Zar Alessandro II abolì la servitù della gleba e diede, almeno formalmente, la possibilità ai contadini di liberarsi dal proprietario della terra a patto che fossero in grado di riscattarla pagando un contributo rateale d’acquisto. Impresa non facile, tanto è vero che vent’anni dopo l’abolizione della servitù della gleba, il 51% dei contadini doveva ancora riscattare la libertà. Sempre durante il regno dell’imperatore Alessandro II si operarono alcune riforme. Si rinnovò il sistema giudiziario, si migliorò l’istruzione, si attenuò la censura, che favorì, seppure in maniera limitata, la circolazione delle idee. Dopo la morte di Alessandro II, vittima di un attentato il 13 marzo 1881, ad opera del gruppo rivoluzionario populista Volontà del Popolo, i suoi successori, Alessandro III e poi Nicola II, si rivelarono dei conservatori e dei reazionari. Lungi da ogni concessione democratica e costituzionale, potenziarono il controllo sulla giustizia, sull’istruzione, quello poliziesco, la censura, intensificarono l’opera di “russificazione” delle minoranze nazionali e aggravarono la persecuzione nei confronti degli ebrei.

Mentre le strutture politiche e istituzionali rimanevano quasi immobili, il paese conosceva il suo primo avvio di decollo industriale negli anni Novanta dell’Ottocento. Si potenziò la rete ferroviaria, lo Stato intervenne a sostegno della produzione industriale nazionale con una politica protezionistica e moltiplicando gli investimenti pubblici. Ciò incoraggiò l’afflusso di capitali stranieri attratti da tale politica, dalla dura repressione dei conflitti sociali che consentiva di comprimere salari e rivendicazioni operaie aumentando, di conseguenza, i profitti. L’industrializzazione si concentrò in poche zone: la capitale San Pietroburgo, la zona di Mosca, i distretti minerari degli Urali la regione petrolifera di Baku. In queste zone, attorno al 1900, si contavano circa due milioni e mezzo di lavoratori salariati su una popolazione di 100 milioni, che occupava ancora il 70% della popolazione attiva nell’agricoltura.

Il populismo russo

In quel periodo maturò presso larghi settori della borghesia, degli intellettuali e in parte dell’aristocrazia una sensibilità nuova per la sofferenza, dovuta alle difficili condizioni di vita, e l’oppressione subita dalle classi popolari. Da questo “sentire”, negli anni settanta dell’Ottocento, nacque quello che fu denominato movimento populista. Nella lingua russa “popolo” si dice narod, pertanto narodnik divenne il termine col quale si definirono gli appartenenti al movimento populista. Tale definizione stava ad indicare un movimento caratteristico e peculiare che si distingueva da quello socialista europeo (vedi Bruno Bongiovanni in Treccani.it). Essi erano convinti che il divenire della Russia non avrebbe dovuto necessariamente ricalcare le tappe dello sviluppo capitalistico, con i relativi impianti istituzionali e parlamentari, tipici dei paesi europei avanzati. Era possibile percorre la via del socialismo e della democrazia in Russia confidando sulle potenzialità rivoluzionarie del popolo, cioè i contadini che erano la stragrande maggioranza.

La comunità di villaggio era il punto da cui partire per rinnovare e rigenerare la vita sociale, politica e morale della Russia. I populisti respingevano il concetto di arretratezza per definire lo stato della Russia, preferivano quello di differenza strutturale che, in quanto tale, apriva alla possibilità di una via russa al socialismo, in grado di passare da una società semifeudale e semiasiatica a una senza classi. Ciò era in contrasto con la concezione socialista dell’epoca, imperante nei partiti operai dell’Occidente europeo, secondo i quali il pieno sviluppo delle forze produttive e del modo di produzione capitalistico erano una premessa necessaria al passaggio al socialismo.

A differenza del socialismo occidentale, il soggetto della rivoluzione diventava la classe dei contadini; il luogo entro il quale si sarebbero mossi i moti insurrezionali era individuato nella campagna, non nelle città e nei centri industriali che andavano nascendo. Rifiutavano quindi la posizione socialista-marxista circa il ruolo dirigente e rivoluzionario del proletariato industriale. Il narodniko non era il contadino, non era il popolo, era il militante, proveniente dall’intelligenthia e dalle classi sociali dominanti che si votava alla causa rivoluzionaria “andando verso il popolo” per educarlo, istruirlo e fargli prendere coscienza della sua potenzialità rivoluzionaria.

Il movimento, al cui interno convivevano varie anime (liberale e democratica, anarchica, socialista, neogiacobina, internazionalista), si diede come obiettivo il lavoro di propaganda verso i contadini. Al richiamo dell’andata verso il popolo risposero centinaia e centinaia di giovani di ambo i sessi, in maggioranza studenti i quali si gettarono a capofitto, con altruismo e disinteresse, nel lavoro di propaganda. Si trattava spesso di giovani che, nell’operare tale scelta, rompevano con le loro famiglie, la scuola, gli amici e l’ambiente sociale in cui erano cresciuti. Chi intendeva lavorare per il popolo dove abbandonare l’università, rinunciare alla propria famiglia e ai propri privilegi, tagliare insomma i legami con le classi agiate. Doveva radicalmente mutare se stesso e la sua vita in modo da potersi immedesimare con quella del popolo, dei contadini, assumendone costumi, modi di dire, mentalità e comportamenti quotidiani.

Il fenomeno ebbe caratteristiche accentuate nel periodo tra il 1874-1877. A cominciare dall’estate del 1874 centinaia di giovani si recarono nei villaggi contadini per istruirli e incitarli alla rivolta. Vestiti con vecchi abiti da lavoro comprati dai rigattieri nei mercati, si recarono nei villaggi, impararono a maneggiare scuri e aratri, condivisero la zuppa di cavoli dei contadini, in modo da stabilire un contatto col popolo. Il fine era la rivolta contro le istituzioni repressive dell’apparato autocratico zarista, sostenuto dall’aristocrazia fondiaria. Distrutta quella catena oppressiva la liberta, la giustizia e l’eguaglianza avrebbero trovato un facile terreno di sviluppo. Era uno slancio autentico e appassionato verso la classe contadina il quale però «urtava contro l’esacerbata diffidenza del mondo rurale verso tutto ciò che proveniva da padroni, cittadini, persone istruite, studenti. Invece di aprire le braccia ai propagandisti, la campagna li respingeva, ostili» (vedi a p. 54).

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Vera Zasulic

Nel 1876 il movimento populista si diede una prima forma organizzata. Nel frattempo una parte di esso cominciò a praticare la lotta armata o meglio, l’azione dimostrativa, al fine di scuotere le coscienze, che sfociò in atti di vero e proprio terrorismo culminati nel 1881 nell’uccisione dello Zar Alessandro II. Già negli anni precedenti, il 24 gennaio 1878 Vera Zasulič aveva sparato, ferendolo, al governatore Trepov, che aveva fatto frustare un detenuto. La Zasulič, al processo nel quale fu assolta, si era giustificata affermando che il gesto aveva avuto come scopo quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle ingiustizie e sulle violazioni della dignità e dei diritti umani. Più o meno la stessa cosa fece Maria Kolenkina, arrestata il 12 dicembre. La serie di attentati inaugurò un nuovo indirizzo del movimento populista, che inizialmente si sviluppò soprattutto nel sud dell’Impero e portò alla costituzione il 25 agosto 1879 del gruppo denominatosi Volontà del popolo. La repressione che seguì all’attentato allo Zar Alessandro II provocò una crisi lacerante nel movimento populista da cui derivò il suo declino favorendo così la decantazione di nuove forze politiche.

Alcuni populisti in esilio (Georgij Plechanov, Pavel Aksel’rod, Vera Zasulič) si avvicinarono al marxismo, dando vita nel 1883 a Losanna alla prima organizzazione marxista russa, denominata Emancipazione del lavoro. Negli anni successivi nacquero numerosi circoli marxisti. Nel 1895 a San Pietroburgo fu fondata l’Unione di lotta per la liberazione della classe lavoratrice e nel 1894 nacque il Partito operaio socialdemocratico russo. Si consumava sul piano teorico e politico la rottura col populismo. Gli aderenti a queste organizzazione, contrariamente ai populisti, auspicavano una rivoluzione socialista sulla base della contrapposizione, tipica del sistema capitalistico, tra borghesia e classe operaia.

I socialdemocratici erano quindi favorevoli a uno sviluppo industriale del paese tale da favorire la formazione di un proletariato capace di alimentare la prospettiva di allargamento della lotta di classe, dal quale sarebbe sorto il movimento rivoluzionario.

Diversa invece la prospettiva del Partito socialista rivoluzionario costituito nel 1901 e che trovò largo consenso tra i contadini. Per la realizzazione del suo programma, improntato sul socialismo e la democrazia, il partito faceva appello più ai contadini, secondo la tipica tradizione populista, che al proletariato industriale.

La generazione politica, formata soprattutto da giovani studenti e intellettuali, che partecipò alle vicende del populismo russo produsse una critica dei costumi che si manifestò a partire dalla letteratura, subendo l’influenza del romanticismo europeo. Ciò comportò una sensibilità nuova per la questione femminile e sessuale. Come in Europa, ma forse ancor più in Russia, «la donna soffriva la sua secolare condizione di sposa senza amore, di amante condannata alla rinuncia e al rimorso, di anima ingannata dagli interessi e dalle ipocrisie: i romantici le dedicarono libri, poesie [denunciando] l’ingiustizia sessuale. In Russia il contatto con l’Occidente, dovuto alle guerre napoleoniche, rinnovò nella letteratura un’esigenza critica dei costumi […]. Nella vita e nelle letteratura fu sempre più evidente il contrasto tra i pregiudizi imperanti e le aspirazioni dei romantici: amori segreti spezzati da matrimoni di convenienza, unioni basate solo sulle regole sociali» (vedi a pp. 315-316).

Donne come le populiste Maria Spiridonova e Vera Figner, la menscevica Vera Zasulič, le bolsceviche Aleksandra Kollontaj, Angelica Balabanoff, Larissa Reisner, Nadezda Krupskaja, moglie di Lenin, Inessa Armand, Elena Stasova, Eugenia Bosch e molte altre ancora, divennero figure che, similmente a tante altre, coinvolte nelle rivoluzioni ottocentesche, parteciparono «generosamente quanto la loro femminilità consentiva alla causa patriottica e rivoluzionaria» (ivi p. 327) dividendo coi loro mariti o compagni esilio, condanne, difficoltà, persecuzioni.

Aleksandra e Natalia

Di questa nuova generazione rivoluzionaria al femminile facevano parte anche Aleksandra Sokolovskaja e Natalia Sedova, due giovani conquistate all’idea rivoluzionaria che avrebbero incrociato, nel percorso della loro vita, il giovane Trotsky, contribuendo alla sua formazione affettiva, politica e culturale. Un incrocio che divenne legame d’amore e politico perpetuo, pur nella diversità dei rapporti che mantennero con lui negli anni successivi.

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Aleksandra Sokolovslaja

Aleksandra Sokolovskaja era nata nel 1872, suo padre era un narodniko. Cresciuta in una famiglia che non si poteva definire agiata, fu comunque incoraggiata allo studio e all’istruzione, considerati elementi indispensabili per avviare il processo di emancipazione individuale e collettiva. Influenzata dal padre e dalle sue frequentazioni si trovò quasi naturalmente ad essere una giovane narodnika, una populista tesa nell’opera di educazione e istruzione rivolta alla classe contadina. Nell’intento di “andare verso il popolo” si iscrisse a un corso di ostetricia all’università di Odessa, al fine di poter svolgere un’attività utile tra le contadine dei villaggi. Ma proprio in quella città ebbe l’opportunità di entrare in contatto con un gruppo di studenti che avevano conosciuto e un po’ frequentato il marxista russo, Georgij Valentinovič Plechanov e Vera Zasulič nel piccolo gruppo che si era denominato Emancipazione del lavoro.

Il suo populismo s’incrinò, dubbi si sollevarono. Consumò così la rottura con la visione precedente del mondo, nonché col padre, per abbracciare le tesi del socialismo marxista e il suo metodo d’indagine storica. Divenne ben presto, nella citta di Nikolaev, una propagandista nel piccolo gruppo di giovani intellettuali in formazione che frequentava, tutti ancora convinti populisti, nel quale si affacciò anche un giovane, il futuro Trotsky, narodniko, mosso da un ingenuo ma ardente idealismo, che lo spinse, quasi istintivamente, a diffidare della concezione materialistica della storia che, per di più gli si presentava nelle sembianze di una donna, la giovane Aleksandra Sokolovskaja, appunto.

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Natalia Ivanovna Sedova

Natalia Ivanovna Sedova invece, era nata il 5 aprile del 1882 (secondo il vecchio calendario giuliano, il 17 aprile secondo il calendario gregoriano) a Romny, una piccola città nella provincia Ucraina di Poltava, in una famiglia della piccola nobiltà. Suo padre, Ivan Sedov, era stato nel corpo dei cosacchi, sua madre Olga Kolchevsky proveniva dalla piccola nobiltà polacca. All’età di otto anni Natalia era orfana. Fu cresciuta dai parenti e dalla nonna di cui lei ammirava la fermezza dell’energia. Un affetto particolare nutrì anche per una delle sue zie che si presentava come donna moderna, per la mentalità dell’epoca, sia in famiglia che fuori: fumava e si dichiarava rivoluzionaria. Molti suoi parenti furono coinvolti nel movimento dei norodniki, nella lotta contro l’oppressione zarista, diversi di loro conobbero le deportazione in Siberia. La giovane Natalia crebbe in questo ambiente e sviluppò uno spirito ribelle, come molti altri e altre della sua generazione. Manifestò fin da giovane comportamenti e idee rivoluzionarie e anticonformiste. A Karkov, dove studiava in un istituto per giovani fanciulle figlie della nobiltà, organizzò collette per sostenere i prigionieri politici nelle prigioni zariste. Fu espulsa dal collegio per aver convinto alcune sue compagne a non frequentare più l’ora di preghiera e a leggere, invece della Bibbia, la letteratura sociale russa.

Si iscrisse all’università femminile di Mosca, dove aderì a un gruppo studentesco socialdemocratico. Poi si trasferì a Ginevra per studiare botanica, presso la facoltà di scienze naturali. Passione che conserverà per tutta la vita. L’amore per la bellezza delle piante, si univa alla passione per comprendere le ragioni di quella bellezza naturale, cioè lo studio scientifico della loro vita e formazione. Aveva imparato ad ammirare «estasiata la natura, i fiori, le piante» e, contemporaneamente, prese a meravigliarsi «di fronte a tutti gli aspetti della creazione umana, l’arte in primo luogo» (vedi a p. 54). Ma Ginevra non rappresentò solo l’iniziazione alla botanica e all’arte. I problemi sociali l’appassionavano.

Plekhanov, teorico marxista, aveva organizzato un circolo studentesco. Natalia si iscrisse con altri emigrati. Pubblicavano un giornale, «Iskra» («La Scintilla»), al quale collaborava anche Lenin. La sua partecipazione alla lotta politica fu, fin dall’inizio, avversa all’opportunismo e alla sola speculazione teorica, glielo impediva il suo carattere fondato sull’amore per «la vita e l’umanità», il suo essere prima di tutto una «donna di cuore, dolce, capace di leggere nel profondo dell’animo umano, con una volontà forte» (ivi p. 74) che a prima vista non appariva.

Si trasferì poi a Parigi per studiare storia dell’arte alla Sorbona. Aveva solo 19 anni quando compì la sua prima missione clandestina: trasporto illegale di materiale rivoluzionario nella Russia zarista. Coraggiosa, anticonvenzionale, poco timorosa del rischio, munita di una certa dose di fatalismo: «Il suo temperamento non era destinato al ruolo politico e militante. Ciò che la colpiva più intimamente dell’umanità era il genio artistico. Se fosse vissuta in un’altra epoca, in altre circostanze, sarebbe senza dubbio diventata una storica e una critica dell’arte. Tutto la destinava a tale obiettivo: la sensibilità artistica, l’intuizione, la perspicacia e il suo talento di scrittrice […] Ma nella Russia d’inizio secolo l’amore per la bellezza, la ricerca di un ideale la condussero inevitabilmente nel campo della rivoluzione. Incontrò i rivoluzionari poi il compagno della sua vita e si gettò nella lotta» (ivi p. 46).

La sensibilità artistica, l’amore per le creazioni della natura e dell’uomo, la rendevano, ancor più dell’analisi politica, sensibile al degrado e alle sofferenze umane in tutti i suoi aspetti, da quelle collettive a quelle individuali, piccole, quotidiane, che riguardavano l’amicizia, l’amore, la malattia, la fatica. Tutto questo sentire la «rendeva inquieta, attenta, pronta a ribellarsi contro ingiustizie e sofferenze» (ivi p. 80) e la portava alla militanza politica. Così era la giovane esule russa ventenne che a Parigi si apprestava a incontrare un altro giovane esule, appena fuggito dalla Siberia. Era l’anno 1902.

Altre immagini di protagoniste citate nel testo

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